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“L’Immacolata” nella chiesa di San Giovanni Battista a Turi, tela di fra Antonio da Conversano

Una tela del frate-pittore del Seicento bisognosa di cure

La «Immacolata Concezione – scrive Mariella Donvitonon è il concepimento di Cristo nel seno della Vergine, ma il concepimento della Vergine stessa nel seno di S. Anna o piuttosto nella mente di Dio che, per una grazia unica, la esenta dal peccato originale. Ella fu dunque scelta prima della nascita, concepita prima di Eva e di tutta l’eternità; ecco perché è rappresentata sempre giovane, mentre discende dal cielo sulla terra, per riscattare la colpa di Eva.» Per tutto il ‘600 furono maggiormente i Francescani e i Gesuiti ad ampliare il culto dell’Immacolata in tutti i paesi cattolici, accompagnandolo con una nuova iconografia ispirata soprattutto al ‘Cantico dei Cantici’ e all’Apocalisse di San Giovanni, “la donna vestita di sole, in piedi su un corno di luna, coronata di stelle, mentre tende le braccia o congiunge la mani sul petto”.

A Turi, la più antica rappresentazione dell’Immacolata, non a caso, è in un edificio francescano: la Chiesa dei Padri Riformati dedicata a San Giovanni Battista. La tela ad olio (piuttosto malridotta), di produzione francescana come vedremo più avanti, è collocata nella seconda cappella a destra della navata; la Vergine è rappresentata sullo sfondo di un cielo azzurro, secondo lo schema iconografico derivato dall’Apocalisse: in piedi su un’argentea mezzaluna, mani giunte, con una morbida veste d’acceso rosa e un mantello azzurro-blu con ricche bordure d’oro e pietre preziose. Forte è qui il richiamo alla figura tardomanierista dell’Immacolata (1588) di Alessandro Fracanzano, ora nel Museo Diocesano di Monopoli. La sovrasta, in asse, lo Spirito Santo e, al vertice, il Padre Eterno con le braccia accoglienti; ai lati, su delle nuvole (dalle quali sporgono in basso la luna e il sole, astri-simbolo della Madonna), un concertino simmetrico di angeli musicanti.

Ai lati la complessa simbologia tratta dal ‘Cantico dei Cantici’ e da altre fonti, che rende visibili le virtù di Maria Immacolata. A sinistra: la Palma (QUASI PALMA), la Scala (SCALA COELI), il Cedro del Libano (QUASI CEDRUS), la Pianta di rose (QUASI PLANTAGIO ROSE), il Tempio di Dio (TEMPLUM DEI), la Città di Dio (CIVITAS DEI), mentre la Torre di David, il Giardino chiuso, lo Specchio senza macchia, sono simboli privi di didascalie, a causa sia di un probabile taglio operato in passato, sia per le lacune nel colore più accentuate proprio nella parte bassa del quadro. A destra della Vergine, invece, troviamo: il Cipresso (QUASI CIPRESSUS), la Porta chiusa (PORTA CLAUSA), la Fontana dei giardini (FONS SIGNATUS), il Pozzo d’acqua viva (PUTEUS AQUARUM ), il giglio e altri. C’è poi, sul bordo a destra, il drago a rappresentare la vittoria sul male (e per alcuni, sui protestanti), così come la mezzaluna calpestata dalla Vergine alluderebbe alla sconfitta turca a Lepanto. «Si tratta di una simbologia molto complessa – scrive la Donvito – che attinge a varie fonti: se i simboli arborei alludono a particolari qualità della Madonna (purezza, sapienza, ecc…), gli altri hanno un preciso e talora profondo contenuto teologico, sicché si può affermare che l’iconografia dell’Immacolata è il risultato di una complessa operazione attuata dalla Chiesa, che ne fa l’immagine teologica più sofisticata dell’arte mariana

Al bordo in basso, dove più difficile è la lettura dell’opera, si trovano due importanti riferimenti all’autore e al committente. Al limite destro, vicino al drago, in una cornicetta si legge chiaramente: PRO SUE ANIME SALUTE IOANNES DOMINICUS GON(NEL)LI. Quindi, il quadro venne realizzato a spese di Giovanni Domenico Gonnelli.

Verso sinistra, proprio sul finire della tela sotto lo “Specchio senza macchia”, l’occhio esperto dell’amico restauratore e storico dell’arte Giovanni Boraccesi ha colto la presenza dei pochi resti di un cartiglio bianco assai rovinato dove, però, ancora si possono leggere le lettere iniziali di un nome: “fr. Anton…”. La lettura del prezioso “Notamento di quadri, ed altri oggetti d’arte”, compilato nel 1811, ci svela per fortuna il nome dell’autore per intero: “Nell’Altare del Rosario vi è un quadro della Vergine sotto il detto titolo, alto palmi 8, largo 4 circa. Simile pittura vi è nell’Altare della Concezione, fatta da Fra Antonio da Conversano Riformato. Su i predetti due ultimi altari vanta il Patronato il sig.r Gonnelli”. Si tratta dell’opera di uno dei tanti frati-pittori della ‘Scuola d’arte francescana’ molto attiva nel Seicento «in cui fiorirono – scrive lo storico francescano Benigno F. Perronearchitetti, pittori, scultori, intagliatori e miniatori… che nelle loro dimore fondarono botteghe attrezzate dei sussidi necessari, per tradurre in  atto un ideale artistico

Di Fra’ Antonio (nativo di Conversano) sappiamo solo di un’altra “Immacolata” molto simile a quella turese ma più affollata di personaggi, che si trova nella Chiesa di Sant’Orsola a Polizzi Generosa, in provincia di Palermo: «Sull’altare maggiore è posto il dipinto dell’Immacolata Concezione, proveniente dalla chiesa di Santa Maria del Parto, opera di fra’ Antonio da Conversano del 1600.» (Salvatore Anselmo)

Infine, un appello: l’Immacolata della Chiesa di San Giovanni ha bisogno di un urgente ed attento restauro per arrestare la caduta di colore e bloccare la lacerazione della tela. I danni sono piuttosto seri ed evidenti, perciò chi ha la responsabilità della custodia dell’opera intervenga al più presto, ma si affidi a mani più esperte perché quei danni potrebbero essere stati causati dall’intervento di restauro effettuato una ventina d’anni fa.

Le foto: 1) la tela dell’Immacolata di fra Antonio da Conversano; 2) il nome del committente; 3) ciò che resta della firma di fra Antonio da Conversano (foto di Giovanni Palmisano)

Fonti

Mariella Donvito, “L’iconografia dell’Immacolata nella devozione confraternale”, in “Le Confraternite pugliesi in Età Moderna” a cura di Liana Bertoldi Lenoci, Scena Editore, 1988.

Benigno F. Perrone, “I Conventi della Serafica Riforma di S. Nicolò in Puglia (1590-1835)”, vol. 1 e 3. Congedo Editore, 1982.

•Salvatore Anselmo, “Polizzi Generosa, Chiesa di Sant’Orsola”, www.polizzigenerosa.it

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“Oltre i limiti. Meravigliosa…mente”. Presentazione del libro di Francesco Manfredi

Storie di volontà, di tenacia, di emozioni fortissime capaci di far emozionare coloro che le hanno ascoltate in una serata dedicata a chi ha superato i limiti, facendo rientrare nella “normalità” ciò che prima sembrava eccezionalità. È stato il Prof. Francesco Manfredi, ortopedico e fisiatra presso l’Ospedale Pediatrico ‘Giovanni XXIII’ di Bari e medico paralimpico, a raccontare i protagonisti del suo libro “Oltre i limiti – Meravigliosa…mente”, edito dalla casa editrice Gelsorosso nel 2018; storie di persone straordinarie con i loro obiettivi raggiunti nonostante la disabilità e di persone che hanno messo a disposizione la loro professionalità per un obiettivo che va oltre l’ordinario. Il tutto a dimostrare che l’aspetto psicologico e mentale può essere in grado di giocare un ruolo fondamentale nelle vite delle persone.

Una serata organizzata in piazza Gonnelli il 4 luglio in compartecipazione tra il Comune di Turi, rappresentato dall’Assessore alle Politiche Sociali Imma Bianco, l’Associazione Domus Libri, l’UNITALSI e l’Associazione Solidarietà e Tutela Disabili. A far da moderatore il giornalista sportivo Michele Salomone che ha introdotto gli ospiti e le loro storie da ascoltare per riflettere consapevolmente su come, spesso, le difficoltà comuni che ci troviamo ad affrontare quotidianamente non sono nulla in confronto a vere e proprie imprese compiute da chi ha trasformato una vita che non era più “normale” ma che lo è diventata con un’accezione di straordinarietà.

A raccontare le loro storie c’erano Patty Vittore e Giuseppe Lomagistro. Patty, turese di adozione in quanto da 6 anni residente nel nostro paese, ha dovuto affrontare improvvisamente la sua condizione di disabilità all’età di 25 anni in seguito ad un incidente stradale. Anni difficilissimi i primi, ai quali ha reagito con grande forza realizzando desideri che fino ad allora aveva solo accarezzato come: guidare un kart, fare paracadutismo e sperimentare ogni attività sportiva con grande curiosità e tenacia, dallo sci alla speleologia, fino a diventare atleta paralimpica di canottaggio. In ultimo ha partecipato a concorsi di bellezza ed ha sfilato come modella per abiti da sposa. La stessa tenacia e forza mentale dimostrata da Giuseppe, anch’egli vittima di un incidente stradale 8 anni fa, un ragazzo che non si è mai arreso e ha combattuto facendo dello sport la sua vita diventando giocatore nel ruolo di guardia del basket in carrozzina dell’HBari 2003 e atleta paralimpico di Arrampicata sportiva. A conclusione ha preso la parola il delegato provinciale CIP (Comitato Italiano Paralimpico) Gianni Romito. Questi esempi restano eclatanti, sono visibili agli occhi di tutti ma, come è stato sottolineato dagli intervenuti, esistono moltissimi esempi di battaglie quotidiane combattute nel silenzio e senza clamore ma parimenti degne di essere ricordate per conferire un meritato e rispettoso riconoscimento ai protagonisti di tanta “eccezionale normalità”. Il ricavato della vendita del libro del Prof. Manfredi è stato devoluto alle associazioni del territorio.

San-Giovanni-Chiavi

L’uovo della ‘Notte di San Giovanni’

La notte di san Giovanni Battista, è una festa del cristianesimo, ma ha origine pagana, legata alle sensazioni di mistero – e di protezione – che i popoli antichi provavano in occasione di eclissi o di solstizi, o di altri fenomeni celesti inspiegabili con le conoscenze primordiali. E, da allora, fino a tempi recentissimi, la notte del 23 giugno (siamo intorno al solstizio d’estate) si legava per tradizione a diversi riti di arti magiche, come pure attirare a sé la persona amata, divinare gli incontri amorosi, il futuro delle donne in età di fidanzamento. Dopo l’avvento del cattolicesimo, nonostante la fede acquisita e praticata, la gente non ha mai smesso di leggere il libro della natura a proprio modo, così come facevano gli avi, combinando preghiere e magia, devozione e divinazione. Tra l’altro, “l’alternativa fra ‘magia’ e ‘razionalità’ è uno dei grandi temi da cui è nata la civiltà moderna” [Ernesto de Martino]. Ma cos’è il rito dell’uovo di San Giovanni? In una ricerca di tradizioni turesi antiche, fatte da alunni della nostra Scuola Media qualche anno fa, veniva spiegato dalle nonne dei ragazzi come si svolgeva a Turi (ma credo ovunque) questo famoso rito della notte tra il 23 e il 24 giugno.

Sul davanzale di una finestra, all’esterno, si metteva un piatto, o una ciotola, e dentro si posava un albume d’uovo fresco, la “chiara” u biànghe de l’uève, affinché san Giovanni, passando, potesse lasciare un segno. Al sorgere del sole, la donna più anziana della famiglia scrutava finalmente il destino, leggendo con le sue convinzioni la forma assunta dalla chiara d’uovo. Ovviamente – è comprensibile – ognuno interpretava i segni a modo suo, come presagio di novità, di buona fortuna, di fecondità e altro. Tra i simboli presunti lasciati dal Santo, per esempio: ciò che sembrava due torri voleva dire matrimonio imminente; la presunta figura di un attrezzo lasciava intuire quale lavoro avrebbe fatto il futuro sposo; chi ci vedeva una barca parlava di prossima partenza (un viaggio lascia sempre sognare); il simbolo di una casa era un segnale di lunga vita, e così via.

Concludendo, però, diciamo che tutto quanto questo è solo tema di vivo folclore. Amorevole quanto vogliamo. Perché per celebrare l’inizio della stagione più bella dell’anno, oltre che raccogliere noci per il futuro nocino (suggestiva la raccolta di noci a mezzanotte tra 23 e 24) basta passare qualche ora con le persone giuste e un buon bicchiere di vino tosto con spicchi di percoche immerse. Con le streghe di Benevento in adunata, con le erbe spiritate e gli elfi sui rami ci giochiamo piacevolmente, così come giochiamo con le stelle cadenti ad agosto. Ma poi, tra realtà e magia, è anche vero che ognuno è libero di cercare la strada che preferisce.

Nella foto di Fabio Zita: la statua di San Giovanni Battista (Chiesa Matrice di Turi), realizzata, con ogni probabilità, intorno al 1825. Lo storico dell’arte F. Di Palo l’attribuisce allo scultore napoletano Francesco Verzella (1776-1835) – vedi ‘il paese’ n. 234/giugno 2015.

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Il Crocifisso dei Francescani di Turi, possibile nuova datazione al Cinquecento

Era nella Parrocchia di S. Giovanni Battista – già chiesa conventuale dei Francescani ‘Riformati’ di Turi – il Crocifisso ligneo che dal 2007 è parte integrante degli arredi sacri della Chiesa di Sant’Oronzo sulla Grotta. Qui è pervenuto per volontà del suo restauratore, Romano De Carolis, all’epoca presidente dell’Associazione Bersaglieri ‘A. Pedrizzi’, affidataria del complesso monumentale oronziano turese. «Era malridotto e coperto da strati di smalto – dichiarò a ‘il paese’ (n. 153/maggio 2007) il prof. De Carolis al termine del restauro – e perciòho dovuto compiere una paziente ripulitura per poter far riemergere il corpo scolpito nel legno, utilizzando al minimo materiale di ripristino per le parti mancanti. Alla fine sono state eliminate le sovrastrutture che avevano appiattito il disegno dei muscoli tesi». La breve dichiarazione giornalistica di allora fornisce minimi dati sulle fasi della pulitura, purtroppo non documentata da una campagna fotografica. Né vi sono al momento dati d’archivio che ci permettono una più precisa classificazione dell’opera e della sua genesi. Un ‘vuoto’ che ci costringe a ragionare solo per ipotesi.

L’esile Cristo inchiodato alla croce, del tipo Christuspatiens, è una ‘poesia del sacro’, un oggetto d’arte modellato nel legno di chissà quale albero da frutto o di bosco, che attira immediatamente il nostro sguardo appena varcato l’ingresso della chiesa cara ai turesi, che Papa Francesco nel dicembre 2017 dichiarò ‘porta santa’. Addossato a uno dei quattro possenti pilastri che reggono la volta dell’edificio settecentesco, il Crocifisso ‘dei Francescani’ – definizione da me coniata nel 2007 per titolare la nota giornalistica sopra menzionata – appare in un alone di calda tenerezza che stempera, ma solo per un momento, la drammaticità di un corpo che ha appena terminato gli spasimi di una morte lenta e crudele. Un’icona del Cristo al Golgota ancora più significante in questo tempo di prolungata e angosciante ‘quaresima’ pandemica; e non è un caso, infatti, che è stato proprio questo Crocifisso ad essere portato in processione penitenziale per le vie deserte di Turi dall’arciprete-parroco don Giovanni Amodio, il 3 maggio dello scorso anno – erano i giorni del lockdown – scendendo fin dentro l’ipogeo-cripta a chiedere al Padre Celeste e a Sant’Oronzo la protezione dal coronavirus. Quel gesto simbolico, ricco di pathos, ha avuto il merito di far recuperare a questo Crocifisso un posto nei riti religiosi comunitari, anche perché quella processione silenziosa intendeva rievocare un ‘evento prodigioso’ del primo Settecento – la visione del Santo Martire leccese a Fra Tommaso da Carbonara – utile a rinvigorire un culto piuttosto affievolito.

Nell’arcinota ‘Descrizione, ed Apprezzo della Terra, o’ sia Feudo di Turi’, il Regio Tavolario Luca Vecchione, parlando del Convento dei Padri Riformati, non fa alcuna menzione del nostro Crocifisso, ma nomina solo il Calvario di Fra Angelo da Pietrafitta, forse perché ritenuto non degno di nota o più probabilmente per il fatto che era relegato in qualche ambiente del Convento che, è bene sottolinearlo, era di clausura dunque non accessibile al sopra menzionato tecnico venuto da Napoli. Circa sessant’anni dopo, invece, troviamo un riscontro in un altro noto documento più volte utilizzato dagli studiosi, vale a dire il ‘Notamento di quadri, ed altri oggetti d’arte’ compilato nel 1811 dal Sindaco Giovanni Lomastro, dove, a proposito di questa comunità francescana, troviamo un’annotazione interessante: “Nel coro superiore vi è un Crocefisso antico di legno”. Un breve passaggio, un indizio prezioso, che potrebbe rimandare al Crocifisso di cui ci stiamo occupando.

Nel 2007, come anticipato, nelle brevi note sul restauro portato innanzi dal De Carolis avevo ipotizzato una datazione tra XVII e XVIII secolo. A distanza di anni, però, osservando meglio i dettagli anatomici e stilistici della figura del Cristo – in particolare, la marcata descrizione della cassa toracica, il perizoma, la postura delle gambe e delle braccia – mi è balzata agli occhi e alla mente una probabile differente datazione, sicuramente più antica, maturata dall’accostamento visivo con altre croci cinquecentesche, compresa quella inserita nel gruppo della ‘Trinità’ (1520), scolpita da Stefano da Putignano nella pietra e non nel legno. A questo punto ho ritenuto utile un confronto d’idee con l’amico Giovanni Boraccesi, restauratore professionista ed esperto storico dell’arte, il quale, come speravo, ha fornito un autorevole sostegno alla mia ipotesi. Per lo studioso rutiglianese, infatti, il Crocifisso ‘dei Francescani’, per lo stile dell’intaglio, può ritenersi più un’opera del Cinquecento che del Sei-Settecento, proiettando addirittura la sua realizzazioneattorno alla metà del XVI secolo, quando cioè i Frati Francescani non erano ancora giunti nella Terra di Turi. Se così fosse, il manufatto in esame sarebbe un’opera di recupero.

Sappiamo dagli studi condotti da Benigno F. Perrone e poi ripresi da Pietro A. Logrillo, che la costruzione del convento sulla via che menava a Rutigliano ebbe inizio non prima del 1575, l’anno cioè dell’autorizzazione papale chiesta ed ottenuta da Gabriele e Giulio Molesrispettivamente fratello e figlio di Francesco”, primo ‘dominus’ di Turi della stirpe di Gerona (Catalogna). Il nostro Crocifisso, quindi, potrebbe essere stato scolpito contestualmente alla costruzione del convento, cioè nella seconda metà del XVI secolo, ma potrebbe anche, come suggerisce Boraccesi, essere nato qualche decennio prima per un’altra sede della stessa famiglia francescana e poi trasferito a Turi. È noto, infatti, che furono proprio i seguaci di Francesco d’Assisi a dare grande diffusione al culto del Crocifisso, riempiendo conventi e chiese di tale Ordine di struggenti Gesù inchiodati sulla croce, a volte realizzati da frati-artisti. Quello ‘dei Francescani’, dunque, potrebbe essere uno dei più antichi reperti dell’arte sacra, di poco successivo alle belle sculture dipinte di Stefano da Putignano, la Cappella Moles, la dedicazione della Chiesetta di San Rocco, la tela della Madonna del Rosario, opere queste di alto valore in quanto testimonianze tangibili di un Cinquecento turese intriso di fede e di cultura. (Le foto sono di Fabio Zita)

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HANS KÜNG, il ricordo di un teologo di frontiera

Il 6 aprile 2021 nella casa di Tubinga ha avuto fine la lunga vicenda terrena del Prof. D. Hans Küng, il teologo di frontiera più discusso della seconda metà del secolo passato e già perito al Concilio Vaticano II (1962-1965). Era nato il 19 marzo 1928 a Sursee in Svizzera e, dopo aver studiato filosofia e teologia alla Pontificia Università Gregoriana di Roma (1948-1955), era stato ordinato sacerdote il 10 ottobre dell’anno 1954. Dopo aver conseguito il 21 febbraio 1957 il dottorato all’Institut Catholique di Parigi con una tesi sulla giustificazione in dialogo il teologo protestante Karl Barth con la votazione di summa cum laude, Hans Küng nel 1960 era diventato docente ordinario di teologia nella prestigiosa università di Tubinga.

Qui egli ha modo di riprendere la collaborazione problematica con l’altro enfant prodige della teologia tedesca il prof. D. Joseph Ratzinger, che più tardi diventerà arcivescovo di Monaco di Baviera, cardinale prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede e papa con il nome di Benedetto XVI. Proprio quest’ultimo ricorda nella sua vita l’incontro con Hans Kung: “A insistere sulla mia chiamata e a ottenere il consenso degli altri colleghi era stato Hans Küng. Lo avevo conosciuto nel 1957, durante il convegno dei teologi dogmatici a Innsbruck, nel momento in cui avevo appena concluso la mia recensione della sua tesi di dottorato su Karl Barth. Avevo alcune questioni da sollevare circa questo libro, il cui stile teologico non era il mio, ma lo avevo comunque letto con gusto, riconoscendo i meriti dell’autore, di cui mi piacquero la simpatica apertura e la schiettezza. Ne era nato così un buon rapporto personale, anche se già poco tempo dopo la recensione del libro ci fu tra noi una controversia piuttosto seria sulla teologia del Concilio. Ma ambedue consideravamo questo come legittima differenza di posizioni teologiche, necessarie per un fecondo avanzamento del pensiero, e non sentivamo affatto compromesse da queste differenze la nostra simpatia personale e la nostra capacità di collaborare”. (p.102) Saranno gli sconvolgimenti del sessantotto studentesco a separare i due teologi cattolici, che pure avevano avuto modo di collaborare alla stesura di decisivi documenti del concilio vaticano II sulla Chiesa e il suo dialogo con il mondo. Nell’ambito dell’università di Tubinga Ratzinger elabora le sue lezioni dogmatiche di cristologia che poi confluiranno nel volume “Introduzione al cristianesimo”.  Appena due anni, e Ratzinger lascia Tubinga e si sposta all’università di Ratisbona. Negli anni a venire Hans Küng rivolgerà al suo amico l’accusa di essere conservatore e così la sua moderazione gli faciliterà la carriera verso l’episcopato e il cardinalato. Egli continua la sua docenza a Tubinga su posizioni di frontiera, quasi demiurgo dello spirito di apertura respirato negli anni del Concilio Vaticano II (1962-1965). Si impegna in una gigantesca opera di produzione teologica che interessa diverse problematiche: ecclesiologia, cristologia, ecumenismo. Riesce particolarmente difficile dar conto della sua vasta produzione libraria i cui titoli diventano bestseller a livello mondiale. Qualcuno lo qualifica “teologo ribelle”, qualche altro “uomo di dialogo” o anche “teologo coraggioso”.

Sulla spinta del Concilio Vaticano II si impegna in lavori di ecclesiologia: “Strutture della Chiesa “ (1962), “La Chiesa” (1967), che poi viene pubblicato in sintesi con il titolo ”Che cos’è la Chiesa?”. Egli analizza alla luce della Scrittura le note tradizionali (unità, cattolicità, santità, apostolicità). Dopo aver criticato la istituzione della Commissione, voluta dal papa Paolo VI, per studiare la pillola contraccettiva (1968) con il volume “Veracità” (1968) , egli sferra il suo attacco al papato e alla sua pretesa infallibilità con il provocatorio bestseller “Infallibile? Una domanda”, uscito in libreria il 18 luglio 1970, nella ricorrenza del centenario della definizione del Concilio Vaticano I sull’infallibilità del pontefice della Chiesa Cattolica.  La posizione teologica di Hans Kung è esaminata con preoccupata attenzione dalla Congregazione per la Dottrina della Fede e, ai primi  rilievi del card. Franjo Seper, egli risponde: «Non pretendo di avere sempre ragione e mi lascio puntualmente correggere da chi ha una migliore conoscenza del problema. Non voglio “demolire Roma”, come insinuano certi ambienti, ma ovviamente presumo di esserne capace; solo Roma stessa potrebbe farlo mediante l’incomprensione, l‘irrigidimento e l’arretratezza. Nella mia attività teologica mi occupo anche di “Roma” (altri cattolici non la vogliono più nemmeno sentir nominar), perché sono convinto della necessità e dell’utilità di un servizio petrino non soltanto per la nostra Chiesa ma per l’intera cristianità, La meta a cui tendo è una Chiesa che, nello spirito del Vangelo di Gesù Cristo, si identifichi con le ansie e i travagli degli uomini più di quanto non abbia saputo fare finora».

La dottrina, proposta dal prof. D. Hans Küng nei suoi libri, è decisamente censurata dal prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, card. Franjo Seper, con una prima dichiarazione firmata il 15 febbraio 1975. Passano alcuni anni e il 15 dicembre 1979 lo stesso prefetto con un decreto lo priva della missio canonica dichiarando “che il Professore Hans Küng è venuto meno, nei suoi scritti, all’integrità della verità della fede cattolica, e pertanto non può più esser considerato teologico cattolico né può, come tale, esercitare il compiuto di insegnare”.

Ed ecco la risposta del teologo svizzero alla “condanna di Roma”: «Non ho mai inteso negare le definizioni di fede del concilio Vaticano I, mettere in questione l’autorità del ministero di Pietro e, ancor meno, di fare della mia opinione personale la norma della teologia e rendere insicura la fede del popolo cristiano. Al contrario! Io ho semplicemente domandato come si possa fondare sulla Scrittura e nella tradizione la possibilità delle affermazioni infallibilmente vere, così come sono state espresse nel Vaticano I, tenendo presenti le note difficoltà teologiche. Questo, secondo me, non è un problema pretestuoso, ma reale, è il dibattito sull’infallibilità che ne è seguito a livello internazionale ha avuto almeno un vantaggio: moltissimi teologi, sulla cui cattolicità non si può assolutamente avanza dubbi, hanno riconosciuto che la domanda era necessaria e giustificata. Io prego quindi con insistenza che, facendo così, – ed ero ben conscio del rischio che correvo – ho inteso rendere un servizio alla nostra chiesa al fine di portare un chiarimento, con spirito di responsabilità cristiana, a questo problema che pesa su tante persone dentro e fuori la chiesa cattolica. È un problema centrale proprio ai fini di un avvicinamento alle chiese d’oriente, cui papa Giovanni Paolo II ha dato nuovo impulso pieno di speranze creando una apposita commissione. Quindi una nuova discussione del problema è imposta anche da punto di vista ecumenico».

Questa “incomprensione con Roma” e il contrasto con la linea di papa Giovanni Paolo II darà una decisa svolta al suo lavoro teologico ed egli si impegna nella ricerca ecumenica, esplorando le diverse religioni del mondo: l’islam, l’ebraismo, le religioni dell’Oceania, dell’Africa, delle Americhe e poi ancora quelle dell’India e della Cina.

Non si distacca dalla Chiesa cattolica per la quale lavora e sogna una riforma che trascorra dalla revisione del primato petrino, alla celebrazione dell’eucaristia presieduta da un laico (sacerdozio del popolo di Dio), alla partecipazione alla stessa di fedeli di altre chiese diverse dalla cattolica, all’ordinazione delle donne, ecc.

Saluta con speranza l’elezione a papa del suo vecchio collega Joseph Ratzinger e con lui ha un colloquio nella sede di Castelgandolfo il 24 settembre 2005. Nel comunicato emesso il 26 settembre 2005 si legge: «Il colloquio si è concentrato, pertanto, su due tematiche che recentemente rivestono particolare interesse per il lavoro di Hans Küng: la questione del Weltethos (etica mondiale) e il dialogo della ragione delle scienze naturali con la ragione della fede cristiana… Il Papa ha apprezzato lo sforzo del Professor Kung di contribuire ad un rinnovato riconoscimento degli essenziali valori morali dell’umanità attraverso il dialogo delle religioni e nell’incontro con la ragione secolare… Nel contempo il Papa ha riaffermato il suo accordo circa il tentativo del Professor Küng di ravvivare il dialogo tra fede e scienze naturali e di far valere, nei confronti del pensiero scientifico, la ragionevolezza e la necessità della Gottesfrage (la questione circa Dio). Da parte sua, il Professor Küng ha espresso il suo plauso circa gli sforzi del Papa a favore del dialogo  delle religioni e anche circa l’incontro con i differenti gruppi sociali del mondo moderno». 

Mi piace concludere questo ricordo del prof. D. Hans Küng richiamando alcune sue riflessioni sulla fine della vita: «In passato vedevo la morte dal punto di vista della vita, ora vedo la vita dal punto di vista della morte. Non so quando e come morirò. Forse verrò chiamato da Dio all’improvviso e mi risparmierò la necessità di prendere una decisione. Non mi lamenterei. Tuttavia, nel caso in cui debba decidere della mia morte, prego la mia volontà sia rispettata…

Poiché sono un cristiano credente, mi sento ispirato dal messaggio della risurrezione di Gesù Cristo, che ha infuso a molti, nella vita e nella morte, la speranza di una vita eterna…. Perciò, da cristiano credente, so che quando raggiungerò il mio eschaton, la fine della mia vita, non troverò ad attendermi il nulla, bensì il tutto che è Dio. La morte è l’ingresso nella vera patria, il ritorno al mistero di Dio e alla magnificenza dell’uomo il tutto che è Dio».

(Ed ecco la preghiera funebre di S. Nicola di Flüe, patrono della Svizzera)

“Mio Signore e mio Dio, fa’ che non resti me peso

che m’impedisca di salire verso di Te.

Mio Signore e mio Dio, conserva tutto in me

quanto accresce nel cuore l’anelito di Te.

Mio Signore e mio Dio, togli me stesso a me,

prendimi, umile cosa tutta di Te, per Te.”

Alla fine suggerisce la benedizione funebre sul suo feretro: “Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolge a te il suo volto e ti conceda pace” (Nm. 6, 24-26).

Sac. Pasquale Pirulli

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Settimana dell’Inclusione 2021: il Teatro Universitario Aenigma riceve il Premio Internazionale Inclusione 3.0

Con un evento online tenutosi nel pomeriggio di lunedì 15 marzo con base presso la Sala Sbriccoli della biblioteca didattica d’Ateneo dell’Università degli Studi di Macerata e il saluto del Magnifico Rettore Francesco Adornato, della prof.ssa Marisa Pavone (Università di Torino, presidente CNUDD/ Conferenza Nazionale Universitaria dei Delegati per la Disabilità), del prof. Luigi d’Alonzo (Università Cattolica di Milano e Presidente della SIPeS/Società Italiana di Pedagogia Speciale), la prof.ssa Catia Giaconi (Università di Macerata, presidente del Commissione scientifica del Premio Internazionale Inclusione 3.0, è stato conferito al Teatro Universitario Aenigma di Urbino il riconoscimento riservato alle iniziative che si sono distinte per aver attivato percorsi e progetti volti all’integrazione di persone con disabilità.

Insieme ai rappresentanti di esperienze di carattere inclusivo attivate in Italia, Kosovo, Ucraina, El Salvador, Spagna, Vito Minoia (direttore del Teatro Universitario Aenigma, nonché esperto di Teatro Educativo presso l’Ateneo Carlo Bo di Urbino e presidente della International University Theatre Association), ha ritirato il riconoscimento avente la seguente motivazione: «Il Teatro Universitario Aenigma, con oltre 25 anni di attività di teatro educativo inclusivo, si è distinto anche a livello internazionale per le numerose iniziative volte all’integrazione sociale di persone con disabilità. Ha permesso di promuovere significative esperienze interpersonali tra studenti con e senza disabilità ed ha permesso di mettere in scena le singole diversità realizzando così il profondo significato pedagogico e inclusivo del teatro».

I due progetti ai quali fa riferimento la motivazione, che hanno da poco tagliato il traguardo dei primi 25 anni di attività, sono nello specifico: la Rivista Europea «Catarsi, Teatri delle diversità» fondata dallo stesso Minoia con Emilio Pozzi (entrambi docenti all’Università di Urbino) e la significativa partecipazione scientifica di Andrea Canevaro e Claudio Meldolesi (Università di Bologna) e il laboratorio teatrale «Il coraggio di esprimersi» che ha dato vita alla Compagnia teatrale Volo libero nel Centro Socio Educativo Riabilitativo Margherita di Casinina di Sassocorvaro-Auditore, gestito dalla Cooperativa Sociale Labirinto.

A questa seconda iniziativa è dedicato il brano video dello storico spettacolo Non sparate agli uccelli realizzato dagli allievi del CSER pubblicato sul canale youtube dell’Università di Macerata all’indirizzo: https://www.youtube.com/watch?v=NMNeFUGkOR0 . La compagnia ha prodotto nel tempo 10 spettacoli teatrali che rimangono fortemente vivi nel ricordo della Comunità allargata che ogni volta si è raccolta con entusiasmo presso il Teatro Battelli di Macerata Feltria, tra i quali l’allestimento de l’ Incendio alla Cavaturaccioli oggi documentato nel volume Il piombo e l’orologio e altri scritti, pubblicato nella collana «Dalla pagina alla scena» per i tipi delle Edizioni Nuove Catarsi con testi di Andrea Canevaro, Michele Gianni, Celeste Gianni, Vito Minoia.

Nell’ambito della Settimana dell’Inclusione all’Università di Macerata, giovedì sera, 18 marzo 2021, saranno alcuni specialisti e un gruppo di studenti universitari a rivolgere alcune domande ad una rappresentanza del Teatro Universitario Aenigma e della Compagnia Volo Libero (collegamento alle ore 20.30 in diretta web radio al link https://www.unimc.it/it/unimc-comunica/events/eventi-2021/unimc-for-inclusion-2021 ).

Nel ritirare il Premio, Vito Minoia ha dichiarato: «Le due esperienze di studio e ricerca artistica ed espressiva riconosciute oggi dall’Università di Macerata hanno avuto un ruolo importante per me e per tanti compagni di viaggio nel determinare, negli ambiti specifici di riferimento, un’evoluzione del concetto stesso di “diversità”, un concetto culturalmente maturato sottraendosi progressivamente alle influenze ideologiche e al radicalismo dottrinario che avevano prevalso agli inizi della sua diffusione per essere sempre meglio riconosciuto come rappresentativo di una realtà umana da osservare e valorizzare in tutti i suoi aspetti (pedagogici, sociologici, antropologici, psicologici). Si è passati da un “dis-valore” inteso come oggetto di controllo, o nel migliore dei casi di tolleranza, a un “valore” per la cui tutela e per il cui rispetto siamo tutti impegnati a livello civile, a maggior ragione anche attraverso il teatro».

Saluzzo

I primi dieci anni di vita del Coordinamento Nazionale Teatro in Carcere

Fondato a Urbania (PU) il 15 e 16 gennaio 2011, in occasione dei lavori dell’undicesimo convegno promosso dalla Rivista europea “Catarsi-Teatri delle diversità”, oggi riunisce oltre cinquanta esperienze da 15 regioni italiane ed è stato riconosciuto come buona pratica dall’International Theatre Institute dell’Unesco che, nella stessa sede del convegno, ha collaborato all’istituzione dell’International Network Theatre in Prison nel 2019.

Il Coordinamento Nazionale Teatro in Carcere (www.teatrocarcere.it) è presieduto da Vito Minoia (docente universitario di origine turese trapiantato a Urbino, ndr), esperto di Teatro educativo inclusivo all’Università degli Studi di Urbino Carlo Bo e direttore della Rivista di Educazione e Formazione “Cercare-carcere anagramma di” che affianca dal 2017 la rivista-madre “Catarsi-teatri delle diversità” fondata nel 1996 con Emilio Pozzi e la partecipazione significativa di Claudio Meldolesi.

Dopo le prime dieci edizioni del convegno organizzate a Cartoceto, sempre in provincia di Pesaro e Urbino, nel 2011 a Urbania furono ricordate proprio le figure di Meldolesi scomparso nel 2009 (al quale si ispirava il titolo dell’iniziativa “Immaginazione contro Emarginazione”) e di Pozzi, scomparso nel 2010, fino a quel momento direttore della pubblicazione. Giuliano Scabia, anch’egli figura di riferimento per il convegno e la rivista, dedicò loro il racconto-evento “Scala e sentiero cercando il Paradiso” sugli anni di apprendistato con i suoi allievi all’Università di Bologna.

Diversi i traguardi raggiunti dalla Rete italiana del teatro in carcere. Ne annoveriamo alcuni, sicuri che possano essere d’auspicio per nuovi obiettivi di carattere artistico e pedagogico da ricercare, come sempre, in un innovativo orizzonte politico e democratico tra i diversi soggetti coinvolti nel tempo, a partire dai tanti detenuti e detenute (compresi anche i minori sottoposti a provvedimenti dell’autorità giudiziaria), fino agli operatori teatrali e agli operatori penitenziari passando per insegnanti, studenti, universitari in formazione.

Nel 2012 nasce a Firenze la Rassegna/Festival nazionale “Destini Incrociati”, l’evento annuale itinerante per eccellenza più partecipato giunto alla settima edizione; del 2013 è il primo triennale Protocollo d’Intesa per la promozione del teatro in carcere con il Ministero della Giustizia (prima con l’Istituto Superiore di Studi Penitenziari, poi con il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e il Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità) al quale aderisce nel 2015 anche l’Università Roma Tre (Intesa rinnovata nel 2016 e nel 2019). Nel 2014 è avviata la Giornata Nazionale del Teatro in Carcere in concomitanza con il World Theatre Day (27 marzo) promosso dall’ITI-Unesco: all’ultima edizione che ha preceduto la pandemia, la sesta-nel 2019, hanno concorso alla riuscita dell’evento 102 iniziative in 64 istituti penitenziari ed altri contesti esterni con la partecipazione di Enti pubblici e privati di 17 regioni italiane. Dal 2015, grazie al sostegno del Ministero per i Beni e le Attività Culturali il Progetto Destini Incrociati si articola anche in diverse iniziative territoriali che coinvolgono in rete 22 partners di 10 regioni.  Nel 2017 si dà vita al Premio Internazionale Gramsci, preludio della nascita nel 2019 dell’International Network Theatre in Prison (www.theatreinprison.org) con la celebrazione del World Theatre Day (26 marzo 2019) nell’istituto penitenziario di Pesaro grazie al Teatro Universitario Aenigma e all’ITI Italia anziché presso il Quartier generale Unesco di Parigi. Del 2020 invece è il Premio Speciale internazionale “Books for Peace” per l’impegno sociale promosso da una rete di associazioni affiliate all’Unesco.

Per la ricorrenza dei dieci anni, in segno di condivisione, sul sito www.teatridellediversita.it in libero accesso, sono stati pubblicati la diretta Zoom e diversi materiali multimediali relativi al XXI Convegno internazionale che la rivista “Catarsi-Teatri delle diversità” con il titolo “Dialoghi tra pedagogia, teatro e carcere” ha organizzato online il 29-30-31 ottobre 2020, a seguito dell’impossibilità di tenere in presenza l’evento. Parallelamente sabato 16 gennaio 2021 arriva la bella notizia del Primo Premio del Ministero dell’Interno di Madrid per lo spettacolo “Al limite” rappresentato un anno fa dai detenuti del carcere di Las Palmas (Gran Canarie) a conclusione di un progetto dedicato alla genitorialità positiva in carcere, grazie all’Associazione Hestia, all’Università di Las Palmas e alla collaborazione dell’Associazione Voci Erranti operante nel carcere di Saluzzo (Cuneo), diretta da Grazia Isoardi, tra gli organismi fondatori del Coordinamento Nazionale Teatro in Carcere.

Il Gruppo di Progettazione intero del CNTiC costituito, oltre che da Vito Minoia e Grazia Isoardi, anche da Ivana Conte (Associazione nazionale Agita), Gianfranco Pedullà (Teatro Popolare d’Arte), Valeria Ottolenghi (Associazione nazionale critici di teatro), Michalis Traitsis (Balamòs Teatro), Valentina Venturini (Università Roma Tre) ringrazia quanti hanno collaborato affinché in questi dieci anni si siano raggiunti così tanti risultati significativi operando con un grande senso comune di libertà, partecipazione e confronto e invita tutte le persone interessate a seguire le prossime attività, a partire dalla Giornata-evento dedicata alla Rassegna/Festival nazionale “Destini Incrociati” (settima edizione) programmata a Roma nella prossima Primavera (data da definire – informazioni in progress anche sulla pagina Facebook “Coordinamento nazionale teatro in carcere”). Il CNTiC inoltre richiama l’attenzione, già ripetutamente richiesta agli Stati membri da parte del Consiglio d’Europa per i Diritti Umani, affinché siano adottate misure che non comprimano i diritti fondamentali di detenute e detenuti nel momento di contrasto alla diffusione del Covid-19, entrato in molti istituti di pena (ricordiamo a riguardo anche le varie iniziative a favore della priorità di vaccinazione in carcere).

(Fonte: www.teatridellediversita.it)

Tronère

Non a caso si chiamano “Trònere”: tuoni dalla cucina turese

Nel dialetto turese, “trònere” altro non è che il plurale di ‘truène’ (adesso italianizzato ‘tuène’); uno di quei plurali in “–re” come: attène/attànere; cavàdde/cavàddere; ciùcce/ciòccere, prìse/prèsere. Ed è per questo che la parola “trònere” è usata in maniera impropria talvolta, perché se al ristorante devi ordinare due piatti, e altri ancora, non hai alcun problema e dici: “vorrei due, tre, quattro trònere”. Ma se ne devi ordinare uno solo vai sicuramente in difficoltà perché è un vero bisticcio dire: “mi porti un trònere”. Cioè, si finisce per commettere un grosso errore grammaticale se usiamo un articolo al singolare (un) con un nome al plurale (trònere). Si dovrebbe dire: “mi porti un (nu) truène”. La lingua dei trònere deve essere assolutamente corretta perché il cosiddetto dialetto turese è una lingua completa in ogni sua componente grammaticale. Dobbiamo abituarci a dire una volta per tutte: nu truène (un tuono); e due, tre quattro ecc. trònere. Singolare e plurale vanno distinti per lemma e per numero. Che ci vuole? Così come è un obbrobrio usare il femminile (le trònere) perché il tema in argomento (i trònere) è evidentemente un sostantivo maschile!!

A Turi “trònere” va detto e scritto con una sola ‘enne’. Altrove, forse, con due ‘enne’. Questo appartiene alla differenza fonetica che esiste, come sappiamo tutti, paese per paese nella nostra Puglia, anche a distanza di pochi chilometri, come Turi e Sammichele. Non c’è un codice rigido che possa imporre una scrittura unica per ogni città, per ogni comunità. Esistono differenze fonetiche e semantiche anche tra diversi rioni dello stesso paese, in base ad attività prevalenti, in base a distanze dal centro ecc. ecc. Se poi i ‘trònere’ sono prima nati a Bari o prima nati a Turi è la solita storia di lana caprina. Davvero bravo chi riesce a stabilire il momento esatto del bigbang agli albori dei tempi. Ma a che serve? Ci basta già la ‘ferrovia’ a inorgoglirci invano, una ciliegia per la quale si dimentica volentieri che ha il DNA germanico, per niente né sammichelino né turese.


Anche sulla preparazione dei “trònere” andrei cauto. Non credo sia opportuno stabilire scrupolosi disciplinari a casaccio e proporre esempi (per quanto onorevolissimi) che non calzano proprio bene nella disputa. Il piatto è popolare, per esempio, e il formaggio svizzero indicato da qualcuno da qualche parte è una ‘acquisizione’ recente, così come il capocollo di Martina è una specialità non proprio diffusa da queste parti, e tantomeno conosciuta alla stessa maniera nel passato. E poi, il nome con cui si chiamano questi involti di carne deve avere un senso, o no? Si chiamano ‘trònere’ (tuoni) perché al loro interno racchiudevano il peperoncino nella quantità gradita. Ed erano piccanti ed ‘esplosivi’ metaforicamente come tuoni. Anche se il consumo recente li ha decisamente modificati e resi più accessibili, più mangiabili. Che poi molti propongano preparazioni proprie ci sta pure nel gioco delle interpretazioni in cucina. Non si tratta di giudicare nessuno. I ‘trònere’ rimangono comunque un’altra delle nostre specialità da valorizzare.

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“Coloriamo tutti i muri, case vicoli e palazzi…”

Riccardo Cocciante ha ragione, sì, coloriamole queste pareti spoglie sparse per il paese, c’è una legge regionale che finanzia la decorazione dei muri condominiali che si affacciano alla vista di chi percorre le vie, utilizziamola!

A Turi un buon esempio l’ha dato Stefanio Spinelli, titolare di “Edilizia Spinelli” che ha chiamato l’artista Daniela Angelillo a decorare gioiosamente un muro di sua proprietà che s’affaccia da un vico sulla centralissima via Santa Maria Assunta. Bolle di sapone, viso di bimba che mettono allegria: un invito all’ottimismo in questo periodo di angosce.

Ci sono tante pareti vuote in giro per il paese e quanti bei disegni colorati si potrebbero realizzare per dare attimi di gioiosa visione ai nostri occhi indaffarati. Il Comune, le Associazioni si dovrebbero far promotrici della bellezza, individuando muri liberi, quelli più visibili, e intercettando i finanziamenti pubblici che sono a portata di mano.

Gli artisti a Turi non mancano, la ‘street art’ è l’occasione giusta per dar loro la possibilità di esprimersi al meglio e per la gioia della cittadinanza intera.