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“La staffetta della Memoria”, saggio del prof. Osvaldo Buonaccino d’Addiego

Nell’anno scolastico 1999/2000, il Prof. Osvaldo Buonaccino d’Addiego presentò un progetto di Storia Contemporanea dal titolo “IL VIAGGIO DELLA MEMORIA…. attorno all’uomo” rivolto agli alunni del triennio dell’ITES PERTINI di Turi. Il progetto, realizzato con la condivisione del dirigente scolastico prof. Deleonardis e di tutti i colleghi e personale scolastico, ha perseguito questo obiettivo: aiutare i giovani a capire, a conoscere, non solo utilizzando il libro di testo (che per la verità li allontana per il suo freddo anche se necessario nozionismo), ma utilizzando mezzi e strategie didattiche più consone al loro modo di apprendere.

Al termine del progetto, fatto da 10 lezioni basate sulla visione dei documentari storici e letture dei documenti, il Prof Buonaccino ebbe la brillante idea di tentare il coinvolgimento diretto di testimoni sopravvissuti alla Shoah, che con il loro racconto avrebbero aiutato gli alunni a capire che quanto appreso in classe non era frutto di fantasia o di ricostruzioni ad arte, ma si trattava di verità per la quale c’erano testimoni diretti, che portavano sulla loro pelle e nel profondo dell’anima i segni di un calvario atroce e indicibile. Nell’arco degli anni 2000-2016 i ragazzi dell’ITES PERTINI, ma anche molti ospiti che venivano a scuola attirati dalla unicità di questo evento, hanno ascoltato 16 testimoni e la loro storia toccante, drammatica, intensa, emozionante.

Il Prof. Buonaccino ha raccolto queste testimonianze nel saggio La staffetta della Memoria con l’obiettivo di lasciare traccia delle testimonianze ascoltate, perché, “quando la vita avrà concluso il suo percorso, i nostri amici non cessino di gridare tutto il loro dolore per le atrocità sofferte ma anche di esternare la loro fiducia per i giovani; e noi saremo i loro testimoni per sempre”.

                                                           Il Presidente del Centro. Studi “Aldo Moro”, Mimmo Leogrande

  • Il saggio del prof. Buonaccino d’Addiego sarà presentato a cura del Centro Studi ‘Aldo Moro’ domenica 22 maggio alle ore 19 presso la Chiesa Madre di Turi

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Certi Calvari del XVII secolo trasudano sangue. Fra Angelo da Pietrafitta nella Chiesa dei Riformati di Turi

Un esempio dei ‘crudi’ Crocifissi del Seicento meridionale è il maestoso Calvario della chiesa francescana di San Giovanni Battista a Turi: un gruppo ligneo policromo sistemato nella seconda cappella sul lato destro della navata comprendente: Crocifisso, Addolorata, San Giovanni Evangelista, Maddalena, Padre Eterno, Spirito Santo e due Angeli reggicalice.

Al centro è l’imponente figura del Cristo in croce ad attirare subito l’attenzione per quelle numerose sottolineature ‘veriste’ su un corpo orrendamente piagato, ferito, cereo, fortemente caricato dal punto di vista emotivo; l’artista scultore volutamente ha insistito sulle piaghe, i lividi, i fiotti abbondanti di sangue da ogni ferita aperta, quasi fossimo di fronte ad una scena horror. Il volto è sofferente, reclinato dal peso di una corona di rovi spinosi più volte girati intorno alla testa. Tutto è realizzato per stimolare la pietas popolare e la contemplazione partecipata, secondo le linee devozionali imposte dalla Controriforma.

Il Calvario turese può, con probabile certezza, essere attribuito al calabrese fra Angelo da Pietrafitta, nativo del cosentino, esponente di spicco di quella folta schiera di frati-intagliatori, i quali, spostandosi da un convento all’altro, hanno saputo riempire le chiese dell’Ordine Francescano del Sud Italia di arredi in legno e soprattutto di Crocifissi dolorosi, realizzati ‘alla spagnola’ sul modello imposto dal caposcuola degli scultori francescani, il siciliano fra Umile Pintorno da Petralia Soprana, il cui seguace più prossimo è stato proprio fra Angelo. Firma e datazione non accompagnano il gruppo scultoreo turese, ma i segni stilistici saltano subito agli occhi in quanto i Crocifissi attribuiti a fra Angelo nella Puglia centro-meridionale (una trentina circa) possono considerarsi delle vere e proprie ‘fotocopie’.

Nella scultura – scrive p. Benigno Francesco Perrone nella sua storia  dei ‘Conventi della Serafica Riforma di San Nicolò in Puglia’ (vol. 3°, pag. 52)  − si riscontrano tutti i connotati, che caratterizzano gli esemplari del maestro calabrese: il volto affusolato, la tornitura delle gambe, la discriminazione dei capelli, la conformazione del torace e il particolare disegno del perizoma”. Il Perrone assegna a fra Angelo anche l’Addolorata e San Giovanni, datando il tutto “attorno al 1697”; tuttavia esclude che la Maddalena, figura assente negli altri Calvari, sia opera del Pietrafitta; è probabile, quindi, l’aggiunta di questo personaggio forse dopo il 1742, visto che nell’Apprezzo del Feudo di Turi il ‘tavolario’ Luca Vecchione, descrivendo la cappella del Crocifisso dei Riformati, scrive: “…dipinto nelle mura, e lamia a fresco li misteri della Passione di Nostro Signore con l’altare in legno, e sotto di essa il Santo Sepolcro con vetriata davanti, il gradino di legname simile con nicchia in cui sta’ collocato il Crocifisso al naturale di rilievo, ed alla destra, e sinistra Nostra Signora Addolorata e S. Giovanni anche di rilievo al naturale…”. La Maddalena, come si può notare, non è menzionata, così come gli Angeli e il Padre Eterno. Il Vecchione, però, ci fornisce una preziosa informazione sull’aspetto originario della cappella: le mura erano dipinte a fresco con “…li misteri della Passione di Nostro Signore”.

La leggenda del Crocifisso che non volle lasciare il Convento

Narra la leggenda che fra Angelo da Pietrafitta scolpì due Crocifissi: uno per il Convento di Rutigliano e l’altro per un paese della sua Calabria. Durante il trasporto verso le terre calabresi di uno dei due Crocifissi avvenne qualcosa di straordinario proprio qui a Turi. Un forte temporale costrinse il convoglio a riparare presso il convento di San Giovanni. Quando smise di piovere si decise di riprendere il viaggio, ma ogni qualvolta si tentava di far uscire dalla chiesa il Crocifisso di fra Angelo veniva giù un forte acquazzone. Dopo vari inutili tentativi fu chiaro che il Crocifisso non ne volesse sapere di lasciare Turi. Si decise così di chiedere al Vescovo il consenso a far rimanere a San Giovanni la grande Croce sofferente. Da allora il Crocifisso dei Francescani è invocato dagli agricoltori turesi durante i periodi di forte siccità, affinché si ripeta il miracolo della pioggia. L’ultima volta è accaduto nel 1990. Dopo un lungo periodo asciutto, il 29 marzo venne deciso di portare in processione − non avveniva da 50 anni − il Crocifisso del frate-scultore. Come è tradizione l’effige del “miracolo” fece il giro del paese, portato a spalla dai sacerdoti.

Giovanni Lerede

Didascalie foto dall’alto: 1) particolare del volto martoriato del Cristo Crocifisso scolpito da fra Angelo da Pietrafitta (foto Giovanni Palmisano); 2) veduta d’insieme del gruppo scultoreo del Calvario nella chiesa San Giovanni Battista di Turi (foto Giovanni Palmisano); 3) processione per le strade di Turi del 1990 per invocare il miracolo della pioggia.

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“Dalla Donna alla Madonna. I gioielli di Rutigliano tra culto e devozione”. Mostra dall’8 marzo al 10 aprile 2022 al MuDiAS di Rutigliano

Dall’8 marzo, in concomitanza con la Giornata Internazionale che celebra la Donna, Palazzo Settanni e il MuDiAS (Museo di Arte Sacra) di Rutigliano divengono scrigno prezioso per un’inedita esposizione di gioielli che hanno dapprima adornato la mise delle donne rutiglianesi e, in seguito, le immagini sacre di Madonne e Santi. “Dalla Donna alla Madonna. I gioielli di Rutigliano tra culto e devozione” è il titolo della suggestiva mostra temporanea, promossa in collaborazione con gli enti ecclesiastici locali, che ha come intento quello di far conoscere l’usanza di offrire in dono i preziosi monili alla divinità, per richiesta di grazia o per grazia ricevuta e, ancor di più, di riscoprire il gioiello come una vera e propria opera d’arte. I gioielli votivi, o ex-voto, esposti nel museo ci raccontano il contesto culturale cronologicamente collocabile tra il Settecento e la prima metà del Novecento, testimoniando i mutamenti avvenuti nella società del XIX e del XX secolo.

Ad arricchire il progetto espositivo saranno due imperdibili eventi:

• Martedì 8 marzo 2022 – CENA INAUGURALE DELLA MOSTRA

Per l’occasione interverranno:

Giovanni Boraccesi, Responsabile Museo Didattico di Arte e Storia Sacra – MuDiAS, in: “I luoghi della devozione a Rutigliano”;

Rita Mavelli, Storica dell’arte – Centro Studi Giovanni Previtali in: “Dall’ornamento prezioso al dono votivo

Al termine dell’incontro, grazie alla felice collaborazione di Tortellino d’Oro-Gastronomia Dolce e Salata e della Cantina Torrevento, allieteremo i palati di tutti gli ospiti con una gustosa cena a tema. Accoglienza: ore 19.15. Ticket: € 18,00 (comprensivi di incontro culturale, visita alla mostra e cena)

La prenotazione alla cena evento è obbligatoria entro il 6 marzo, chiamando il numero 080 4761848, oppure scrivendo a museopalazzosettanni@gmail.com.

• Sabato 2 aprile 2022 – MUSICAL-MENTE DONNE

Serata concerto a cura di KOLEN TRIO: Francesca Borraccesi – clavicembalo; Giuseppina Greco – violino; Francesca Lippolis – violoncello. Accoglienza: ore 19.15. Ticket: € 10,00 (comprensivi di concerto e visita alla mostra).

La prenotazione è obbligatoria entro il 1° aprile, chiamando il numero 080 4761848, oppure scrivendo a museopalazzosettanni@gmail.com.

Come da normativa vigente, l’accesso al Palazzo sarà consentito esibendo il super green pass e indossando mascherina Ffp2. La mostra temporanea “Dalla donna alla Madonna. I gioielli di Rutigliano tra culto e devozione” resterà aperta al pubblico fino a domenica 10 aprile 2022 nei seguenti orari: Venerdì 10.30 – 12.30; Sabato 17.30 – 20.30; Domenica 10.30 – 12.30. È possibile visitare l’esposizione in altri giorni della settimana previa prenotazione. Ticket di ingresso: 3,00 € (comprensivi di passeggiata nel Museo e visita guidata alla Sala dei Gioielli). Partner ufficiali del progetto: Chiesa Santa Maria della Colonna e San Nicola di Bari, Rettoria di S. Anna, Rettoria di SS. Maria del Carmine, Convento delle Suore Crocifisse Adoratrici dell’Eucarestia.

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Pinacoteca Metropolitana di Bari, tre opere di Franca Maranò per la ‘Giornata del Contemporaneo’

Sabato 11 dicembre p.v., in occasione della diciassettesima edizione della Giornata del Contemporaneo indetta dall’AMACI (Associazione Musei d’Arte Contemporanea Italiani), la Pinacoteca Metropolitana “Corrado Giaquinto” di Bari (Lungomare Nazario Sauro) espone tre opere di Franca Maranò (Bari1920-2015) – Ricerca di origine n. 8/42 (1968), Cantastorie: La storia (1982), La paura (1985) – ricevute in donazione dagli eredi dell’artista.

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Franca Maranò, personalità multiforme di pittrice, scultrice, poetessa e ceramista, fondatrice nel 1970,  con altri cinque artisti della galleria ‘Centrosei’ di Bari, è stata la pioniera dell’arte al femminile nella Puglia del secondo Novecento. Ha esposto sue opere in importanti collettive in Italia e all’estero, tra cui il Maggio di Bari (1962), il Premio Termoli (dal 1963 al 1971), l’Expo Arte di Bari (1976, 1977, 1989), il “K18”, Stoffwechsel, Kassel (1981) e diverse edizioni di Art Basel a Basilea (dal 1981 al 1985). Alla produzione di dipinti e ceramiche, dagli anni settanta si affiancano: la serie dei Cuciti, sostituendo il colore con il filo, il pennello con l’ago e il ciclo degli Abiti mentali, realizzazioni polimateriche con tele medievali. Le opere donate alla Pinacoteca appartengono a vari periodi della produzione dell’artista e si aggiungono al pannello in ceramica smaltata, acquistata nel 1989.

Nel pomeriggio della stessa giornata, alle ore 17:30, presentazione della donazione a cura di Christine Farese Sperken, studiosa dell’artista. Ingresso libero per tutta la giornata.

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Anche quest’anno la manifestazione, promossa per raccontare la vitalità dell’arte contemporanea nel nostro Paese, generare nuove forme di coinvolgimento di pubblici e aumentare l’impatto sociale del museo nella comunità di riferimento, si avvale del sostegno della Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura, della collaborazione della Direzione Generale per la Promozione del Sistema Paese del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e del patrocinio di: Rappresentanza in Italia della Commissione Europea, Camera dei Deputati, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Ministero della Cultura, Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome, UPI – Unione Province d’Italia, ANCI – Associazione Nazionale Comuni Italiani e ICOM Italia.

Didascalie opere di Franca Maranò (Bari 1920 – 2015) esposte alla Pinacoteca Metropolitana (dall’alto)

• Cantastorie: La storia, 1982, tecnica mista su tela, cm 140×290.

• La paura. Dalla serie “I Saccenti”, 1985, acrilico su tela, cm 137×119.

• Ricerca di origine n. 8/42, 1968, olio su tela, cm 120×120.

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I fratelli Sanmartino a Santa Chiara. La chiesa delle Clarisse di Turi scrigno d’arte

Un documento d’archivio pubblicato da Christian De Letteriis ‘svela’ gli autori del maestoso altare maggiore settecentesco di Turi

Su un precedente articolo qui pubblicato, Giovanni Lerede ha lanciato un grido d’allarme circa le pessime condizioni in cui versano tre pregevoli statue di legno, collocate nella chiesa di Santa Chiara in Turi. Nel marzo 1949, dopo il crollo dovuto alla pubblica imperizia delle autorità del tempo, ignare d’aver per le mani un autentico gioiello, la chiesa delle Clarisse fu riacciuffata per i capelli in pochi anni dal Soprintendente Francesco Schettini, che la riconsegnò in pochi anni al culto. Ma l’antico edificio religioso, a tutt’oggi, non smette di riservare sorprese alquanto inaspettate.

L’ultima, in ordine di tempo, è la pubblicazione da parte di Christian De Letteriis, dottore in Conservazione dei Beni Culturali presso l’Istituto “Suor Orsola Benincasa” di Napoli, di un documento contabile ritrovato nell’Archivio Storico del Banco di Napoli, datato 1771, il quale recita:

“A Gennaro Sanmartino ducati trenta; E per esso all’argentiere Andrea Russo a complimento di ducati 188.51, poiché li mancanti ducati 158.51 li ha ricevuti in più paghe di contanti e polize e tutti detti ducati 188.51 sono per l’importo di la­vori ed ogni altro fatto di sua arte come siegue per il Monastero delle Monache di Turi, cioè la portellina di argento con boccaglio di rame dorato, con la cas­setta di legname con vestitura di ottone martellato e stuccantato, i sdragalletti di rame dorato per la carta di Gloria da principio e lavabo e raggi di simil rame per la custodia e due cornacopi di rame dorato per li capoaltari con lampade e boccagli per li torcieri di rame inargentato, ed il tutto come sopra aggiustato e convenuto nel seguente modo cioè ducati 15.40 per l’importo del rame occorso ne suoi lavori in libbre 44 alla ragione di grana 35 la libbra, ducati 12.77 per lo peso dell’argento della portellina e chiavetta in oncie 11 e trappesi 8 alla corri­spondente ragione di ducati 13.60 la libbra, ducati 42 per zecchini dieci e trape­si due occorsi per l’indoratura di tutti detti lavori alla ragione di ducati 4 ognu­no, compresovi tutto il magistero ducati 4.50 per inargentatura occorsa per det­ti lavori ducati 4.94 per libbre 19 di ottone occorse nella detta casetta a grana 26 la libbra. Ducati 1.90 per la spesa della casetta di legname, mascatura e chiavet­ta di ferro nella portellina e per le cartepecore dell’Imprincipio e lavabo e duca­ti 107 per lo prezzo tra di loro convenuto della manifattura di tutti detti lavori, compresovi i modelli e tutta la saldatura di argento bisognata in detti lavori di rame e poiché detti soli lavori ed ogn’altro il sudetto Andrea Russo si è dichiara­to contento e sodisfatto de sudetti prezzi e valori, per cui non ha altro per li detti lavori che pretendere, quindi è che dichiarandosi da esso, che in tal pagamen­to si fa ad esso Andrea Russo in nome e parte del detto Monastero e di suo pro­prio denaro; e con sua firma con autentica di notar Francesco Maria Castellano.”

Dalla contabile si evince come le Clarisse di Turi avessero in precedenza già corrisposto più pagamenti a mezzo contante per 158,51 ducati, all’argentiere napoletano Andrea Russo, e che la suddetta sia servita a saldare gli ultimi 30 ducati dei 188,51 a contratto. I lavori previsti riguardavano le decorazioni argentee, in particolar modo gli ornamenti del maestoso nuovo altare maggiore realizzato a compimento dei sostanziosi lavori di ampliamento della Chiesa.

Da quanto detto si può ben affermare, che con molta probabilità anche i precedenti pagamenti siano avvenuti per interposta persona del Regio ingegnere Gennaro Sanmartino, nella duplice veste di ideatore-progettista e di supervisore-appaltatore dell’intera opera. Secondo il De Letteriis, nella realizzazione della possente ancona d’altare, emerge la soverchiante personalità artistica dell’ingegnere napoletano, che sfruttando e vincolando la scaltrita pratica artigianale di un’ancora anonimo marmoraro, riesce a conferire “sodezza all’impianto tettonico, contrappuntato da ornamenti di una finezza non comune, concessi con rara parsimonia”.

Gennaro Sanmartino operava spesso in sinergia creativa col ben più noto fratello maggiore Giuseppe, oggi conosciutissimo a livello internazionale per la realizzazione dell’iconica scultura barocca dello splendido “Cristo Velato”, presso la Cappella Sansevero a Napoli, voluta dall’egocentrico principe Raimondo di Sangro. Tale sinergia si concretizza in una corposa presenza dei Fratelli in Puglia, documentata a Taranto, Monopoli, Foggia, Martina Franca, Giovinazzo e San Severo. Ciò a sottolineare la loro predilezione per le ricche province pugliesi, da cui provenivano molte delle loro committenze da parte dell’entourage amministrativo del Regno.

Proprio l’analisi documentaria e stilistica sui lavori eseguiti dai Sanmartino presso la Cattedrale di Giovinazzo e la Collegiata di San Martino in Martina Franca, hanno consentito al De Letteriis di parlare dell’altare maggiore di S. Chiara in Turi, come di un esempio della personale declinazione dei Sanmartino nel lessico tardo-barocco, “fatta di chiarezza nell’intelaiatura architettonica fortemente sbalzata; di una netta distinzione tra le parti e ricchezza delle essenze marmoree adottate; dell’utilizzo  discreto degli inserti plastici al fine di non scemare l’integrità strutturale degli organismi di supporto”. Inoltre, quale profondo conoscitore della straordinaria “Civiltà napoletana del marmo lavorato”, in virtù di inequivocabili concordanze stilistiche, pur in presenza di un manufatto seriamente danneggiato dal crollo del ‘49,attribuisce a Giuseppe Sanmartino la manifattura del paliotto dell’altare turese, realizzato con una specchiattura impiallacciata di bariolè di Francia, sul quale è applicato un clipeo a rilievo in marmo, dall’altissima tenuta esecutiva, raffigurante “La Gloria di Santa Chiara”.

L’attribuzione sarebbe confermata anche sotto l’aspetto cronologico della produzione dei due Fratelli in Puglia. Infatti, la data di ultimazione dell’altare turese, 1771, si pone in linea con le presenze di Giuseppe nel 1769 a Foggia, nel 1770 a Taranto e Monopoli e nel 1771 a Martina Franca insieme a Gennaro a cui era stato affidata nel 1769 la progettazione dell’altare nella Chiesa di S. Martino.

Quanto detto sin ora mostra chiaramente il buon gusto artistico delle Clarisse di Turi committenti dell’opera e delle loro spiccate doti patrimoniali, atte a far fronte alle consistenti spese di ristrutturazione del convento e di ampliamento della chiesa. G. Borracesi, storico dell’arte, riporta come dal Catasto Onciario del 1751, il patrimonio delle Clarisse risultasse il più consistente del paese, grazie alle cospicue rendite che esse ricavavano dai beni in loro possesso, oggetto di elargizioni effettuate dalle famiglie nobiliari turesi, e non, per l’ingresso delle loro figlie nell’Ordine. A mio modo di vedere l’altare di Santa Chiara, può essere quindi ben annoverato tout-court quale importante e prestigioso esempio dell’arte tardo-barocca napoletana in terra di Puglia, meritando insieme alla chiesa tutta, il rispetto di una comunità che sin ora non ne ha colto appieno le enormi potenzialità.

Pietro Pasciolla

Fonti

• Documento: Archivio Storico del Banco di Napoli – Fondazione, Banco del SS. Sal­vatore, giornale di cassa, matr. 1677, 4 giugno 1771, ff. 427-428.

• Christian De Lettriis “La chiesa di san Lorenzo a San Severo: gli interventi di Giuseppe e Gennaro Sanmartino, Vincenzo d’Adamo, Antonio Belliazzi, Cristoforo Barberio. Nuovi documenti” in ‘Atti del 39° Convegno Nazionale sulla Preistoria – Protostoria – Storia della Daunia” dell’Archeoclub di San Severo, Anno 2018-19.

Giovanni BorracesiLA CHIESA DI SANTA CHIARA A TURI” in ‘Fogli di periferia, anno VI, n1/giugno 1994, ed. Vito Radio.

Didascalie foto:

1) Paliotto dell’altare maggiore della Chiesa di Santa Chiara di Turi in bariolè di Francia sul quale è applicato un clipeo a rilievo di altissima qualità raffigurante “La gloria di Santa Chiara” attribuito a Giuseppe Sanmartino (foto ‘Il Viandante’).

2) Veduta dall’alto dell’unica navata della Chiesa delle Clarisse con sullo sfondo l’altare maggiore realizzata dai F.lli Sanmartino (foto Fabio Zita).

3) Particolare del bellissimo “Cristo Velato”, l’opera più conosciuta di Giuseppe Sanmartino (foto dal web).

Raffaele-Valentini

Concorso letterario della Casa Editrice “Montag”, il romanzo inedito di Raffaele Valentini secondo classificato

L’ultima fatica letteraria del prof. Raffaele Valentini, direttore del nostro magazine, ha ricevuto un importante riconoscimento. Nella seconda edizione del Concorso Internazionale di Narrativa 2021 indetto dalla Casa Editrice “Montag” (Marche) il nuovo romanzo, ancora inedito, “I fiori sono righe rosse e bianche” è risultato tra le cinque opere finaliste.Nata nel settembre del 2007, la casa editrice marchigiana ha l’obiettivo di incentivare l’arte della scrittura e dare visibilità ai talenti emergenti. Oltre 200 le opere inedite in gara per questa seconda edizione: un numero ragguardevole, che se da un lato ha costretto la Redazione ad affrontare un’importante mole di lavoro, dall’altro ha rappresentato la migliore ricompensa per chi ha ancora voglia di scommettere su autori e autrici, in un mondo editoriale come quello italiano, complesso e difficile da scalare.

L’esito finale dell’edizione 2021 ha visto quale opera prima classificata: “Mizzy, ovvero Il Vecchio Costillo e la miniera”, di Gianpietro Scalia, mentre al secondo posto è risultato il nostro Raffaele Valentini con “I fiori sono righe rosse e bianche”. A seguire: “Sorridi” di Irene Barbagallo, “Il diario di Leroy Dabrowsky” di Mirko Genovese“L’attesa” di Umberto Chiri.

All’amico Direttore i complimenti della Redazione de ‘il paese magazine’ per questo ennesimo traguardo, nella speranza di vedere al più presto in libreria il nuovo romanzo, terzo in ordine di tempo dopo “La prigione sotto la neve” (Manni Editore) e “Ci sarà tempo per chiedermi” (Edizioni ‘Il Papavero’).

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San Filippo, San Felice e Santa Candida. Patrimonio di arte e fede che rischia di sparire

Due statue e un reliquiario della Chiesa delle Clarisse di Turi

A Turi sono molte le opere d’arte da restaurare. Tre di queste sono da salvare urgentemente per strapparle non solo alla distruzione definitiva ma anche all’immeritato oblio nel quale sono cadute da decenni, eliminate dal culto, ignorate e abbandonate al loro destino. Eppure si tratta di statue lignee che risalgono quasi certamente alla seconda metà del XVIII secolo, quando la chiesa delle Clarisse subì una profonda trasformazione. Le statue sono ciò che resta del ricco apparato sacro della Chiesa di Santa Chiara andato in parte disperso dopo la soppressione dell’annesso convento, complesso religioso edificato nel cuore del paese grazie – come scrive Giovanni Boraccesi – alla “generosa beneficenza dei fratelli Vittorio (canonico) ed Elia de Vittore che, ultimato nel 1631, fu destinato ad educandato femminile”.

Le tre sculture di legno dipinto rappresentano, a figura intera su base sagomata, San Filippo Neri e San Felice da Cantalice, mentre a mezzobusto è il reliquiario di Santa Candida. I due Santi, come si può leggere nel ‘Notamento’ firmato dal Sindaco Lomastro e datato 1811, erano sistemati su rispettivi altari: “Nell’altare di S. Felice a Cantalicio vi è la statua di pietra del detto Santo (le due statue, in realtà, sono di legno, ndr). In quello di S. Filippo Neri vi è la simile statua”. La dedica di specifici altari dimostrerebbe che non solo le signore monache ma tutti i turesi avevano a cuore anche il culto verso questi due Santi, che in vita si conoscevano ed erano amici essendo nati entrambi intorno al 1515 (wikipedia.it); la devozione, mano a mano scomparve o si affievolì notevolmente, presumibilmente dopo quel dicembre 1891 quando – come riferisce Don Pasquale Pirulli – “le soppresse Monache chiariste di Turi abbandonarono volontariamente il fabbricato del loro Monastero…”, probabilmente a causa delle continue pressione da parte delle Autorità comunali che reclamavano a gran voce il possesso sia della chiesa sia del convento.

I due altari catalogati nel 1811 sono scomparsi, distrutti con ogni probabilità dal crollo della volta avvenuto nel marzo 1949 o forse già abbattuti in precedenza; da allora le sopraddette sculture dovettero passare in deposito, prima visibili nel coro superiore, attualmente occluse alla vista di tutti in una camera-deposito adiacente la sacrestia. Il Tavolario Vecchione, nel suo ‘Apprezzo’ del 1746 non cita né gli altari né le statue di questi Santi, segno che a quel tempo gli uni e le altre ancora non c’erano in Santa Chiara (il frate cappuccino San Felice da Cantalice fu canonizzato solo nel 1712). Si può ipotizzare che i due Santi possano essere stati ‘sponsorizzati’ dalle badesse in carica in quegli anni, oppure sostenuti da qualche abbiente del paese, nel contesto dell’edificazione del nuovo monumentale altare – un recente studio di Christian De Letteriis ne assegna la realizzazione a Giuseppe e Gennaro Sanmartino (vedi l’articolo di Pietro Pasciolla pubblicato su ‘il paese’ 294/giugno 2021) ­– con la grande tela del pittore campano Carlo Amalfi (1770) e della trasformazione di tutta la chiesa conventuale, grazie alle “cospicue rendite che le Clarisse ricavavano dal proprio patrimonio… il più consistente del paese” come riferisce sempre lo studio di Boraccesi.

Le effigie di San Filippo e San Felice appaiono come sculture realizzate da un unico artista di buona esperienza: il Santo cappuccino ha la figura dinamica nella posa delle gambe e nell’abbraccio del Bambin Gesù. San Filippo, sguardo rivolto al Cielo, ha il lungo camice sacerdotale arricchito di pieghe, la casula (o pianeta) e il manipolo appoggiato a un braccio, impreziosite da dorature e decorazioni floreali. Quest’ultima scultura si mostra come la più danneggiata (una delle mani è priva delle dita), ma entrambe sono state attaccate dal tarlo e presentano distacchi di colore. Un restauro, quindi, è urgente se le si vuole salvare per restituirle, come è doveroso, al patrimonio storico-artistico della nostra città.

La malasorte ha colpito anche la terza scultura, sicuramente più antica, appartenuta alle Clarisse: il mezzobusto-reliquiario di Santa Candida martire e vergine. L’immagine, come le altre, è scolpita in legno, ha la veste dorata e tra le mani ha la palma e il libro. Il mezzobusto poggia su una base con un vano finestrato dove è riposto un osso cranico. È molto deteriorata a causa del cattivo stato di conservazione e del tarlo. Vecchione nel suo ‘Apprezzo’, a proposito del “Monastero di donne Monache sotto il titolo di S. Chiara”, scrive: “A man sinistra sonovi tre Cappelle anco dentro muro, la prima sotto il titolo di S. Marco Jus Patronato del Reverendo Capitolo, la seconda di S. Domenico Jus Patronato della Camera Baronale, la terza di S. Candida, tutte e tre con l’Altare di fabbrica, e gradini di legno…”. Vi era un altare dunque dedicato a questa Santadei primi secoli del cristianesimo; Boraccesi data il busto-reliquiario al Seicento, il sindaco Lomastro, però, stranamente non lo cita nel suo inventario d’inizio Ottocento.

Fonti bibliografiche

  • Giovanni Boraccesi, “La Chiesa di S. Chiara a Turi”, in ‘fogli di periferia’ anno VI, n. 1/giugno 1994, ed. Vito Radio;
  • Don Pasquale Pirulli, “La fondazione e il patrimonio del Monastero di Santa Chiara in Turi”, in ‘sulletracce’, quaderni del Centro Studi di Storia e Cultura di Turi n. 5-6-7/2002-2004, Schena editore.
  • Pietro Pasciolla, “I fratelli Sanmartino a Santa Chiara”, in ‘il paese’ 294/giugno 2021
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Cavalleria Rusticana: evento sold out dell’estate turese, ottimamente diretto da Ferdinando Redavid

Sono le ore 23;11 di sabato 7 agosto ed una standing ovation decreta il successo della colossale e straordinaria Cavalleria Rusticana messa in scena nella significativa cornice dell’Oratorio,  fondato da Mons. Don Giovanni Cipriani,  sede della Banda Città di Turi, nella quale proprio il direttore d’orchestra e ideatore del Festival del Belcanto, Ferdinando Redavid, ha mosso i primi passi nel mondo della musica, come clarinettista. La volontà, sin dall’inizio, del regista Luciano Mattia Cannito è stata quella di dare un taglio cinematografico alla rappresentazione mediante il coinvolgimento del territorio, col fine di appassionare divertire e coinvolgere un pubblico eterogeneo, non più di nicchia. In virtù di tale mission, il meraviglioso allestimento scenografico allestito dallo scenografo Damiano Pastoressa, ben si è prestato alle scene di contesto che nell’opera di Mascagni scandiscono l’evolversi del dramma.

Quindi, sono state le note del Preludio intonate dall’Orchestra Sinfonica Metropolitana di Bari, ottimamente diretta dal maestro Ferdinando Redavid, e la danza del corpo di ballo dell’Accademia Chi è di scena!? e di UNIKA a introdurci in punta di piedi nell’atmosfera sonnecchiante di un paesino meridionale e delle sue campagne al primo albeggiare della Domenica di Pasqua. Poco dopo ecco udirsi il suono delle campane a festa che scandisce il ritmo della vita di paese e riannoda i fili di quella società arcaico-rurale protagonista della novella verghiana, della quale la musica di Mascagni, riesce a incarnarne appieno gli odori, i colori, i sentimenti contrastanti e passionali, che divampano e tengono il pubblico col fiato sospeso nel vorticoso concatenarsi di eventi e tragiche fatalità, proprio come nella miglior tradizione del teatro greco-antico.

In ciò si è rivelata indispensabile la presenza dell’Alter Chorus di Molfetta, che con trasporto ha interpretato arie, come “Gli aranci olezzano” delle donne appena uscite dalla chiesa, “In mezzo al campo tra le spighe d’oro” degli uomini in piazza, ma in particolar modo l’aria “Inneggiamo, il Signor non è morto”, canto intriso della spiritualità e sacralità dei Riti della Santa Pasqua, alla quale si antepone il dramma carnale della passione e della gelosia ma anche del disonore e della vendetta che va ad aumentarne il ‘pathos’.

I protagonisti entrano poco per volta in scena a partire da Turiddu interpretato dal giovanissimo tenore napoletano di ampie prospettive Enrico Terrone Guerra, mentre intona la serenata dedicata a Lola intitolata “la Siciliana”, il tutto sotto gli occhi celati della sua fidanzata, un’atterrita Santuzza interpretata dalla straordinaria Valentina De Pasquale, debuttante nel ruolo, la quale si reca presso la locanda di Mamma Lucia, madre di Turiddu interpretata dall’esperta mezzosoprano turese Angela Alessandra Notarnicola, intenta a preparare il vino per i festeggiamenti che avranno luogo in piazza dopo la messa. All’invito della donna a entrare in casa, la ragazza rifiuta, rivelandole un’amara verità: Turiddu la tradisce. Prima di partire per il servizio militare, il ragazzo si era promesso a Lola, che tuttavia per il protrarsi della leva, stanca di aspettare, dopo un anno si era sposata con Alfio. Al suo ritorno, per ripicca, Turiddu si era allora fidanzato con Santuzza, ma successivamente aveva preso ad approfittare delle assenze di Alfio per riannodare una relazione clandestina e libertina con Lola. Lucia non crede alle parole di Santuzza, ma il loro discorso è interrotto dagli schiocchi di frusta e dai sonagli annunzianti la baldanzosa entrata in scena del carrettiere Alfio, interpretato dal baritono Gangsoon Kim, molto ben calato nella parte, che intona la spigliata e briosa canzonetta “Il cavallo scalpita”. Poco dopo arriva lo stesso Turiddu, che insieme a Santuzza da vita al duetto “Tu qui, Santuzza” nel quale l’una accusa, l’altro reagisce con ira non sopportandone la gelosia, in un rapido crescendo interrotto dall’intonazione in lontananza dello stornello “Fior di giaggiolo” da parte dell’agghindata Lol,  interpretata dall’ottima presenza scenica della mezzosoprano Mariangela Zito, la qualeprovoca Santuzza, con Turiddu che ha il suo bel da fare per fermare l’ira di Santuzza, la quale all’apice del parossismo scaglia su Turiddu la maledizione “A te la mala Pasqua, spergiuro!”

Poi riappare in scena compare Alfio, che chiede a Santuzza dove sia sua moglie venendone a scoprire l’intera tresca. S’apre cosi il duetto nel quale da una parte Santuzza pentita si dichiara infame per aver denunciato gli amanti, dall’altra il carrettiere duramente colpito nell’onore in preda all’ira giura ripetutamente la sua vendetta ed esce di scena.

Con questi stati d’animo contrastanti ci si avvia dunque all’intermezzo orchestrale, a melodia spiegata, dalla chiara impronta religiosa, voluta da Mascagni a rivangare che il dramma si sta consumando in una giornata sacra, il giorno di Pasqua, lanciando all’ascoltatore quel che è, un inno alla sacralità della vita, resa tale proprio dalla resurrezione del Signore.

L’ultima parte dell’unico atto s’apre con i paesani tutti o quasi che si recano all’osteria di Lucia, dove Turiddu intona uno stornello popolare “Viva il vino spumeggiante” brindando allegioie della vita, (per lui le ultime). In piazza ritorna Alfio, al quale Turiddu ignaro offre un bicchiere di vino, che questi rifiuta sdegnosamente, e tutti comprendono che voglia sfidare il rivale. Turiddu accetta la sfida e getta per terra il vino appena versato. Inizia l’inesorabile cerimoniale della “Cavalleria Rusticana” che vede le donne scappare impaurite, e gli uomini creare capannelli vocianti attorno ai due contendenti all’arma bianca. Mentre l’orchestra tace, i due s’abbracciano e Turiddu morde l’orecchio destro di Alfio che chiede “soddisfazione”. Turiddu sa di essere nel torto e si lascerebbe anche uccidere per espiare la propria colpa, ma non può lasciare sola Santuzza, disonorata dal suo tradimento, dunque combatterà con tutte le sue forze secondo la legge d’onore.

Prima del duello Turiddu chiama la madre per essere benedetto e raccomandarle Santuzza se non dovesse tornare, poi corre via. Lucia comprende solo allora quanto fossero vere le parole di Santuzza, e mentre le due donne si abbracciano già in preda alla disperazione, si ode lontano un mormorio avvicinarsi funesto, col suo carico tragico, e nel silenzio dell’orchestra in fondo alla piazza, una popolana lancia “il Grido” agghiacciante, seguito da “Hanno ammazzato compare Turiddu” con le donne del paese che accorrono in piazza per stringersi attorno alle due donne e gli uomini che si affrettano a raggiungere il luogo del duello con l’orchestra che sottolinea il dramma di Santuzza, riprendendone e scandendone fortissimo il tema della maledizione da essa lanciata.

Questa la breve trama dell’Opera-evento per la nostra cittadina, che non poteva non far registrate il Sold out, ripagando dell’impegno e dei sacrifici profusi l’organizzazione e tutti coloro che hanno incessantemente lavorato per regalare al pubblico le emozioni che la lirica dal vivo riesce a donare.

In chiusura, riceviamo e riportiamo i ringraziamenti del direttore artistico Ferdinando Redavid: “Grazie di cuore a tutta l’Amministrazione comunale nella persona del sindaco, la dott.ssa Tina Resta, e al Vicesindaco Graziano Gigantelli per il loro fattivo sostegno al nostro progetto. Grazie anche alla Regione Puglia, alla Città Metropolitana di Bari, alla Nuova Proloco di Turi e alla sua straordinaria presidente Rina Spinelli, a Teatri di Bari e Teatro Kismet, a Tempus srls e al Consorzio Teatro Saverio Mercadante di Cerignola, al Comitato Promotore Pietro Mascagni, a Turpuglia per il grande aiuto. Ringrazio lo straordinario regista Luciano Mattia Cannito, grande professionista e persona eccezionale e Lara Cannito, giovane ma già bravissima professionista. Tutto il cast: Valentina De Pasquale, Enrico Terrone Guerra, Gangsoon Kim, Angela Alessandra Notarnicola e Mariella Zito. Che dire, non potevo chiedere artisti tanto straordinari! Ringrazio davvero tutti, sponsor, collaboratori, tecnici, volontari. La lista è davvero lunghissima e vorrei che il mio sentito abbraccio raggiungesse ognuno di loro. Grazie al numerosissimo pubblico per aver creduto in noi, per gli applausi sinceri che hanno suggellato il successo dell’evento. Che sia l’inizio di un’avventura meravigliosa, che porti Turi a diventare, davvero, la città della lirica. E della bellezza”.

Pietro Pasciolla

Didascalie Foto (dall’alto) – Duetto “Mamma, quel vino è generoso” tra Turiddu e Mamma Lucia (foto Barbara Morra); il cerimoniale della ‘Cavalleria Rusticana’ tra Alfio e Turiddu (foto Barbara Morra); i paesani cantano “Gli aranci olezzano” (foto Claudio Spada); il grido finale “Hanno ammazzato compare Turiddu” con Santuzza e mamma Lucia disperate (foto Barbara Morra).

Allievi_CarmelaApollonio_FerdinandoRedavid

Le prime due serate del ‘Festival del Belcanto’. Attesa per ‘Cavalleria rusticana’

Nella serata del 3 agosto si è inaugurato a Turi, in Piazza Antico Ospedale, il Festival del Belcanto, giunto quest’anno all’XI edizione per la caparbia volontà del clarinettista e direttore d’orchestra turese Ferdinando Redavid e della sua Associazione ‘Chi è di scena!?’. Nato con l’obiettivo di valorizzare il canto, la musica, il teatro e la danza, il Festival ha negli anni acquisito notevole importanza nell’ambito della Città Metropolitana di Bari, elevando la cittadina di Turi, con il suo patrimonio storico ed artistico, a punto di riferimento internazionale della lirica.

L’edizione 2021 è all’insegna della rinascita della lirica in presenza dopo il doloroso arresto dell’intero settore a causa della pandemia. Ciò è stato reso possibile grazie ai prestigiosi partner che sostengono l’evento: Regione Puglia, Città Metropolitana di Bari, Comune di Turi, Nuova ProLoco Turi, TurPuglia, Consorzio Teatro S. Mercadante di Altamura, Consorzio Teatri di Bari (Kismet), Tempus srls di Cerignola, Comitato Promotore Maestro Pietro Mascagni; e grazie anche al finanziamento erogato dal ‘Programma Straordinario 2020 in Materia di Cultura e Spettacolo e Sostegno Anno 2019 In Materia di Spettacolo dal Vivo’ e dal sostegno di ‘Gielle Industries’ di Altamura.

Quest’anno la scelta programmatica del Festival è ricaduta sul compositore livornese Pietro Mascagni, che proprio in terra di Puglia, nella bella Cerignola, compose quell’Opera lirica emblema del verismo musicale: ‘Cavalleria rusticana’ tratta dall’omonima novella di Giovanni Verga, in cui si incarnano le lacrime e le speranze del nostro Meridione. L’XI edizione si articola in tre serate, il 3 – 4 e 7 agosto, con le prime due di studio e preparazione alla messa in scena dell’Opera suddetta nell’Atrio dell’Oratorio di Turi sabato 7 agosto. La prima serata del 3 ha visto, nella prima parte, lo svolgimento di un convegno sulla figura di Mascagni al quale sono intervenuti illustri relatori quali: Cesare Orselli, docente di Storia del Teatro musicale e di Storia ed Estetica della Musica, autore della pubblicazione “Pietro Mascagni”, edita da Neoclassica nel 2019; Dinko Fabris, critico musicale, responsabile del settore scientifico del nuovo Dipartimento di Ricerca, Editoria e Comunicazione del Teatro San Carlo di Napoli; Antonio Galli, presidente Proloco Cerignola, studioso ed esperto di Mascagni; la turese Annalisa Rossi, dirigente MIBAC – Soprintendenza Archivistica e Bibliografica della Lombardia, della Puglia e della Basilicata; Eraldo Martucci, giornalista del ‘Nuovo Quotidiano di Puglia’, ‘OperaClick’ e vicepresidente della Fondazione ICO ‘Tito Schipa’ in rappresentanza del Comune di Lecce, moderati dalla musicologa e giornalista di ‘Repubblica’ Fiorella Sassanelli. La seconda parte della serata è stata dedicata al conferimento del Premio Belcanto 2021 al soprano Carmela Apollonio, oggi docente al Conservatorio Musicale “Nino Rota” di Monopoli, distintasi per l’eccezionale talento e per la lunga, brillante carriera artistica. Durante la serata, presente anche il sindaco di Turi Tina Resta, sono stati chiamati ad esibirsi sul palco della premiazione gli allievi della soprano Apollonio, accompagnati al pianoforte da Nunzio Delloiacovo.

Il 4 agosto, il Festival si è trasferito in Piazza Capitan Giuseppe Colapietro (corte del Palazzo Marchesale) per accogliere il prologo alla ‘Cavalleria Rusticana’. Durante il picevole incontro, la verve comica di Antonio Stornaiolo ha condotto il pubblico presente ad appassionarsi al tema attraverso la recitazione di alcuni passi della novella di Giovanni Verga, interpretata dall’elegante regista e autrice Teresa Ludovico. Il tutto condito dall’impareggiabile passione e conoscenza di Mascagni da parte del Prof. Cesare Orselli.

Ora l’attenzione degli appassionati è rivolta a sabato 7 agosto, ore 21,30, quando nell’Atrio dell’Oratorio, accanto alla Chiesa parrocchiale Maria SS. Ausiliatrice, verrà allestita la famosa opera di Mascagni, per la regia di un professionista di fama internazionale, qual è Luciano Cannito, e la scenografia di Damiano Pastoressa. All’interpretazione sono stati chiamati: Dario Di Vietri nel ruolo di Turiddu, Valentina De Pasquale nel ruolo di Santuzza, Gangsoon Kim nel ruolo di Alfio, Mariella Zito nel ruolo di Lola e la turese Angela Alessandra Notarnicola nel ruolo di Mamma Lucia. La direzione musicale è affidata al maestro Ferdinando Redavid, che dirigerà l’Orchestra Sinfonica Metropolitana di Bari e l’Alter Chorus di Molfetta. Non resta che metterci seduti e vivere l’opera. Evviva l’Opera!

Pietro Pasciolla

Nelle foto, dall’alto: 1) la soprano Carmela Apollonio, attorniata dai suoi allievi, dopo aver ricevuto il Premio Belcanto 2021, con Ferdinando Redavid e Nunzio Delloiacovo; 2) Ferdinando Redavid dialoga con Antonio Stornaiolo in Piazza Cap. Colapietro; 3) I partecipanti al convegno sulla figura di Mascagni in piazza Antico Ospedale; 4) Teresa Ludovico e Cesare Orselli.

Vito-Minoia

A Roma dal 17 al 19 novembre 2021 l’Ottava Rassegna Nazionale di Teatro in Carcere “Destini Incrociati”

A cura del Coordinamento Nazionale Teatro in Carcere. Potranno essere presentate proposte fino al 15 agosto 2021. Saranno recuperati anche i lavori della Giornata inizialmente prevista a Novembre 2020 per la VII edizione.

Con il sostegno del Ministero della Cultura (Direzione Generale dello Spettacolo dal Vivo), il Patrocinio della ministra della Giustizia Marta Cartabia, la Collaborazione del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e del Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità (e in accordo con le finalità del Protocollo d’Intesa triennale per la Promozione del Teatro in Carcere in Italia sottoscritto il 5 giugno 2019 a Roma tra il Coordinamento Nazionale Teatro in Carcere, il DAP, il DGMC e l’Università RomaTre) nelle giornate del 17-18-19 novembre 2021 si terrà l’ottava edizione della Rassegna Nazionale di Teatro in Carcere “DESTINI INCROCIATI”. L’iniziativa rientra all’interno del Programma di eventi “DESTINI INCROCIATI. Progetto Nazionale di Teatro in Carcere” a cura del Coordinamento Nazionale Teatro in Carcere, organismo al quale aderiscono da 15 Regioni oltre 50 esperienze professionali che hanno contribuito alla identificazione di un qualificato fenomeno attuato in Italia negli ultimi 40 anni, oggi riconosciuto come buona pratica dall’Istituto Internazionale del Teatro dell’Unesco ­(del 2019 è la costituzione in Italia dell’International Network Theatre in Prison, organismo Partner dell’ITI Unesco che ha fissato la propria sede a Urbania-Pesaro e Urbino nell’ambito dei Convegni promossi dalla Rivista Europea “Catarsi-Teatri delle diversità” – https://www.teatridellediversita.it promossa all’Università di Urbino dal Teatro Universitario Aenigma, diretto dal prof. Vito Minoia, esperto di Teatro Educativo presso l’Ateneo Carlo Bo e presidente della International University Theatre Association).

Le precedenti edizioni della Rassegna Nazionale “Destini Incrociati” sono tutte ben documentate nel sito internet del Coordinamento Nazionale di Teatro in Carcere http://www.teatrocarcere.it

Anche per il 2021 è previsto un cartellone essenziale di spettacoli, frutto di laboratori produttivi realizzati con detenuti all’interno degli istituti o in esecuzione penale esterna, ai quali saranno abbinati conferenze, mostre, convegni e incontri di formazione destinati a detenuti, studenti e spettatori interessati ma anche a operatori teatrali o penitenziari interessati a esperienze di formazione.

Si manifesta l’interesse degli organizzatori a ricevere proposte di Produzioni teatrali o filmiche (opere documentative del lavoro teatrale in carcere) da programmare all’interno del Cartellone teatrale e della Rassegna Video che saranno allestiti nell’ambito della manifestazione e che ci si augura possano riflettere il significativo lavoro condotto in decine di istituti penitenziari italiani. Esperienze, in grado di restituire la ricchezza, l’articolazione e la diffusione ormai capillare di questo importante settore del teatro italiano che ha evidenti ricadute sulla funzione di riabilitazione e di risocializzazione in carcere.

Tutti gli interessati potranno inviare proposte di partecipazione, che saranno vagliate da una competente direzione artistica, entro il 15 AGOSTO 2021 seguendo le indicazioni pubblicate nella home page del sito http://www.teatrocarcere.it

Nella foto in alto, il prof. Vito Minoia (in primo piano)