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San Giacomo Maggiore, 1640. A Turi la bella scultura di Aniello Stellato torna a risplendere

Il restauro è anche un’operazione di conoscenza che ci consente di apprendere, di avere un rapporto intimo con l’opera che stiamo esaminando. Ad essa ci avviciniamo attraverso le mani d’oro dei restauratori, cioè coloro che restituiscono vita all’arte e alla materia, ridando bellezza a ciò che il tempo ha sottratto. Ogni restauro è un atto di responsabilità”.

A Turi, da un paio d’anni, il restauro è diventata un’azione corrente, diremmo familiare, come familiari sono diventate le cerimonie di restituzione alla città dei capolavori di arte e fede che custodisce. Tutto questo lavoro di recupero, a cui stiamo man mano dando lo spazio informativo che merita, sta producendo non solo nuova consapevolezza del patrimonio storico-artistico in nostro possesso ma anche nuova conoscenza, nuova bellezza, come ha ben sottolineato Federica Testa, storica dell’arte e funzionaria della Soprintendenza della Città Metropolitana di Bari intervenendo alla cerimonia di restituzione di un capolavoro dell’arte seicentesca appena restaurato – la statua lignea di San Giacomo Maggiore – operazione che s’inserisce nel programma ‘Luce sugli Altari’ promosso dalla Curia di Conversano e dall’Arcipretura di Turi, con l’apporto fondamentale di finanziatori privati: Emanuele Ventura e Giovanna Giannandrea, responsabili rispettivamente dell’APS ‘Cultura e Armonia’ e dell’azienda ‘Willy Green Technology’, i quali utilizzano parte del profitto aziendale per interventi nel campo culturale, artistico e sociale. “Il progetto del restauro dei tre altari della Chiesa Madre – continua la dott.ssa Testa – è un esempio stupendo, virtuoso di collaborazione tra la comunità ecclesiale, gli imprenditori,  l’associazionismo culturale e gli enti pubblici. Si tratta sostanzialmente di persone di buona volontà, ciascuno nel suo ruolo, competenze e professionalità, che collaborano per restituire opere d’arte alla comunità”.

La sera del 20 luglio, nello spazio intimo del sacrato della Matrice animato dalle sottolineature musicali di Annamaria Fortunato (pianoforte) e Valentina De Pasquale (soprano) la cerimonia ha visto in primo luogo l’intervento di presentazione dell’arciprete-parroco D. Luciano Rotolo, il quale ha fatto il punto sul progetto di recupero degli arredi sacri della Chiesa Madre, con gli interventi già conclusi (gli altari di Terra Rossa e della Trinità, la tela della ‘Madonna del Latte’, la statua e la base di San Giovanni) e quelli ancora attivi (l’altare dell’Immacolata, l’organo e la cantoria. È intervenuto il Sindaco De Tomaso, mettendo in evidenza la figura del grande musicista di Turi Giovanni Maria Sabino, coprotagonista della serata, come vedremo più avanti. L’importanza dell’operazione di recupero in corso a Turi è stato sottolineato dalla presenza di Francesca Romana Paolillo, Soprintendente ai Beni Artistici della Città Metropolitana di Bari, la quale, apprezzando molto la spinta al recupero dei beni della nostra cittadina, ha ringraziato tutti i soggetti impegnati nel percorso di tutela, auspicando che i cantieri di restauro durino il più a lungo possibile.

Ma è toccato alla storica dell’arte Federica Testa inquadrare in modo più specifico e mirato l’intervento appena concluso.“Da un anno e mezzo – ha detto la funzionaria ormai di casa a Turi, non solo per la Chiesa Madre ma anche per i restauri delle tele a San Domenico, con altri finanziatori – stiamo portando avanti questo lavoro di recupero degli altari della Matrice. Ritengo importante la continuità del lavoro di sorveglianza, e giudico molto positivamente la collaborazione che si è creata nel corso del tempo con Emanuele, Giovanna, don Luciano. La Chiesa Madre conserva innumerevoli opere d’arte, molto importanti non soltanto per la comunità turese ma per la storia dell’arte in generale, come quelle di Stefano da Putignano, che è tra i principali esponenti della scultura lapidea del Cinquecento in Puglia e non solo”.

La macchina d’altare che contiene la statua di San Giacomo è di dimensioni importanti ed è datata al 1747, come si legge nella tela del ‘San Girolamo’; include altre due statue, San Lorenzo e l’Immacolata, di materiali ed epoche diversi, che per una serie di vicende ancora in corso di verifica sono state assemblate in questo altare, che è a sua volta il frutto di un assemblaggio di elementi di epoche differenti. “Stiamo portando avanti il restauro statua per statua – ha specificato la dott.ssa Testa – perché ognuna ha bisogno di una sua attenzione, di un’analisi specifica e puntuale”. La scultura di San Giacomo Maggiore è di legno e questo “è di per sé abbastanza eccezionale”. Infatti, nonostante la fragilità del materiale, essa ha superato quasi indenne quattro secoli di vita, e rappresenta un’importante eccezione, una quasi rarità non solo in Puglia ma nella storia dell’arte in generale. “È difficile trovare delle statue lignee ben conservate perché più di altre sono sottoposte all’azione del tempo, del tarlo, dell’incuria umana. Il fatto che sia integra è importante”.

Sul San Giacomo e sul recupero del suo altare la dott.ssa Testa ha fornito notizie storiche per lo più già note grazie agli studi portati avanti e pubblicati negli anni innanzitutto da Paolo Valerio, ma anche dal prof. De Mieri e da altri studiosi locali, persone che la dott.ssa Testa, pur non citando nessuno, ha voluto ringraziare. “Un accurato lavoro di ricerca portato avanti dagli storici eruditi locali, che ci tengo a ringraziare, ci hanno fornito tanto materiale su cui abbiamo costruito il progetto prima e il lavoro dopo. Grazie a loro sono state ritrovate tante informazioni: sappiamo che la scultura è stata realizzata dallo scultore napoletano Aniello Stellato, probabilmente uno dei più importanti scultori lignei a Napoli della prima metà del Seicento; sappiamo la data di realizzazione, che è attorno al 1640; sappiamo anche il nome del committente Giovanni Maria Sabino, che era un musicista nato a Turi, il quale andò agli inizi del Seicento a Napoli per imparare e perfezionare la sua arte. Ed è proprio in quel contesto napoletano che commissionò quest’opera d’arte al più importante scultore napoletano per regalarla alla sua città. Ed è stato un regalo davvero importante”.

Lo ha detto la dott.ssa Testa, lo hanno constatato i presenti: l’opera ora è davvero molto bella! “Essa rappresenta perfettamente lo stile della scultura del Seicento a Napoli. Non ha ancora quella ricchezza tipica del pieno barocco, rimane legata agli stilemi cinquecenteschi – la fierezza, la frontalità – ma al tempo stesso mostra quella leggerezza dettata dalla gamba ripiegata in avanti, che ne fa quasi una scultura in movimento”. Non a caso San Giacomo Maggiore è legato alla particolare devozione del pellegrinaggio e la scultura di Turi ne ha tutti gli attributi: il bastone, il libro, il cappello sulla spalla, il mantello per proteggersi dalla pioggia. A questi elementi tipici dell’iconografia del Santo “si aggiunge una decorazione, in parte perduta ma in origine molto ricca, realizzata con la tecnica particolare che prevede uno strato di tempera su foglia oro”, cioè l’estofado, che il restauro ha in parte restituito, senza tuttavia ricorrere ad integrazioni di colore.

La restauratrice Rosanna Guglielmo, titolare della ditta,ha percorso le fasi canoniche dell’intervento – analisi, progetto, autorizzazioni e intervento vero e proprio – su un’opera in legno faggio davvero molto compromessa dal tarlo e da pesanti ridipinture e stuccature avvenute, con ogni probabilità, negli anni Sessanta del secolo scorso, come documentato sul n. 339 de ‘il paese’. La restauratrice ha evidenziato l’abbondanza delle stuccature ritrovate sotto lo strato di vernice, debordanti a tal punto da aver coperto in vari punti la decorazione pittorica originaria, realizzata con foglia oro, lacche blu, un po’ alterate verso il verde, e rosse nella particolare tecnica di derivazione spagnola dell’estofado de oro’. Rimosso lo sporco e le vernici, l’oro ha per fortuna ripreso a splendere almeno nelle parti dove si è salvato. L’uso dei più moderni materiali ha permesso, infine, di consolidare tutta la statua, in molti punti indebolita dal tarlo.

La serata si è conclusa con l’intervento del finanziatore Emanuele Ventura il quale ha annunciato che il programma di interventi in Chiesa Madre continuerà ancora per molto tempo. Terminato entro il 2026 il restauro dell’organo e dell’altare di San Giacomo – qui ci potrebbe essere qualche sorpresa nella statua dell’Immacolata – nel 2027 si procederà con il restauro della cinquecentesca Cappella Moles, della ‘bussola’ e dei tre portoni d’ingresso alla chiesa. E probabilmente altro ancora. Work in progress!

Giovanni Lerede

Madonna del Latte  durante il restauro

Madonna del Latte, un quadro del Seicento a Turi. Una devozione perduta, l’Aquila degli Asburgo e due pie donne

La tela della Madonna con il Bambino e i Santi Fabiano e Sebastiano è tornata a mostrare con sorprendente vivacità i suoi colori, svelando inoltre parti finora nascoste. L’anonimo pittore della prima metà del Seicento raffigura qui la Vergine Maria che offre al mondo il suo seno, fonte di nutrimento spirituale, ma anche materiale. La cosiddetta ‘Madonna del Latte’, che protegge il parto – passaggio non scontato in passato, che spesso portava alla morte – e rende abbondante il nutrimento materno, in passato aveva una così forte presa popolare da resistere alle proibizioni maturate con il Concilio di Trento, che non tollerava più l’idea di Maria ‘messa a nudo’. A Turi l’impatto ‘carnale’ del seno che fuoriesce dalla veste rosa di Maria, appare tuttavia attenuato dallo stuolo di angeli e angioletti tutto intorno e riporta così, la Vergine, ad un ruolo esclusivamente spirituale avvolta com’è in una luce calda divina non terrena. La nube, invece, è poco eterea e gli angeli che vi si appoggiano sembrano zavorre.

Più interessante dal punto di vista della resa formale e cromatica è la figura in piedi a sinistra, San Fabiano papa, martire dei primi secoli del Cristianesimo, vittima a Roma delle persecuzioni imperiali. Esso ha tutti i segni del comando di un papa re del XVII secolo – un angioletto ha tra le mani il triregno, un altro regge il pastorale (la ferula con croce tripla) – niente a che vedere, dunque, con i Vescovi di Roma costretti alla semiclandestinità, incarcerati e lasciati morire di fame, come nel caso di Fabiano. Per rendere i Santi riconoscibili, secondo i modelli stabiliti dalla Chiesa, i pittori erano tenuti a calare i personaggi nel presente, estraendoli dal loro contesto storico per essere caricati di attributi iconografici facilmente decifrabili. Al contrario della Vergine, che mi pare più approssimativa soprattutto nella resa del volto, in San Fabiano il pittore mostra una maggiore cura del dettaglio, ad esempio quello delle vesti liturgiche (del piviale fiorato in particolare) e del volto barbuto; tuttavia, come nella Madonna, il gioco di luce e d’ombra sulle pieghe dei tessuti appare piuttosto rigido, geometrico, lontano dalla morbidezza che solo i maestri della pittura sanno dare ai tessuti.

Non convince, invece, il San Sebastiano legato al tronco e martoriato di frecce. Pur riacceso dal restauro, il corpo giovanile del Martire denota un’anatomia piuttosto approssimativa nella resa della muscolatura. Ma qui interessante è capire, interrogando l’agiografia, cosa rappresentano le due donne dietro il Santo, che la mano esperta dei restauratori ha reso nuovamente visibili. Il ‘Martirologio’ romano ci viene in soccorso. Si racconta che il soldato imperiale Sebastiano, segretamente cristiano, venne scoperto e condannato a morte dall’imperatore Diocleziano; colpito da molteplici frecce (il suo ‘segno’ di riconoscimento principale) miracolosamente rimane in vita ma è creduto morto dal plotone e abbandonato. Irene di Roma (poi santa) gli andò in soccorso e lo curò. Non a caso Irene, nella tela di Turi, ha tra le mani un porta unguento mentre si fa accompagnare da un’altra pia donna, non menzionata però nel ‘Martirologio’. In seguito, però, Sebastiano è nuovamente arrestato e questa volta messo a morte senza scampo.

Il committente e il blasone

Nella tela della Chiesa Madre di Turi si registra un’altra scoperta interessante, ma enigmatica: il blasone in basso al centro recante, su fondo celeste-argenteo, un’aquila a due teste coronate con al centro uno scudo di piccole dimensioni a strisce orizzontali di azzurro e argento. A chi appartiene? Quando è stata realizzato il quadro?

Sebastiano, come sappiamo, è il Santo invocato dal popolo a protezione dalle pestilenze e sappiamo quanto il Seicento sia stato il ‘secolo della peste’. Ed è in questo secolo che il quadro è commissionato per adornare un altare della Collegiata turese. … (la) Cappella dedicata a S. Sebastiano…è di juspatronato e ebbe come fondatore D. Sabino di Vitullo…ha un altare in pietra sul quale c’è una tavola di legno, con pietra sacra, le tovaglie, due candelabri di legno argentati e con un panno di color bianco e cremisi e sul detto altare c’è l’immagine della beata Vergine Maria e intorno alla cappella si sono altre immagini di santi e sante…”. Nel resoconto della ‘Santa Visita’ del Vescovo Capulli dell’agosto 1606, si apprende anche il nome del cappellano dell’epoca, D. Giacomo Lezze, che ha “l’onere di due Messe la settimana” in suffragio dell’anima del fondatore. Dalla visita pastorale di mons. Palermo, del settembre 1659, apprendiamo altri dettagli collegabili alla tela di cui stiamo parlando. A fianco della Cappella dei SS. Medici, si legge nel verbale: “…c’è l’altare dei Santi Fabiano e Sebastiano con le immagini dei santi Titolari. Su questo altare è fondato il legato juspatronato della famiglia Lezza e vi celebra il canonico Giovanni Lezza. L’impegno del beneficio è quello di celebrare 104 Messe annuali per il fondatore e ancora 52 per la defunta Pasqua d’Urso e solo 4 per la defunta Caterina Cecere” (o Cecire), che poi è madre del musicista e compositore Giovanni Maria Sabino.

Le poche note del 1659 appaiono più riconducibili alla nostra tela della ‘Madonna del Latte’, in quanto si fa esplicito riferimento anche ai Santi Martiri rappresentati e non solo alla “beata Vergine Maria” come nel resoconto del 1606. Un altro elemento da valutare è la peste. Sappiamo che Turi e la Terra di Bari furono investite dalla morte pestifera sia intorno al 1630 sia intorno al 1650. È perciò plausibile, che questa pittura devozionale sia stata realizzata a ridosso di una delle date sopra indicate, quale ringraziamento per il pericolo scampato o attenuato nelle conseguenze grazie all’intervento della Vergine – misericordiosa e protettiva – e dei Martiri.

A questo punto è lecito però chiedersi: chi ha pagato questa immagine? Nel 1659 la ‘Santa Visita’ dice che la famiglia Lezza (o Lezze/Lezzi) è titolare del beneficio dei Santi Fabiano e Sebastiano, tuttavia lo stemma riemerso durante il restauro sembra rimandare ad altro. L’aquila a due teste coronate è il sigillo degli Asburgo di Spagna, che nel XVII secolo sono padroni di mezza Italia; questo particolare non da poco porta a ipotizzare per la nostra tela possa aver avuto una committenza collettiva. Nel Seicento, infatti, le autorità locali (ma anche le ricche famiglie) a volte rendevano omaggio al re riportando nelle tele il simbolo della famiglia regnante quale segno di sottomissione all’autorità della corona. È un’ipotesi forse azzardata, tuttavia maturata tenendo anche conto della modesta condizione della famiglia Lezza/Lezzi, beneficiaria dell’altare: essi erano sicuramente tra i maggiorenti del paese ma non così potenti da potersi permettere l’utilizzo dell’aquila imperiale senza un particolare motivo, che potrebbe essere, appunto, quello di un sottomesso omaggio all’autorità del re di Spagna.   

Il pittore e l’originaria collocazione

Escluderei che l’autore della tela, non firmata, possa essere un maestro del pennello. La resa complessiva della sacra composizione farebbe pensare, piuttosto, a un pittore minore, un ‘copista’ locale magari influenzato dalla pittura di Gliri, Rosa o Altobello (esponenti di spicco della florida ‘Scuola Bitontina’) ma non necessariamente allievo di uno dei tre.

Sulla originaria collocazione in Chiesa Madre della tela possiamo essere invece molto più precisi. Le ‘Sante Visite’ testimoniano, tra Sei e Settecento, che la cappella di San Sebastiano e San Fabiano con l’altare in pietra e la balaustra – di fattura identica a quelli della navata di destra dedicati al Crocifisso e a Sant’Anna – era posta dove nei primi decenni del XX secolo viene realizzata la più ampia cappella di Sant’Oronzo, sfondando il muro dove era appesa proprio la nostra tela, che finì dimenticata in sacrestia. Dopo il restauro, la tela di cui si è parlato finora è tornata (quasi) al suo posto: non sul suo altare ormai demolito ma su una delle pareti della cappella oronziana. Com’è giusto che sia.

Giovanni Lerede

Fonti

D. Pasquale Pirulli, “Esiti della prima visita pastorale di Mons. Pietro Capulli, Vescovo di Conversano”, in ‘Sulletracce’ n. 8/2005 del Centro Studi di Storia e Cultura di Turi.

D. Pasquale Pirulli, “La visita di Monsignor Palermo alla Chiesa di Turi nel 1659”, in ‘Sulletracce’ n. 12/2011 del Centro Studi di Storia e Cultura di Turi.

Andrea Duè, “San Sebastiano” (“San Fabiano papa”), in ‘I Santi nella Storia’ – Gennaio, San Paolo ed., 2006.

Foto della tela restaurata di Giovanni Lerede

Madonna calamaio RaffValentini rid

Turi riabbraccia Tatiana Schucht. ‘La madonna del calamaio’, dialogo tra l’autore Raffaele Valentini e Gianni Giampietro

Le poltrone occupate in ogni fila, le immagini evocative che scorrono sullo schermo ed un silenzio partecipe: così il pubblico ha accolto il ritorno letterario di Raffaele Valentini. In una serata, quella dell’8 maggio all’Auditorium, patrocinata dall’Amministrazione comunale, lo scrittore ed il suo ospite, il giornalista RAI Gianni Giampietro hanno intrecciato le pagine de ‘La madonna del calamaio’ (Capponi Editore), con la grande Storia, riportando virtualmente Tatiana Schucht tra le strade di Turi, quelle che la videro, meno di un secolo fa, custode instancabile del prigioniero più celebre d’Italia: Antonio Gramsci. La serata, com’è stato ricordato nella presentazione, è nata dalla collaborazione tra la LUTE e questa testata giornalistica, due realtà di cui Raffaele Valentini è parte integrante ed attiva.

Di questo suo ultimo romanzo il titolo, fortemente evocativo, è l’autore stesso a spiegarlo: “Sono stato qualche anno fa a Bruges e mi imbatto in questo racconto, diventato nel mio libro una sorta di punto di riferimento. La ‘madonna del calamaio’ non è altro che un miracolo avvenuto vicino alla città fiamminga dove un giovane, condannato a morte, per un omicidio che non aveva commesso, viene salvato da una pergamena rinvenuta in modo miracoloso. La Madonna che soccorre il condannato, intervenendo con una lettera ed un calamaio, mi ha riportato ad un parallelismo con Tatiana che scrive ogni sera, perché è lei che smista le lettere di Gramsci ai suoi parenti, ai compagni di partito che gli stanno ancora vicino. Da lei passa tutto. Io l’ho immaginata seduta al tavolino, la sera con il calamaio vicino e una candela intenta a scrivere tutta questa corrispondenza. Il binomio miracolo delle Fiandre e la funzione di Tatiana ‘madonna della scrittura’ è un punto di fascino in più”.

Gianni Giampietro ha ribadito il ruolo centrale della scrittura, nel racconto, non solo come strumento di testimonianza. “È un romanzo – ha detto – sull’importanza della parola scritta, sul potere taumaturgico quasi salvifico della parola scritta. Tatiana come Gramsci sopravvivono grazie alla scrittura. Penso davvero – ha continuato – che Gramsci, che non stava bene in salute fin da bambino, sia sopravvissuto agli anni in carcere grazie alla scrittura, grazie a quegli scritti raccolti nei ‘Quaderni del Carcere’, ed è sopravvissuto grazie all’assistenza di Tatiana perché lui era rimasto isolato non solo fisicamente ma anche spiritualmente …abbandonato da molti dei suoi compagni di partito…poche informazioni dalla Russia soprattutto in merito alla sua famiglia, la moglie Giulia sorella di Tatiana e i suoi due figli. Quindi sia la scrittura sia Tatiana secondo me sono stati essenziali per lui.”

 È così che il ‘calamaio’ del titolo diventa simbolo tangibile di Tatiana e della sua presenza nella narrazione, le sue lettere non sono semplici reperti storici ma l’occasione per scendere nel labirinto dei sentimenti.

Tatiana Schucht è emersa dal dibattito come figura viva e palpitante. “Il fascino di Tatiana è a 360 gradi – dice Raffaele Valentini. – La cosa che mi ha colpito di lei da sempre è la sua presenza fisica nel nostro paese, come se un pezzo di Storia importante ci avesse attraversato. Un pezzo di grande Storia di cui abbiamo poca consapevolezza. Tatiana è stata una figura intellettuale molto acuta, arriva a Turi ai primi di dicembre del 1928, suo cognato Antonio viene recluso a luglio dello stesso anno, lei rimane qui due mesi. Poi ci torna a marzo del 1929 per rimanerci fino a giugno 1930”.

Attraverso le parole dell’Autore e le sollecitazioni di Giampietro, che più volte ha richiamato i personaggi del romanzo, il pubblico ha potuto avvertire il peso della solitudine della donna, prigioniera anch’essa in un orizzonte angusto quale poteva essere quello di un piccolo paese di una provincia del Mezzogiorno, ma allo stesso modo ha avvertito la pietas della gente che l’ha avvolta, quasi a volerla proteggere. “Il mio – ha detto Valentini – non è un saggio storico o politico. L’idea del romanzo parte dalla mia bisnonna Mariuccia che vendeva frutta e verdura  fresca e che aveva conosciuto Tatiana, questa bella signorina straniera che si aggirava per il paese… Mi interessava raccontare come Tatiana o ‘la signorina’ come veniva chiamata qui al tempo, si è inserita nel tessuto sociale del nostro paese realmente. Tutti sapevano di Gramsci in carcere e tutti sapevano perché Tatiana era qui, però veniva accolta con molta benevolenza dai turesi. Molti la proteggevano da pedinamenti e dalle spiate fasciste…purtroppo di Tania abbiamo perduto molte testimonianze orali. La mia bisnonna e pochi altri hanno tramandato testimonianze, ci sono state anche quelle dei secondini dell’epoca, che poi sono state raccolte in articoli del giornale ‘L’Unità’.

Il romanzo è anche la storia di una profonda complicità femminile tra l’io narrante e le altre figure femminili che abitano il racconto. Un ‘io’ narrante femminile, quello di Raffaele Valentini, quasi mimetico e complice con cui ha esplorato un territorio particolare ,quello della capacità delle donne di tessere legami di  cura e protezione. È stata la conduzione chiara ed incisiva di Gianni Giampietro a far emergere tutto questo e a guidare il pubblico nel cuore della narrazione. Merito di Raffaele, aver restituito Tania in tutto il suo valore e la sua autenticità. Sommessa, silenziosa ma paziente e resistente, Tatiana Schucht non un’eroina ma una donna dalla concretezza commovente. Non l’assistente di Gramsci ma “l’architetto della sua memoria”. Senza la sua determinazione, – ha detto Giampietro – l’opera gramsciana non sarebbe mai giunta fino a noi per diventare patrimonio dell’Umanità intera.  

‘La Madonna del Calamaio’ ci consegna Tatiana, protagonista così della nostra memoria collettiva come della grande Storia, l’Autore in chiusura ha detto: “Mi piacerebbe che Tania, in qualche modo, diventasse cittadina turese, magari dedicandole una strada o la cittadinanza onoraria per merito”.

A fine serata, resta la sensazione che Tatiana si sia ripresa il suo posto, al centro di un racconto che parla di noi e della nostra memoria collettiva.

Lia Daddato

Didascalie foto dall’alto: 1) la sala dell’Auditorium; 2) l’autore del romanzo Raffaele Valentini; 3) il giornalista RAI Gianni Giampietro; 4) Lia Daddato, presentatrice della serata (foto di Ilenia Dell’Aera)

Ensemble bassa

‘Passio del Venerdì Santo’ di Veneziano. Il M° Valerio porta all’Auditorium di Turi la grande musica barocca

All’Auditorium comunale di Turi la sera del 29 marzo più volte ho tenuto le orecchie bene aperte ma gli occhi chiusi per immaginare l’atmosfera carica di tesa sacralità delle basiliche barocche napoletane durante i riti della Settimana Santa. Suoni di violini, viole, violoncelli e clavicembalo; voci di soprani, bassi tenori e controtenori avvolte in una nebbiolina d’incenso penetrante, misto a un odore grasso di cera che arde con le molteplici candele a rischiarare navate cariche di decori. Qui a Turi, purtroppo, non è stato possibile eseguire la ‘Passio del Venerdì Santo’ di Gaetano Veneziano in una delle chiese storiche della città, tuttavia l’Ensemble barocco ‘Giovanni Maria Sabino’, guidato dal M° Paolo Valerio – grande esperto della musica barocca napoletana – ha saputo lo stesso trasformare i muri spogli, essenziali, dell’ex-macello comunale in una ideale ‘Real Cappella’ al tempo del Viceregno spagnolo. La Settimana Santa trasformava Napoli, la città più popolosa del continente europeo, in un palcoscenico di solenni processioni, canti e rappresentazioni alla ‘spagnola’. Esse coinvolgevano non solo la metropoli partenopea ma tutte le altre terre del Sud Italia dove la cultura religiosa iberica, carica di patos e spettacolarità, ha lasciato segni tutt’ora evidenti.

Le ‘Passio’ barocche rappresentavano tra Seicento e Settecento il punto più alto del calendario liturgico della ‘Semana Santa’, che nel nostro Sud, come in Spagna, era un momento di profonda immedesimazione con il dramma del Cristo lacerato che sale al Calvario caricato della croce.

La ‘Passio del Venerdì Santo’ di Gaetano Veneziano, eseguita all’Auditorium con spettacolare emozione dall’ensemble di strumentisti e coristi, è stata cercata e trovata da Paolo Valerio – un ‘Indiana Jones’ della grande Musica barocca napoletana – presso l’Archivio dei Girolamini a Napoli: una miniera di preziosi documenti musicali e storici unici, molti dei quali dimenticati, come la ‘Passio’ di Veneziano. Da più di vent’anni il M° Valerio è impegnato a dare alla musica napoletana del periodo barocco il posto che merita, essendo Napoli, una delle capitali della cultura musicale europea, se non mondiale. Cultura musicale di altissimo livello che ha in Giovanni Maria Sabino – sacerdote e musicista nato a Turi sul fine del Cinquecento – uno dei massimi esponenti, se non il punto di partenza di una ‘rivoluzione’ culturale che ha trasformato, modernizzato, la musica planetaria.

La ‘Passio’ di Veneziano, datata al 1685, porta in canto e musica il passo del Vangelo che racconta la Passione di Nostro Signore Gesù Cristo secondo l’evangelista Giovanni, descritta nel percorso drammatico dal Getsemani alla Croce  – “Consummatum est”, tutto è compiuto – la cui composizione in musica “fu richiesta a Veneziano, afferma Valerio, per soddisfare le esigenze cerimoniali della Real Cappella di Napoli il cui calendario liturgico, già di per sé ricolmo di occasioni festive in ogni periodo dell’anno, prevedeva per l’organico della cappella vicereale una fitta serie di esecuzioni durante la Settimana Santa nelle chiese dove doveva recarsi in Vicerè con la corte”.

Nell’Auditorium di Turi, alla fine dell’intensa rappresentazione della Passione di Gesù – appuntamento che s’inquadra nella programmazione del ‘Festival Giovanni Maria Sabino’ –  il numeroso e attento pubblico presente si è tutto alzato in piedi per applaudire non solo una prima eccellente, ma anche la ricerca, lo studio, il recupero di un immenso repertorio musicale antico di grande valore culturale, che è alla base di ciò che più in avanti, tra Settecento e Novecento, sarà il grande melodramma italiano, genere noto ed apprezzato in tutto il mondo. Ricerca, trascrizione ed esecuzione portata avanti da Valerio nel nome di Sabino, a cui l’Amministrazione comunale ha deciso di dedicare lo stesso Auditorium affinché il suo nome sia degnamente onorato nella sua città di nascita.

Giovanni Lerede

Foto del concerto di Giovanni Lerede. Al centro un particolare del ‘Compianto su Cristo morto’ di autore napoletano del XVII secolo, Chiesa San Domenico – Turi (foto Giovanni Palmisano)

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Si è conclusa in grande stile la XV edizione del Festival del Belcanto di Turi. Un plauso al M° Redavid per il serio impegno alla divulgazione della grande Musica

Si è chiusa in grande stile la XV edizione del Festival del Belcanto, con l’attesissimo evento conclusivo invernale, tenutosi in un duplice appuntamento presso il Teatro Rossini di Gioia del Colle nella serata del 29 dicembre e presso l’Auditorium di Via Indro Montanelli a Turi, nella serata successiva del 30 dicembre. Appuntamento realizzato con il patrocino del PACT “Polo Arti Cultura Turismo Regione Puglia” e del Comune di Turi, con la sinergia e collaborazione fra il Taranto Opera Festival condotto dal direttore artistico Paolo Cuccaro e l’Associazione Chi è di Scena?!, diretta da Ferdinando Redavid, con il sostegno economico di Cultura & Armonia Aps e di Willy Green Technology Srl. Il Concerto dal titolo “Beethoven, il Mito!!!” ha visto la celebrazione del genio e dell’umanità del compositore di Bonn, attraverso alcune delle sue più celebri pagine orchestrali. La serata ha avuto inizio dopo la presentazione del programma della serata al pubblico da parte della presentatrice Ivana Pantaleo.

L’introduzione alla musica del genio di Bonn è stata affidata alla celebre “Romanza in Fa Maggiore per violino e orchestra N2. op.50”, conosciutissima e molto utilizzata come sottofondo in molte campagne pubblicitarie, presentatasi all’ascolto per la sua proverbiale melodia elegante, sciolta e luminosa, con il buonissimo fraseggio del violino della solista Cristina Ciura, passionale e cangiante nelle sue espressioni, con il sostegno drammaturgico dell’Orchestra.

Nel Festival del Belcanto non poteva però mancare quello che può essere considerato l’unico vero contributo beethoveniano al mondo, ormai volto verso il tramonto, dell’opera seria metastasiana. Nell’aria da concerto “Ah perfido”, tratta dall’Achille in Sciro di Pietro Metastasio, Van Beethoven rende un perfetto tributo al genere ed apporta una cura finissima nel dettaglio della partitura, col recitativo attentissimo alle sfumature semantiche del testo. Il risultato è quello in cui la voce della solista si piega verso una vera e propria prova di “bravura”, con scale e arpeggi che esprimono il versante più aggressivo e le lacerazioni interiori dell’eroina metastasiana, magistralmente interpretata dal soprano Valentina De Pasquale che, con lusinghe e minacce, implora il suo eroe di non abbandonarla. Ma il pezzo forte della serata non poteva che essere l’esecuzione della “Sinfonia n. 5 in do minore Op. 67”, una delle opere più importanti e celebri della storia della musica, che pure ha avuto una particolarissima storia iniziata non bene a Vienna il 22 dicembre 1808, data della sua prima esecuzione, tra innumerevoli altri brani. Infatti, nella prima, la difficoltà delle composizioni, un numero insufficiente di prove, la lunghezza del programma e il freddo del teatro ne decretarono un mezzo fiasco, tanto da far scrivere a qualche critico che «Nessuno è profeta in patria».

Nella celebre opera, conosciuta come “Sinfonia del Destino” il compositore sviluppa un tema filosofico, quale l’allegoria del percorso esistenziale dell’Uomo, dall’oscurità alla luce, mediante la lotta e la vittoria finale, asservendo la Sinfonia al concetto da esprimere. In essa non sorprendono le iconiche quattro note iniziali (tre brevi e una lunga), per enunciare il “destino che bussa alla porta” secondo quanto riportato dal biografo Anton Schindler, quanto invece la capacità del Maestro, di ricavare dal motivo iniziale non solo il primo movimento, ma in un certo qual modo, l’intera sinfonia, dove lo stesso funge da elemento unificante, rappresentando la manifestazione ineluttabile delle avversità con particolare riferimento alla crescente sordità del compositore.

Nel primo movimento “Allegro con brio” al tema iniziale molto incisivo, si contrappone un secondo tema più melodico e rilassato, giocato sull’alternanza fra i fiati e gli archi, che lascia presto il passo allo sviluppo con la tensione che cresce rafforzata anche dal suono delle trombe. Nel successivo “Andante con moto” una melodia innocente, affidata ai violoncelli ed ai contrabbassi apre una pagina del tutto diversa. Anche qui Van Beethoven gioca utilizzando gli archi in contrapposizione ai legni, come in un meraviglioso dialogo. È un momento di transizione, in cui qualcosa comincia a manifestarsi tra momenti di quiete e momenti di forza, fino a giungere alla conclusione: dove si manifesta la volontà di vincere il Destino. Nel terzo movimento “Allegro”inizia la battaglia, introdotta dai corni dopo una breve introduzione, molto cupa, dei violoncelli. È la battaglia titanica dell’individuo contro le forze ostili, sviluppata con un linguaggio musicale intenso e conciso, in cui vi è un episodio fugato molto coinvolgente e di difficile esecuzione, introdotto dai violoncelli e dai contrabbassi, al quale partecipano poi tutti gli archi. Il percorso della sinfonia non si ferma al conflitto. Attraverso i quattro movimenti, si assiste a una progressione che culmina nel trionfo finale. Il passaggio dal tono cupo e drammatico del primo movimento vede nel movimento, quarto “Allegro-Presto” la voce degli archi spegnersi per dare inizio ad un rapido crescendo che non ha eguali. La conclusione luminosa e maestosa in Do Maggiore del finale simboleggia la vittoria dello spirito umano, della perseveranza e della speranza sul destino. Quello che Van Beethoven ci lascia è un messaggio morale nel quale l’uomo deve combattere i condizionamenti naturali agendo secondo la propria ragione per realizzare il proprio potenziale.

Un plauso va al direttore artistico del Festival del Belcanto, il M° Ferdinando Redavid per la conclamata capacità di organizzare momenti di seria divulgazione musicale nella nostra Comunità, riconosciuti ormai ovunque. Un plauso anche per la capacità di studio e fedele interpretazione della partitura che richiede una preparazione profonda che va alla ricerca soprattutto anche della storicità del compositore, di quello che ha composto, della sua vita, nel caso in particolare della sordità del compositore e della sua genialità nella partitura.

Un suggerimento che mi sento di dare, è quello di diffondere tra i partecipanti alle serate, istituzioni comprese, la conoscenza del “Galateo del Teatro”, in modo da incentivare la puntualità; il non entrare in sala durante la rappresentazione, aspettando l’intervallo; il silenzio assoluto durante l’esecuzione; l’applaudire solo alla fine dei movimenti o dell’atto per non disturbare e rispettare artisti e pubblico, in modo da garantire una migliore fruizione esperenziale dell’ascolto.

Pietro Pasciolla

Didascalie foto: 1-2) Il M° Redavid dirige la “Sinfonia del destino”; 3) Valentina De Pasquale, soprano; 4) Cristina Ciura, violinista.

il processo 1 . Foto di Franco Deriu

Vito Minoia avvia un percorso con la ‘sua’ Turi. L’11 settembre all’Auditorium lo spettacolo “Il processo” del Teatro Aenigma

Vito Minoia e Teatro Aenigma. Un binomio imprescindibile, che per la prima volta porta a Turi, nella ‘sua’ Turi, uno spettacolo teatrale e, a seguire, altre importanti iniziative che vedranno al centro il Carcere e Gramsci. Una collaborazione tra Minoia e Turi da noi fortemente auspicata da tempo – Vito Minoia è una grande risorsa culturale di caratura internazionale, con radici nella nostra terra – che ora ha trovato terreno fertile per germogliare.

Prof. Minoia, a proposito di Gramsci e di carcere, ci parli un po’ dello spettacolo che sarà presentato l’11 settembre sera a Turi nell’Auditorium Comunale.

«Prima di tutto vorrei ringraziare il Sindaco De Tomaso per aver accolto la proposta di ospitare nella serata di giovedì 11 settembre prossimo “Il processo” dal romanzo di Franz Kafka presso l’Auditorium comunale. Si tratta di un lavoro da me fortemente voluto come direttore artistico del Teatro Aenigma, presentato in Bulgaria e Colombia nel 2024, affidato alla regia e drammaturgia del Maestro Francesco Gigliotti, già docente di teatro al DAMS di Cosenza, formatosi con grandi personalità del Teatro Europeo del Novecento come J.L. Barrault, E. Decroux. L. Lecoq, J. Grotowski. L’idea di messa in scena, che vede recitare lo stesso Gigliotti insieme agli attori Eleonora Andruccioli, Marilù Memeo, Jessica Sorbello, Sergio Persini, è fondata su una attenta e profonda elaborazione espressiva, gestuale e mimica dell’attore protagonista. L’intera performance è costruita come una macchina che si avvicina sempre più al corpo dell’imputato. Joseph K aspetta una sentenza… intanto vive ponendosi delle mete ma ogni volta scopre che nessun sentiero vi conduce. Ogni sentiero si interrompe o si smarrisce, così fino all’inevitabile epilogo violento e tragicomico della sua morte».

Il nostro Carcere come rientra in questo percorso?

«Nella mattinata della stessa giornata lo spettacolo incontrerà i detenuti della Casa di Reclusione di Turi per inaugurare il programma di “Partecipazione e Umanizzazione. Gramsci, carcere, teatro e immaginario letterario” che prevede con la mia direzione nei mesi successivi l’attivazione di due percorsi laboratoriali e altrettanti eventi conclusivi di Teatro Forum in carcere. Un progetto condiviso con la Direttrice Siliberti e l’equipe educativa dell’Istituto e che apre le porte ad una rafforzata collaborazione culturale tra carcere e territorio».

Cosa la lega al nostro paese e che ricordo ne ha dopo aver fatto tanta strada?

«Qui ho trascorso la mia infanzia e adolescenza ed ho parenti e tanti amici che vivono a Turi. Ho un particolare legame con loro. Qui ho iniziato da adolescente a fare teatro (avevo 15 anni) partecipando alla fondazione nel 1979/80 del Teatro Temporaneamente Traballante, una compagnia teatrale dedita per diversi anni alla creazione collettiva e ad una ricerca di tipo antropologico improntata sulla teatralità di piazza  e sulla messa in scena di drammi che in chiave satirica invitavano a riflettere sul rapporto tra civiltà e progresso (il primo spettacolo, dal titolo “Il cane e il suo padrone” denunciava in modo fortemente critico le pratiche di vivisezione). Il mio destino è stato segnato da quell’intensa esperienza, aprendo le porte a studi in Sociologia della Cultura e in Pedagogia del Teatro, poi alla docenza universitaria in Urbino, dove tuttora insegno Discipline dell’Educazione e dello Spettacolo e partecipo a ricerche scientifiche sulle modalità di promozione del teatro sociale come strumento per la ricerca sociologica su problematiche sociali globali». Ma il teatro resta il punto centrale del suo impegno.

«Non ho mai smesso di fare teatro, dagli anni Novanta come regista, poi come autore e direttore artistico di convegni, festival e rassegne internazionali, fondando, sempre a Urbino nel 1990 il Teatro Universitario Aenigma e nel 1996 la Rivista Europea “Catarsi, Teatri delle Diversità” – che tuttora dirigo – attivando studi e ricerche e ricoprendo incarichi di responsabilità in organizzazioni nazionali e internazionali (dal 2011 come presidente del Coordinamento Nazionale Teatro in Carcere, dal 2018 al 2024 come presidente dell’Associazione Mondiale del Teatro Universitario, attualmente come ideatore e Coordinatore dell’International Network Theatre in Prison, organismo Partner dell’International Theatre Institute dell’UNESCO. In questa ultima veste sono stato invitato a Boston, Parigi, Segovia, Shanghai, Montreal, Madeira prima ancora del significativo recente intervento su “Prospettive Culturali, artistiche e socio educative del teatro in carcere” alla Conferenza Mondiale dell’UNESCO su Cultura e Arti in Educazione. La luce che ha illuminato il mio primo approccio al teatro a 15 anni non si è mai spenta e tuttora mi motiva e orienta, così come il ricordo del supporto ricevuto dai miei genitori. Vorrei qui includere anche la passione per gli studi gramsciani…».

Che rapporto ha con la figura di Gramsci?

«Ero un ragazzino quando ho visitato a Turi la cella di Gramsci per la prima volta, stimolato in quegli anni anche da uno straordinario maestro che a scuola, in quinta elementare, mi ha fatto conoscere la storia del movimento antifascista e della Resistenza italiana. Di Gramsci sono tornato ad occuparmi ripetutamente. Nel 2011 ho vinto con un testo teatrale l’XI edizione del Premio letterario biennale nazionale Gramsci organizzato ad Ales dall’Associazione Casa Natale Gramsci, dove sono stato poi invitato ripetutamente a tenere conferenze sul rapporto tra l’intellettuale sardo e la cultura in carcere. A Urbania nel 2016 ho fondato il Premio Internazionale Gramsci per il Teatro in Carcere, giunto alla sua nona edizione, in collaborazione con l’Associazione Nazionale dei Critici di Teatro».

Lia Daddato

TURI (Bari), Giovedì 11 settembre ore 20.30
Auditorium Comunale
(Largo Pozzi)
IL PROCESSO
Spettacolo del Teatro Universitario Aenigma
Dal romanzo di Franz Kafka, direzione artistica di Vito Minoia, regia di Francesco Gigliotti, assistenza alla regia di Romina Mascioli, con Eleonora Andruccioli, Marilù Memeo, Sergio Persini, Jessica Sorbello.

Lo spettacolo è già stato presentato nel 2024 a Urbino, a Urbania per il XXV Convegno Internazionale su “I Teatri delle Diversità” e nei prestigiosi Festival Internazionali “Alter Ego 2024” di Sofia in Bulgaria, XIX Festival Internazionale di Teatro Universitario dell’Ateneo di Caldas, a Manizales in Colombia, Silence Teatro 40 il 3 luglio scorso a Lovere (BG).
Il processo, opera poetica di Franz Kafka, continua ancora oggi a farci riflettere sul tema della colpa primordiale e di come questa possa condurre inevitabilmente l’individuo, vittima innocente, a una condanna”. Con queste parole il regista e pedagogo Francesco Gigliotti, Maestro del Teatro Europeo Contemporaneo, formatosi grazie agli insegnamenti di J. L. Barrault, E. Decroux, J. Lecoq, J. Grotowski, presenta lo spettacolo.
L’idea di messa in scena è fondata su una attenta e profonda elaborazione espressiva, gestuale e mimica dell’attore protagonista. L’intera performance è costruita come una macchina che si avvicina sempre più al corpo dell’imputato.
Joseph K aspetta una sentenza… intanto vive ponendosi delle mete ma ogni volta scopre che nessun sentiero vi conduce. Ogni sentiero si interrompe o si smarrisce, così fino all’inevitabile epilogo violento e tragicomico della sua morte.

Per i biglietti (ingresso unico 10€) prenotazioni al tel 3297218097. Potranno essere ritirati o acquistati dalle ore 17:00 dell’11 settembre, presso l’Auditorium Comunale in via Indro Montanelli (largo Pozzi) a Turi.

Didascalie foto: 1) Un’immagine dello spettacolo “Il processo”, tratto dal romanzo di Kafka, in scena ad Urbino nel 2024; 2) Vito Minoia con la compagnia ‘Lo Spacco’, Casa Circondariale di Pesaro, 2011 (foto Franco Deriu); 3) Vito Minoia (foto Lella Gandini); 4) il manifesto dello spettacolo che si terrà a Turi l’11 settembre prossimo.

da Sinistra - Settanni, Rinero, Kanynda, Colaianni, Pantaleo e Redavid

‘Cavalleria Rusticana’ e Domenico Colaianni protagonisti del Belcanto di Turi

Si è aperta sabato 26 luglio la XV edizione del Festival del Belcanto di Turi, rassegna ideata dal suo direttore artistico, il M° Ferdinando Redavid, e dall’Accademia Chi è di scena!?, con la messa in scena dell’opera emblema del verismo musicale italiano “Cavalleria Rusticana”, di Pietro Mascagni, presso l’atrio dell’ITC Pertini-Anelli di Turi, con il patrocinio della Regione Puglia e del Comune di Turi, la collaborazione del Taranto Opera Festival e l’importante sostegno del main sponsor ‘Cultura e Armonia’, con la Willy Green Technology Srl.

La scelta dell’opera lirica da portare in scena è ricaduta nuovamente dopo la rappresentazione del 2021, sull’opera tratta dall’omonima novella di Giovanni Verga, con riduzione in libretto da parte di Giovanni Targioni-Tozzetti e Guido Menasci, e composta dal compositore livornese Pietro Mascagni, mentre risiedeva in terra di Puglia, nella bella Cerignola. L’opera risultata essere la vincitrice, nel 1888, del 2° Concorso per atti unici di compositori italiani esordienti, promosso da Edoardo Sonzogno editore della Casa editrice Musicale Milanese, venne rappresentata per la “Prima” il 17 maggio 1890 al Teatro Costanzi di Roma, divenendo un successo mondiale e aprendo la stagione del Verismo e della “Giovane Scuola Italiana” di cui Sonzogno fu il più attivo promotore, commissionando, pubblicando e allestendo anche all’estero numerose opere di altri compositori destinati a notevoli successi. La scelta è stata dettata dalle celebrazioni in questo 2025 dell’ottantesimo anniversario della morte del compositore livornese avvenuta il 2 agosto 1945, ed a proposito lo scrivente vuole ricordare brevissimamente la grande figura del professore Cesare Orselli, docente di “Storia del Teatro musicale e di Storia ed Estetica della Musica, autore della pubblicazione “Pietro Mascagni”, quale suo massimo studioso, purtroppo venuto a mancare nel marzo di quest’anno e che ricordo, proprio nel 2021 in occasione dell’XI Festival del Belcanto, nelle due serate preparatorie all’ascolto attento della Cavalleria rusticana, ci deliziò con la sua approfondita conoscenza sull’opera.

Raccontando della serata

Grande merito va dato al regista Luigi Travaglio che potendo anche avvalersi di uno scenografo del calibro di Damiano Pastoressa, non ha stravolto l’opera con quelle tanto diffuse regie minimaliste e scarnificate dei nostri giorni nostri, con rappresentazioni sistematicamente snaturate e decontestualizzate, garantendo nel nostro caso, invece tutta la necessaria profondità al messaggio dell’Opera, e all’evolversi del dramma, concetto questo che vede da qualche tempo, d’accordo buona parte della critica.

Le note del Preludio intonate dall’Orchestra del Taranto Festival, ottimamente diretta dal maestro Ferdinando Redavid, hanno introdotto il pubblico in punta di piedi nell’atmosfera sonnecchiante di del paese siciliano di Vizzini e delle sue campagne al primo albeggiare della Domenica di Pasqua, seguito dal suono delle campane a festa che scandisce il ritmo della vita di paese e riannoda i fili di quella società arcaico-rurale protagonista della novella verghiana, della quale la musica di Mascagni, riesce a incarnarne appieno gli odori, i colori, i sentimenti contrastanti e passionali, che l’accurata direzione del maestro Redavid, riesce a cogliere e trasmettere al pubblico. Sentimenti che divampano e tengono il pubblico col fiato sospeso nel vorticoso concatenarsi di eventi e tragiche fatalità, proprio come nella miglior tradizione del teatro greco-antico, con lo sviluppo della trama affidato attivamente anche al “Coro Tarenti Cantores” diretto dal M° Tiziana Spagnoletta, che con trasporto ha interpretato le arie, “Gli aranci olezzano” e “In mezzo al campo tra le spighe d’oro” con le donne appena uscite dalla chiesa e gli uomini tornati in paese dalle campagne. Magistralmente evocativa è stata l’aria “Inneggiamo, il Signor non è morto”(Regina Coeli), canto intriso della spiritualità e sacralità dei Riti della Santa Pasqua, alla quale si antepone il dramma carnale della passione e della gelosia ma anche del disonore e della vendetta che va ad aumentarne il ‘pathos’. I protagonisti entrano poco per volta in scena a partire da Turiddu interpretato magistralmente dall’ormai certezza nel panorama lirico nazionale, Ugo Tarquini, mentre intona la serenata dedicata a Lola intitolata “la Siciliana”, il tutto sotto gli occhi celati della sua fidanzata, un’atterrita Santuzza interpretata dalla straordinaria Valentina De Pasquale, la quale si reca presso la locanda di Mamma Lucia, madre di Turiddu, il cui personaggio è stato intensamente reso al pubblico, dall’esperta mezzosoprano turese Angela Alessandra Notarnicola, intenta a preparare il vino per i festeggiamenti che avranno luogo in piazza dopo la messa. All’invito della donna a entrare in casa, la ragazza rifiuta, rivelandole un’amara verità: Turiddu la tradisce. Prima di partire per il servizio militare, il ragazzo si era promesso a Lola, che tuttavia per il protrarsi della leva, stanca di aspettare, dopo un anno si era sposata con Alfio. Al suo ritorno, per ripicca, Turiddu si era allora fidanzato con Santuzza, ma successivamente aveva preso ad approfittare delle assenze di Alfio per riannodare una relazione clandestina e libertina con Lola. Lucia non crede alle parole di Santuzza, ma il loro discorso è interrotto dagli schiocchi di frusta e dai sonagli annunzianti la baldanzosa entrata in scena del carrettiere Alfio, interpretato dal baritono d’impatto, dalla voce potente Cesare Kwon, ottimamente calato nella parte, che intona la spigliata e briosa canzonetta “Il cavallo scalpita”. Poco dopo, arriva lo stesso Turiddu, che insieme con Santuzza danno passionalmente vita al duetto clou dell’opera “Tu qui, Santuzza” nel quale l’una accusa, l’altro reagisce con ira non sopportandone la gelosia, in un rapido crescendo interrotto dall’intonazione in lontananza dello stornello “Fior di giaggiolo” da parte dell’agghindata Lola, interpretata da Marcella Diviggiano, soprano dalle buonissime doti vocali e dall’ottima presenza scenica, la quale provoca Santuzza, con Turiddu che ha il suo bel da fare per fermare l’ira di Santuzza, la quale all’apice del parossismo scaglia su Turiddu la maledizione “A te la mala Pasqua, spergiuro!”

Poi riappare in scena compare Alfio, che chiede a Santuzza dove sia sua moglie venendone a scoprire l’intera tresca. S’apre cosi il duetto nel quale da una parte Santuzza pentita si dichiara infame per aver denunciato gli amanti, dall’altra il carrettiere duramente colpito nell’onore in preda all’ira giura ripetutamente che avrà la sua vendetta, uscendo di scena.

Con questi stati d’animo contrastanti ci si avvia dunque al celeberrimo intermezzo orchestrale, che separa le due parti dell’atto unico. Qui Mascagni realizza una grandiosa pagina della storia dell’orchestrazione, con l’intermezzo sinfonico composto di una prima parte preludiante con sonorità celestiali affidate ai violini e all’oboe solista e di una seconda parte caratterizzata invece da una melodia di grande intensità, affidata sempre ai violini, ma accompagnati dall’arpa, riuscendo nell’intento di dipingere, come in un grande affresco, l’ambientazione del dramma che si svolge nel santo giorno della Domenica di Pasqua, rapendo l’ascoltatore in trance, e inducendolo a passare in rassegna tutti gli affetti viventi e vissuti della sua esistenza, ripercorrendoli con pathos, letizia, dolore, speranza, delusione, e infinita commozione.

L’ultima parte dell’unico atto s’apre con i paesani tutti o quasi che si recano all’osteria di Lucia, dove Turiddu intona uno stornello popolare “Viva il vino spumeggiante” brindando alle gioie della vita, (per lui le ultime). In piazza ritorna Alfio, al quale Turiddu ignaro, offre un bicchiere di vino, che questi rifiuta sdegnosamente, e tutti comprendono che voglia sfidare il rivale. Turiddu accetta la sfida e getta per terra il vino appena versato. Inizia l’inesorabile cerimoniale della “Cavalleria Rusticana” che vede le donne scappare impaurite con la Lola in evidente disagio, e gli uomini a creare capannelli vocianti attorno ai due imminenti contendenti all’arma bianca. Mentre l’orchestra tace, i due s’abbracciano e Turiddu morde l’orecchio destro di Alfio che chiede “soddisfazione”. Turiddu sa di essere nel torto e si lascerebbe anche uccidere per espiare la propria colpa, ma non può lasciare sola Santuzza, disonorata dal suo tradimento, dunque combatterà con tutte le sue forze secondo la legge d’onore.

Prima del duello Turiddu chiama la madre per essere benedetto e raccomandarle Santuzza se non dovesse tornare, poi corre via. Lucia atterrita comprende solo allora quanto fossero vere le parole di Santuzza, e mentre le due donne si abbracciano già in preda alla disperazione, nel silenzio dell’orchestra, un urlo agghiacciante dapprima lontano, s’ode dalla campagna, seguito da un secondo molto più vicino, straziante e funesto, lanciato da una popolana accorsa dalla campagna nella piazza del paese “Hanno ammazzato compare Turiddu” con le donne del paese che accorrono in piazza per stringersi attorno alle due donne e gli uomini che si affrettano a raggiungere il luogo del duello, con l’orchestra che sottolinea il grande dramma di Santuzza, riprendendone e scandendone fortissimamente in un turbinio finale il tema della maledizione da essa lanciata, ed il suo rapido ed inesorabile compimento.

Premio Belcanto a Colaianni

La serata è stata introdotta con verve, senza fronzoli, dalla versatile e brava Ivana Pantaleo, attrice ed eco-stilista, che ha anche introdotto e condotto il secondo appuntamento della kermesse, dedicato al conferimento del XV Premio Festival del Belcanto, realizzato dall’artista turese Fabio Basile, che come da tradizione e volontà del direttore artistico, celebra le personalità musicali pugliesi distintisi nel panorama lirico internazionale, divenendo ambasciatori del belcanto pugliese nel mondo. Serata tenutasi sabato 2 agosto presso Piazza Antico Ospedale, con la consegna del premio “alla carriera”, al celebre baritono Domenico Colaianni, artista di straordinario spessore e sensibilità musicale, da più di trent’anni figura di spicco della scena lirica italiana e internazionale. Nato a Bari, e diplomato con lode al Conservatorio “N. Piccinni”, Colaianni ha calcato i palcoscenici di teatri prestigiosi come la Scala di Milano, San Carlo di Napoli, Regio di Torino, Fenice di Venezia e molti altri. Interprete raffinato e ricercatore di repertori rari, è anche docente di canto presso il Conservatorio “N. Piccinni” di Bari, contribuendo alla formazione delle nuove generazioni di artisti lirici. Il pubblico ha avuto il privilegio di ascoltarlo dal vivo durante la serata, accompagnato al pianoforte dalla Maestra Barbara Rinero. Ma il più grande privilegio l’hanno sicuramente i suoi allievi, in cui egli cerca di non crear mai false illusioni, visto l’alto grado di impegno e sacrificio occorrente per raggiungere, certi traguardi. Due giovani promesse allievi del maestro barese, il soprano Joscelyne Kanynda ed il tenore Giuseppe Settanni, si sono esibiti durante la serata ed hanno chiuso cantando insieme accompagnati dal maestro, in un finale che è stato molto emozionante.

Pietro Pasciolla

Didascalie foto: 1) Serata Premio Belcanto, da sinistra: Settanni, Rinero, Kanynda, Colaianni, Pantaleo e Redavid; 2) Santuzza, Turiddu e Lola, “Tu qui, Santuzza – Fior di giaggiolo”; 3) Santuzza e Alfio, duetto “Il Signore vi manda, compar Alfio”; 4) Il baritono Domenico Colaianni con l’ambito Premio Belcanto di Turi.

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A Turi “Si fa Teatro” con Pasquale Del Re e tanti bravi attori

Una vera e propria festa del teatro ha animato l’ultimo weekend di giugno a Turi. Sabato 28 e domenica 29, l’Auditorium Comunale di Turi ha registrato il tutto esaurito per la prima edizione della rassegna “SI FA TEATRO”, con centinaia di spettatori che hanno accolto con entusiasmo la commedia in dialetto “La Rùzzene”, già rappresentata con grande successo alcuni anni fa davanti a ben 1.200 turesi.
A guidare la scena, ancora una volta, è Pasquale Del Re, ideatore della rassegna e protagonista assoluto, nelle vesti di scrittore, regista e attore. Accanto a lui, un gruppo di attrici e attori autodidatti che hanno saputo conquistare il pubblico con talento, passione e una comicità genuina che ha riempito la sala di applausi e risate. Tra il pubblico, presente anche il Sindaco Giuseppe De Tomaso, che ha voluto testimoniare con la sua partecipazione il pieno sostegno dell’Amministrazione Comunale all’iniziativa.
“SI FA TEATRO” è infatti un progetto che nasce dalla collaborazione tra pubblico e privato, reso possibile grazie al contributo del Comune di Turi e al sostegno dello sponsor Willy Green Technology, insieme ai partner L’Orchidea Fiori di Vito Dell’Aera, ADV PLUS Pubblicità di Lorenzo Carenza e la Nuova Pro Loco di Turi, quest’ultima impegnata nell’organizzazione e nella logistica dell’evento.

Il successo della rassegna rappresenta un segnale importante per la vita culturale di Turi e per il futuro dell’Auditorium Comunale, che si candida a diventare un vero contenitore di proposte artistiche e aggregazione. “SI FA TEATRO” ha dimostrato che, con passione, collaborazione e visione, la cultura può essere popolare, partecipata e coinvolgente. L’appuntamento ora è per la seconda parte della rassegna, con i prossimi spettacoli “Cuènzele e Trebbunèle”, in programma sabato 19 e domenica 20 luglio, sempre nell’Auditorium Comunale. La rassegna continua, e a giudicare dall’avvio, promette nuove emozioni, sorrisi e momenti da condividere. 

Durante la presentazione dello spettacolo, lo stesso Pasquale Del Re ha sottolineato come il teatro possa essere un potente strumento di comunicazione sociale, culturale ed educativa, capace di trasmettere emozioni, riflessioni e valori. Un teatro che parla alla comunità e con la comunità, senza dimenticare le tradizioni turesi, il dialetto locale e quel pizzico di sana ironia che, in tempi complessi, fa sempre bene.
«Sono rimasto sinceramente colpito – ha dichiarato il Sindaco De Tomasodalla bravura di Pasquale Del Re e di tutti gli interpreti. Non solo per la qualità della messa in scena e per la passione che traspare da ogni battuta, ma anche per la capacità di far riflettere attraverso messaggi sociali profondi, senza mai rinunciare al divertimento. Le risate del pubblico sono state il segno più bello di un teatro che unisce e fa bene alla comunità.»

Comunicato Stampa

Concerto di Natale Accademia Chi è di Scena 22 dicembre

“Belcanto” e “Melodie di Pace”: nella Chiesa degli Scolopi si chiude a Turi un anno ricco di eventi musicali a cura di ‘Chi è di Scena?!’ e ‘Cultura e Armonia’

Si è conclusa nella serata di domenica 22 dicembre la straordinaria annata musicale dell’Accademia “Chi è di Scena?!”, diretta dal M° Ferdinando Redavid. Una stagione artistica che ha visto l’esordio del particolarissimo sodalizio culturale con l’APS “Cultura e Armonia” della Willy Green Technology e dalla cui sinergia ne è derivato un articolato calendario di eventi musicali, scadenzato in vari periodi dell’anno. Del resto la stessa kermesse musicale del Festival del Belcanto, punto di forza da anni dell’Accademia, ha visto quest’anno prendere il via già dal 17 di marzo quando nella Chiesa Madre si è tenuto un concerto evento di musica sacra con l’esecuzione della Messa di Requiem in Re minore K 626” di W.A. Mozart per soli, coro e orchestra, seguito nel mese mariano di maggio dall’esecuzione presso la Chiesa di Santa Maria Ausiliatrice del dolcissimo concerto “Ave Maria”. Tra la fine di luglio e gli inizi di agosto, come da tradizione, si entrati nel clou della kermesse, con la messa in scena nella serata del 28 luglio dell’Opera lirica Madama Butterfly”, nel centenario dalla morte del suo compositore Giacomo Puccini, cui ha fatto da prologo nella giornata precedente l’incontro propedeutico all’ascolto Madama Butterfly e il tormento d’amore nel dramma pucciniano. In quest’occasione, dal 2 al 4 di agosto, presso Palazzo Cozzolongo è stata aperta al pubblico la mostra internazionale “Visse d’arte” dell’artista Corrado Veneziano, e a seguire la serata di conferimento del Premio dell’omonimo Festival alla cantante lirica pugliese Amelia Felle, ora preparatrice di futuri talenti della lirica.

Due eventi ulteriori hanno chiuso il Festival. Il 13 di settembre, dinanzi Palazzo Gonnelli, è andato in scena il concerto della sorprendente Orchestra delle Chitarre De Falla guidata dal M° Pasquale Scarola, mentre nella serata del 25 di ottobre, “Giornata Internazionale degli Artisti, presso la Sala Conferenze della Biblioteca di Turi, è stata la volta del concerto-spettacolo del Duo InCanto Piano, composto dal soprano e voce narrante Natalizia Carone e dal pianista Giuseppe Bini, medesimi autori del lavoro “Racconti in musica di una bambola viaggiatrice” liberamente ispirato a una vicenda reale vissuta dallo scrittore Franz Kafka di cui quest’anno ricorre il centenario della morte.

Al Festival ha fatto seguito la rassegna “Melodie di Pace”, pensata per dar voce alla musica quale linguaggio  universale capace di unire e pacificare i cuori. Il primo dei due eventi di questa rassegna di fine anno, intitolato “Concerto per Santa Cecilia”, ha visto nella serata del 22 novembre scorso, presso le sale del Palazzo Cozzolongo (sede di “Cultura e Armonia”) il clarinettista Ferdinando Redavid, la pianista Annamaria Fortunato e la voce calda del soprano Valentina De Pasquale proporre un ascolto guidato direttamente dagli stessi musicisti, al fine di favorire un’interazione più intima e meno formale tra gli artisti e il pubblico, mediante un confronto tra il repertorio dei grandi compositori e la musica napoletana di fine’800 e inizi ‘900. Il secondo appuntamento, invece, il 22 dicembre, alle porte del Santo Natale. In una magica atmosfera di festa, nella Chiesa Barocca di San Domenico degli Scolopi, gli allievi delle classi di canto dell’Accademia, sotto la guida dei maestri Lorenzo Salvatori e Valentina De Pasquale si sono esibiti in un emozionatissimo concerto di noti brani natalizi tratti dal repertorio pop e gospel.

Pietro Pasciolla

Natività Tatulli Turi bassa

Rappresentazione pittorica della ‘Natività di Gesù’ a Turi: ‘pellegrinaggio’ in tre tappe sul tema

Un breve itinerario per le chiese storiche di Turi – San Giovanni, Chiesa Madre, Santa Chiara – alla scoperta della rappresentazione del ‘mistero’ di Betlemme può essere il modo per guardare il Natale con lo sguardo semplice degli Avi e cogliere il significato vero di un avvenimento che ha deviato la storia del mondo.

Chiesa di San Giovanni Battista • La più bella delle “Natività” sotto i nostri occhi è un ‘mistero gaudioso’, una miniatura che quasi non la noti. Sta lì ai margini con altre 14 piccole scene della vita di Gesù e Maria nel dipinto della “Madonna del Rosario” su un altare in pietra sulla sinistra dell’ex-Chiesa dei francescani riformati di S. Giovanni Battista. In origine il quadro abbelliva il gentilizio della famiglia Cavallo (la prima a destra vicino all’ingresso laterale), il cui capostipite Giovanni Antonio è raffigurato quale committente dell’opera. È di antico pennello (1595), eseguita probabilmente dal pittore bitontino (di chiare origini iberiche) Alonso de Corduba, essendo quello di Turi un quadro molto simile a una pittura dello stesso tema e dello stesso autore a Ruvo. I 15 “Misteri” del Rosario inquadrano il trono della Vergine e il Bambino, San Domenico e Santa Caterina ai loro piedi: protagonisti assoluti della scena come in tutte le rappresentazioni di questo genere, che ebbero una grande diffusione dopo l’epocale vittoria di Lepanto contro i maomettani. Il terzo “Mistero gaudioso”, a sinistra, raffigura un presepe; nel piccolo spazio ovale, con abilità da miniaturista, il pittore ha inserito tutti gli elementi tradizionali della Natività: la Sacra Famiglia, il bue e l’asinello, un pastorello adorante, l’Angelo e altri personaggi stilizzati in lontananza; nel piccolo spazio trovano posto anche una colonna classicheggiante, un capanno con tetto in paglia, una roccia e degli arbusti, il tutto coronato da un cielo nuvoloso che tende alle tonalità del tramonto.

Chiesa Madre dell’Assunta • Un’altra tappa di questo breve itinerario d’arte a tema natalizio non può che essere la Chiesa Matrice di Maria Santissima Assunta in Cielo e l’altare della Madonna di Terrarossa o del Rosario nell’omonima cappella (la prima entrando a sinistra). L’altare in legno dipinto, piuttosto malridotto e ora per fortuna in restauro, è della prima metà del Settecento ­– anni quelli di grande trasformazione per l’antica Collegiata turese – ed accoglie nella nicchia centrale la rinascimentale “Madonna di Terrarossa” firmata da Stefano da Putignano; intorno ad essa la sequela, anche qui, dei 15 piccoli quadretti pittorici chiusi da cornicette rococò. Tra questi, naturalmente, vi è quello della “Natività”. Vennero realizzati, insieme all’altare, nel 1742 (come recita il cartiglio) per volontà del medico-fisico Giacomo Zita, con molta probabilità dal pittore Donato Paolo Conversi che in quegli anni era membro influente della Confraternita del SS. Rosario che nella cappella aveva sede, oltre ad essere, con il favore del barone Francesco III Moles, amministratore dell’Università di Turi. Il fotogramma della Nascita di Gesù vede rappresentati su tre piani prospettici tutti i protagonisti tradizionali della scena presepiale: in primo piano i pastorelli, in mezzo la Santa Famiglia con il Bambino avvolto tra le calde braccia materne (il particolare meglio riuscito); sul fondo, il bue e l’asinello, con alcuni elementi architettonici, uno spicchio di cielo e la chioma di un albero. La pittura appare più ‘grezza’ rispetto al “Rosario” dei Riformati, in alcune parti quasi accennata, con un fascio di luce che illumina la stalla di Betlemme da sinistra lasciando in piena ombra San Giuseppe.

Chiesa di Santa Chiara • Dalle miniature passiamo ad ammirare l’unica icona pittorica turese tutta dedicata all’evento di Betlemme: la “Natività” attribuita al pennello di Samuele Tatulli, posta su un altare laterale della Chiesa ex-conventuale di Santa Chiara. È una tela di media dimensione nella quale il maestro, nato a Palo del Colle nel 1754, raffigura Gesù Bambino al centro della scena, con Maria Santissima che lo sorregge amorevolmente mentre lo indica con lo sguardo ad un pastorello adorante; Giuseppe, invece, conversa con altri due personaggi venuti a rendere omaggio al Figlio di Dio. Il gioco dei volti, la diagonale degli sguardi, lo svolazzare degli angeli, il pallio rosso fiammante del barbuto Evangelista Marco e la scelta di porre la Santa Famiglia su un piano prospetticamente rialzato, danno a questa composizione un dinamismo circolare, quasi fosse un vortice la cui energia vitale è nel Bambino venuto a redimere i peccati dell’umanità. Il gioco prospettico della luce scelto dal Tatulli pone la Santa Famiglia di Nazareth in piena luce ma indietro; in avanti, in leggera penombra, è invece la sagoma possente di San Marco, riconoscibile dal leone ai suoi piedi. Si tratta di una ‘intrusione’, una forzatura comunicativa, essendo il Vangelo secondo Marco l’unico dei quattro ufficiali di Santa Romana Chiesa a non riferire della nascita di Gesù.

Giovanni Lerede

Didascalie foto di Giovanni Palmisano: 1) ‘Natività’ con San Marco Evangelista, Samuele Tatulli, Turi, Chiesa di Santa Chiara; 2) ‘Madonna del Rosario’, particolare della ‘Natività’, Alonso de Corduba (attrib.), 1595, Chiesa di San Giovanni Battista, Turi; 3) Altare Madonna di Terrarossa (o del Rosario), particolare della ‘Natività’, Donato Paolo Conversi (attrib.), 1742, Chiesa Madre dell’Assunta, Turi.