Giuseppe Conversi firma 1765

Giuseppe Conversi ‘il Materano’, da Turi a Valenzano. Tra chiese, conventi e cappelle rurali

Giuseppe Conversi a 15 anni è già “pittore di professione”. Lo attesta il ‘Catasto’ – il registro fiscale istituito dai Borbone nel Settecento – che assegna al ragazzo una rendita di 7 once, – “un’industria di oncie 7” – l’unità di misura sulla quale si calcolava il peso delle tasse dovute al governo di Napoli dagli artigiani (al padre Donato Paolo la stima assegna 14 once). Con i parametri di oggi, 15 anni ci sembreranno davvero pochi, ma al tempo a quell’età si lavorava già da tempo e si metteva su famiglia, non c’era molto da aspettare. Dunque Giuseppe produce un suo reddito derivante, con tutta probabilità, da qualche commessa ‘minore’ – quadretti di devozione domestica, ad esempio – ma forse anche da compartecipazioni ai lavori commissionati al padre, perché al giovane doveva essere assicurato un futuro autonomo.

• Cosa produce Giuseppe a Turi?

Al momento possiamo lavorare d’ipotesi, di deduzioni, seguendo i pochi indizi a disposizione, non essendoci esplicite indicazioni documentarie sulla sua attività nella bottega paterna a Turi. Donato Paolo, quando è interrogato per la compilazione del ‘Catasto’ dichiara di avere 53 primavere, cariche d’impegni portati a termine ma anche di dolorose perdite d’affetti. Il peso della vita è già tanto – all’epoca a 50 anni si era già anziani – e perciò possiamo immaginarlo ricevere l’incarico dai Padri Scolopi di realizzare due tele ovali con una certa riluttanza. Siamo nel 1751 e questa è l’ultima commissione riconducibile a lui o alla sua bottega. La vista sta cedendo, la mano non è più ferma come una volta, allora perché non farsi aiutare da Giuseppe, che già sa il fatto suo? Questo passaggio di testimone, al di là delle libere congetture anagrafiche, lo deduciamo dalla genericità della firma che accompagna una delle due tele gemelle del presbiterio di San Domenico, cioè quella raffigurante “San Domenico mentre brucia i libri eretici”, dove è segnato solo il cognome “Conversi fecit” e non anche il nome come in tutte le altre tele di Donato Paolo. È un modo per comunicare un lavoro realizzato in famiglia? Gli ovali degli Scolopi sono da considerare una pittura solo di Giuseppe o di entrambi?

A destra dell’altare maggiore, “Sant’Antonio e la mula adorante l’Eucarestia” ci conferma come i due ovali siano composizioni che registrano un deciso cambiamento di stile rispetto alle tele firmate ‘Donato Paolo Conversi’. Esse, infatti, appaiono più fresche, più colorate, più dinamiche; le figure si ‘agitano’ in gesti più naturali, i Santi sono meno ieratici, più umani mentre agiscono in ambientazioni urbane che appaiono riprodotte dal vissuto dell’autore, niente a che vedere con le statuarie figure dipinte anni prima per i Riformati, – “Simmate”, “Carmine”, “Santa Teresa” – sicuramente di Donato Paolo e ancora così legate allo schema compositivo della pittura seicentesca, dal quale il pittore lucano non sembra mai discostarsi, restando sempre fedele ad una comunicazione controllata, gerarchica, rigorosamente aderente alle ‘Scritture’ ufficiali e alle imposizioni della Controriforma. Un modo di fare che è assai distante dalla luminosa teatralità scenica della pittura settecentesca, che un po’ s’intravede negli ovali scolopiani.

A Giuseppe, o comunque alla bottega dei Conversi, azzarderei assegnare anche i due piccoli ovali raffiguranti “Miracoli di San Giuseppe Calazanzio”, dipinti su tela della metà del XVIII secolo della Chiesa di San Domenico da poco restaurati e portati in Chiesa Madre, che restituiscono un insieme, tra composizione e colori, a mio parere non distante dai modi dei Conversi. Con più convinzione accosterei a Giuseppe i tre “Miracoli di Sant’Antonio” della cappella del Santo nella chiesa conventuale di San Giovanni Battista a Turi. Intanto sono su muro, cioè realizzate direttamente sull’intonaco secco, e questo è un indizio importante a proposito di Giuseppe che ha lasciato per lo più pitture murarie. Le scene, anch’esse in forma ovale, sono purtroppo rovinate e maldestramente offuscate da interventi di laccatura con vernici sintetiche, tuttavia ancora abbastanza riconoscibili. Sono tre sorprendenti “Storie di Sant’Antonio”: 1) l’autolesionistico taglio di un piede, pietosamente riattaccato all’arto dal Santo rimasto colpito dal sincero pentimento del giovane protagonista, il quale aveva preso a calci la madre; 2) la resurrezione ‘temporanea’ a Lisbona di un assassinato, riportato in vita da Fra Antonio affinché potesse discolpare suo padre dall’accusa di omicidio; 3) la visione nella casa sull’albero a Camposampiero, dove Fra Antonio, vede Gesù Bambino.

Questi tre dipinti murari, meritevoli di un accurato restauro, nell’impostazione compositiva e cromatica, evidenziano una familiarità stilistica con gli ovali (su tela) di San Domenico – stesse ambientazioni, stessi arti gesticolanti, stesse espressioni nei volti – ma ancora di più con le pitture su muro che Giuseppe Conversi firmerà a Valenzano e in alcuni luoghi poco distanti da Turi.

• Le storie francescane di Valenzano

“IOSEPH CONVERSI PINXIT PRO SUA DEVOTIONE”. Questa ‘firma’ è in bella evidenza tra le vivaci pitture del chiostro che affianca la Chiesa parrocchiale di Santa Maria di San Luca a Valenzano, esattamente nella scena della “Venerazione di San Francesco” posta nella quarta lunetta nei pressi dell’ingresso che dà sulla grande piazza dedicata a Frate Francesco, dove spicca l’altissimo campanile dell’ex-complesso conventuale dei Frati Minori Riformati, edificato dagli inizi del XVII secolo da un benefattore locale. Varcato il cancelletto, si entra in un portico a tre braccia voltato a botte, ricchissimo di dipinti: 21 lunette raffiguranti episodi della vita dell’Ordine di San Francesco; tra una storia e l’altra e sui 9 pilastri sono, invece, dipinte 28 figure, tra Santi, Beati e Martiri francescani. Le molteplici immagini sono raccordate tra loro da un apparato decorativo a finto marmo, con elementi vegetali e piccoli paesaggi. Le sequenze di questo vivace ‘film’ pittorico di 133 mq, dove non mancano scene ‘horror’, databile alla seconda metà del XVIII secolo, riportano in basso didascalie e precisi riferimenti alle committenze: ecclesiastici e famiglie benestanti di Valenzano, Capurso, Ceglie e altri paesi vicini, indicati con il blasone, il nome e il luogo di provenienza.

Non vi è alcun dubbio che l’autore di questo ciclo di tempere su intonaco secco sia Giuseppe Conversi, come attesta prima di tutto la firma in grande evidenza nella lunetta della “Venerazione” e come attesta anche lo stile pittorico.

Questa di Valenzano è l’opera più significativa del pittore turese il quale, con ogni probabilità, allo svoltare della metà del secolo, scomparsi gli adulti della famiglia – i genitori e uno zio prete convivente – non avendo più commesse nè appoggi in loco, poté lasciare Turi per trasferirsi a Valenzano non solo per eseguire più agevolmente l’impegnativa opera decorativa per i Riformati, ma forse anche per congiungersi in matrimonio con la cognata Domenica Liuzzi, rimasta vedova di Giovanni Battista, fratello maggiore di Giuseppe. Un’ipotesi verosimile, ma ancora tutta da verificare.

Le 50 ‘storie’ multicolori del chiostro di Valenzano ci parlano dell’impronta stilistica sull’arte di Giuseppe di suo padre Donato Paolo, unico suo maestro. Sorprendente, ad esempio, è la somiglianza della lunetta con “San Francesco che riceve le stimmate” con l’omonima tela a olio della Chiesa San Giovanni Battista a Turi, firmata da Donato Paolo e databile agli anni ’30 del XVIII secolo. Allo stile paterno sono riferibili quel modo di raffigurare mani ossute e quei volti giocondi con labbra strette e rosso fuoco. E poi il disegno ancora rigido, a volte ingenuo, delle figure e lo stile decisamente didascalico, fumettistico della composizione, pur declinato da Giuseppe in forme più moderne, tuttavia richiama ancora lo stile paterno. Le vite dei Santi (e Sante), a Valenzano come a Turi – come vedremo anche nelle cappelle rurali – sono per Giuseppe come i teli srotolati dai cantastorie girovaghi, con miracoli ed episodi di vita raffigurati sempre con cruda essenzialità, in uno stile certamente non raffinato, colto, ma proprio per questo più confacente al linguaggio semplice dei frati francescani, di sicuro e immediato impatto popolare.

Giunto fino a noi senza troppo danno, a differenza di quello del convento dei Riformati di Turi il ciclo pittorico di Valenzano è ancora in gran parte visibile anche grazie ad un ampio restauro condotto nel 2002 da Maria Gaetana di Capua, lavori che interessarono anche altre pitture murarie presenti nell’attigua chiesa. E qui, negli ambienti del coro, il Catalogo generale dei Beni Culturali del Ministero della Cultura censisce altre opere di Giuseppe Conversi, più precisamente una lunga serie di ritratti di uomini di Chiesa dipinti a olio su legno per decorare la sala riunione dei frati. Una mole importante di lavoro, dunque, quella commissionata al pittore dai Padri Riformati valenzanesi, che ben supporta l’ipotesi avanzata prima di un trasferimento abitativo di Giuseppe a Valenzano, senza però abbandonare mai del tutto la zona di Turi dove realizzerà altri lavori artistici.

• Gonnelli e Riccardi, cappelle rurali intorno a Turi

Giuseppe fu decoratore di muri non solo nei chiostri ma anche nelle cappelle rurali. E delle tante chiesette del nostro contado, sempre affiancate da belle masserie, due sono state sicuramente abbellite, sacralizzate, con immagini di Santi e Madonne dipinte dal nostro pittore. L’itinerario sulle tracce della sua arte ci riporta nei pressi di Turi, in una fetta di territorio che fino a un secolo fa era parte del territorio comunale e che ora appartiene a Sammichele di Bari. Sto parlando della Masseria Gonnelli (o Gonnella come la chiamano i sammichelini), di fronte alla quale, al bordo opposto di una vasta aia vi è una cappella isolata, appena visibile dalla strada provinciale Turi-Gioia in quanto nascosta da una folta macchia mediterranea (il bosco Gonnelli).

La settecentesca chiesetta – la masseria ha origini più antiche ma nel XVIII secolo è riqualificata e ingrandita – appare come una costruzione piuttosto allungata con una facciata rettangolare arrotondata in alto e con decorazioni molto semplici, lineari. Oltre il portale d’ingresso, sormontato da una nicchia e una finestra, troviamo un’aula decisamente spoglia, con un unico altare in pietra scolpita appoggiato sulla parete di fondo, sormontato da una fastosa pittura a coprire tutto il muro fino alla volta e illuminata da due finestrelle laterali poste in alto. Al centro di un trompe l’oeil dipinto, che finge architetture mistilinee rococò, marmi rosati e stucchi, cornici dorate e rossi tendaggi, è un’immagine sacra con la Madonna e Gesù Bambino su una soffice nuvola in abiti leggeri e svolazzanti, con attorno angioletti; in basso, le figure simmetriche devozionali di San Nicola di Bari (a sinistra) e San Vito Martire con il tipico cagnolino (a destra). Sia il Bambino sia un angelo reggono tra le mani spighe di grano a simboleggiare la richiesta alla SS. Vergine della protezione sui campi e sui raccolti. La tempera mostra ben evidente tutto lo stile di Giuseppe Conversi, anche se l’opera è datata ma non è firmata. Nel cartiglio in basso troviamo scritto: “TOTA PULCRAES MARIA 1753”. Ma il linguaggio figurativo e cromatico di questa pittura dai toni decisamente caldi è senza dubbio dei Conversi, lo dice anche il confronto con un’altra decorazione in cappella, questa volta firmata.

Adiacente alla bella Masseria Riccardi, posta poco distante dalla statale 172, oltre i binari, nel tratto tra San Pietro Piturno e Putignano, vi è una cappella rurale datata 1764 con la facciata bassa sormontata da un campaniletto a vela e il tetto a croce greca ricoperto a ‘chiancarelle’, al cui interno si trovano varie pitture di Giuseppe. Esse sono datate 1765 e sono sovrapponibili in toto a quelle della Masseria Gonnelli. In fondo alla piccola aula, intorno a un bell’altare di pietra riccamente scolpita, vi è riprodotta a tempera su intonaco secco una decorazione ‘illusoria’ ben equilibrata che, tra architetture marmoree, decorazioni dorate e medaglioni tutte simulate con la pittura, racchiude alcune immagini sacre anch’esse tutte dipinte sul muro. Al centro della decorazione d’altare, un Crocifisso sormonta la figura della Madonna del Monte Carmelo con i riconoscibili ‘abitini’ e tante testoline d’angelo. In basso, sotto la nuvola, tre Santi e le Anime del Purgatorio: a sinistra è San Giuseppe con il bastone fiorito e ai piedi lo stemma del committente; al centro San Giovanni Battista con l’agnello e dietro di lui San Biagio in abiti vescovili. Ai lati, due ovali sorretti da angeli con San Francesco da Paola e Sant’Antonio da Padova. Altre pitture sono sulla volta e sulle pareti laterali e raffigurano altri Santi legati alla devozione padronale, tra cui San Vito, San Domenico Soriano, Santa Barbara. Lo Spirito Santo è al centro della ‘stella’ creata dall’incastro tra le due volte ‘a botte’. Tutte le pitture sono state recentemente restaurate da Rocco Colucci e risplendono nei loro colori originari.

Singolare è qui la firma del pittore, che il restauro ha messo maggiormente in risalto: “IOSEPH CONVERSI A MATERA PINGEBAT. A.D. 1765”. Il pittore Giuseppe Conversi, nato a Turi da un materano e una turese, ormai trentenne sembra voler riscoprire le radici altomurgiane e le dichiara apertamente definendosi ‘di Matera’. Non sappiamo il motivo di questa scelta che a noi turesi può sembrare un ‘tradimento’, ma possiamo immaginare che non si tratti di radici rinnegate ma un segno di legami spezzati, svaniti, non avendo Giuseppe a Turi più nessuno a cui far riferimento (la sorella scompare proprio nel 1765). Trasferito a Valenzano, è probabile che Giuseppe abbia voluto richiamare le radici paterne evidentemente avvertite come più solide, più naturali avendo lì la propria parentela. Matera, dopotutto, era all’epoca una città importante essendo il capoluogo della Provincia di Basilicata e rivendicarla come luogo delle origini poteva essere un segno di prestigio.

Non sappiamo quanto durerà ancora il suo percorso artistico, oltre il 1765 al momento non è stato individuato altro lavoro riconducibile al nostro pittore. Sappiamo, però, che la sua produzione, firmata o attribuita, è già abbastanza per indicarlo come un pittore che ha lasciato una buona traccia di sé. Traccia che è memoria di un concittadino a cui il Comune di Turi tempo fa ha dedicato una strada. Noi, che studiamo e scriviamo sulla storia di questo paese, abbiamo voluto dedicare a lui questo inserto.

Giovanni Lerede

Fonti

Oltre le mie ricerche, su Giuseppe Conversi ho trovato pubblicati alcune foto e pochi cenni sparsi, più che altro legati al chiostro di Valenzano (Catalogo dei Beni Culturali Italiani). Per questo inserto ho perciò attinto notizie principalmente dai miei appunti di ricerca e da:

• Giovanni Lerede, “I Conversi tra Matera e la Puglia. Giovanni Battista, Giuseppe, Vito Antonio e Donato Paolo: luoghi e opere di una famiglia di pittori del ‘700”, in ‘Sulletracce’, quaderno n. 6 del Centro Studi di Storia e Cultura di Turi, Schena Editore, Fasano 2003.

• Giovanni Lerede, “Giuseppe Conversi. Tutto suo padre!”, in ‘il paese’/settembre 2009.

• Maria Gaetana di Capua, “Relazione finale del restauro dei dipinti murali del chiostro del Convento di S. Maria di S. Luca in Valenzano”, 2002 – Archivio G. Lerede.

• Luigi Mongiello e Giovanni Mongiello, “La religiosità nel parlato architettonico della Murgia dei Trulli”, in ‘Umanesimo della Pietra/luglio 2001.

foto presentazione

San Giacomo Maggiore, 1640. A Turi la bella scultura di Aniello Stellato torna a risplendere

“Il restauro è anche un’operazione di conoscenza che ci consente di apprendere, di avere un rapporto intimo con l’opera che stiamo esaminando. Ad essa ci avviciniamo attraverso le mani d’oro dei restauratori, cioè coloro che restituiscono vita all’arte e alla materia, ridando bellezza a ciò che il tempo ha sottratto. Ogni restauro è un atto di responsabilità”.

A Turi, da un paio d’anni, il restauro è diventata un’azione corrente, diremmo familiare, come familiari sono diventate le cerimonie di restituzione alla città dei capolavori di arte e fede che custodisce. Tutto questo lavoro di recupero, a cui stiamo man mano dando lo spazio informativo che merita, sta producendo non solo nuova consapevolezza del patrimonio storico-artistico in nostro possesso ma anche nuova conoscenza, nuova bellezza, come ha ben sottolineato Federica Testa, storica dell’arte e funzionaria della Soprintendenza della Città Metropolitana di Bari intervenendo alla cerimonia di restituzione di un capolavoro dell’arte seicentesca appena restaurato – la statua lignea di San Giacomo Maggiore – operazione che s’inserisce nel programma ‘Luce sugli Altari’ promosso dalla Curia di Conversano e dall’Arcipretura di Turi, con l’apporto fondamentale di finanziatori privati: Emanuele Ventura e Giovanna Giannandrea, responsabili rispettivamente dell’APS ‘Cultura e Armonia’ e dell’azienda ‘Willy Green Technology’, i quali utilizzano parte del profitto aziendale per interventi nel campo culturale, artistico e sociale. “Il progetto del restauro dei tre altari della Chiesa Madre – continua la dott.ssa Testa – è un esempio stupendo, virtuoso di collaborazione tra la comunità ecclesiale, gli imprenditori,  l’associazionismo culturale e gli enti pubblici. Si tratta sostanzialmente di persone di buona volontà, ciascuno nel suo ruolo, competenze e professionalità, che collaborano per restituire opere d’arte alla comunità”.

La sera del 20 luglio, nello spazio intimo del sacrato della Matrice animato dalle sottolineature musicali di Annamaria Fortunato (pianoforte) e Valentina De Pasquale (soprano) la cerimonia ha visto in primo luogo l’intervento di presentazione dell’arciprete-parroco D. Luciano Rotolo, il quale ha fatto il punto sul progetto di recupero degli arredi sacri della Chiesa Madre, con gli interventi già conclusi (gli altari di Terra Rossa e della Trinità, la tela della ‘Madonna del Latte’, la statua e la base di San Giovanni) e quelli ancora attivi (l’altare dell’Immacolata, l’organo e la cantoria. È intervenuto il Sindaco De Tomaso, mettendo in evidenza la figura del grande musicista di Turi Giovanni Maria Sabino, coprotagonista della serata, come vedremo più avanti. L’importanza dell’operazione di recupero in corso a Turi è stato sottolineato dalla presenza di Francesca Romana Paolillo, Soprintendente ai Beni Artistici della Città Metropolitana di Bari, la quale, apprezzando molto la spinta al recupero dei beni della nostra cittadina, ha ringraziato tutti i soggetti impegnati nel percorso di tutela, auspicando che i cantieri di restauro durino il più a lungo possibile.

Ma è toccato alla storica dell’arte Federica Testa inquadrare in modo più specifico e mirato l’intervento appena concluso.“Da un anno e mezzo – ha detto la funzionaria ormai di casa a Turi, non solo per la Chiesa Madre ma anche per i restauri delle tele a San Domenico, con altri finanziatori – stiamo portando avanti questo lavoro di recupero degli altari della Matrice. Ritengo importante la continuità del lavoro di sorveglianza, e giudico molto positivamente la collaborazione che si è creata nel corso del tempo con Emanuele, Giovanna, don Luciano. La Chiesa Madre conserva innumerevoli opere d’arte, molto importanti non soltanto per la comunità turese ma per la storia dell’arte in generale, come quelle di Stefano da Putignano, che è tra i principali esponenti della scultura lapidea del Cinquecento in Puglia e non solo”.

La macchina d’altare che contiene la statua di San Giacomo è di dimensioni importanti ed è datata al 1747, come si legge nella tela del ‘San Girolamo’; include altre due statue, San Lorenzo e l’Immacolata, di materiali ed epoche diversi, che per una serie di vicende ancora in corso di verifica sono state assemblate in questo altare, che è a sua volta il frutto di un assemblaggio di elementi di epoche differenti. “Stiamo portando avanti il restauro statua per statua – ha specificato la dott.ssa Testa – perché ognuna ha bisogno di una sua attenzione, di un’analisi specifica e puntuale”. La scultura di San Giacomo Maggiore è di legno e questo “è di per sé abbastanza eccezionale”. Infatti, nonostante la fragilità del materiale, essa ha superato quasi indenne quattro secoli di vita, e rappresenta un’importante eccezione, una quasi rarità non solo in Puglia ma nella storia dell’arte in generale. “È difficile trovare delle statue lignee ben conservate perché più di altre sono sottoposte all’azione del tempo, del tarlo, dell’incuria umana. Il fatto che sia integra è importante”.

Sul San Giacomo e sul recupero del suo altare la dott.ssa Testa ha fornito notizie storiche per lo più già note grazie agli studi portati avanti e pubblicati negli anni innanzitutto da Paolo Valerio, ma anche dal prof. De Mieri e da altri studiosi locali, persone che la dott.ssa Testa, pur non citando nessuno, ha voluto ringraziare. “Un accurato lavoro di ricerca portato avanti dagli storici eruditi locali, che ci tengo a ringraziare, ci hanno fornito tanto materiale su cui abbiamo costruito il progetto prima e il lavoro dopo. Grazie a loro sono state ritrovate tante informazioni: sappiamo che la scultura è stata realizzata dallo scultore napoletano Aniello Stellato, probabilmente uno dei più importanti scultori lignei a Napoli della prima metà del Seicento; sappiamo la data di realizzazione, che è attorno al 1640; sappiamo anche il nome del committente Giovanni Maria Sabino, che era un musicista nato a Turi, il quale andò agli inizi del Seicento a Napoli per imparare e perfezionare la sua arte. Ed è proprio in quel contesto napoletano che commissionò quest’opera d’arte al più importante scultore napoletano per regalarla alla sua città. Ed è stato un regalo davvero importante”.

Lo ha detto la dott.ssa Testa, lo hanno constatato i presenti: l’opera ora è davvero molto bella! “Essa rappresenta perfettamente lo stile della scultura del Seicento a Napoli. Non ha ancora quella ricchezza tipica del pieno barocco, rimane legata agli stilemi cinquecenteschi – la fierezza, la frontalità – ma al tempo stesso mostra quella leggerezza dettata dalla gamba ripiegata in avanti, che ne fa quasi una scultura in movimento”. Non a caso San Giacomo Maggiore è legato alla particolare devozione del pellegrinaggio e la scultura di Turi ne ha tutti gli attributi: il bastone, il libro, il cappello sulla spalla, il mantello per proteggersi dalla pioggia. A questi elementi tipici dell’iconografia del Santo “si aggiunge una decorazione, in parte perduta ma in origine molto ricca, realizzata con la tecnica particolare che prevede uno strato di tempera su foglia oro”, cioè l’estofado, che il restauro ha in parte restituito, senza tuttavia ricorrere ad integrazioni di colore.

La restauratrice Rosanna Guglielmo, titolare della ditta,ha percorso le fasi canoniche dell’intervento – analisi, progetto, autorizzazioni e intervento vero e proprio – su un’opera in legno faggio davvero molto compromessa dal tarlo e da pesanti ridipinture e stuccature avvenute, con ogni probabilità, negli anni Sessanta del secolo scorso, come documentato sul n. 339 de ‘il paese’. La restauratrice ha evidenziato l’abbondanza delle stuccature ritrovate sotto lo strato di vernice, debordanti a tal punto da aver coperto in vari punti la decorazione pittorica originaria, realizzata con foglia oro, lacche blu, un po’ alterate verso il verde, e rosse nella particolare tecnica di derivazione spagnola dell’estofado de oro’. Rimosso lo sporco e le vernici, l’oro ha per fortuna ripreso a splendere almeno nelle parti dove si è salvato. L’uso dei più moderni materiali ha permesso, infine, di consolidare tutta la statua, in molti punti indebolita dal tarlo.

La serata si è conclusa con l’intervento del finanziatore Emanuele Ventura il quale ha annunciato che il programma di interventi in Chiesa Madre continuerà ancora per molto tempo. Terminato entro il 2026 il restauro dell’organo e dell’altare di San Giacomo – qui ci potrebbe essere qualche sorpresa nella statua dell’Immacolata – nel 2027 si procederà con il restauro della cinquecentesca Cappella Moles, della ‘bussola’ e dei tre portoni d’ingresso alla chiesa. E probabilmente altro ancora. Work in progress!

Giovanni Lerede

Madonna del Latte  durante il restauro

Madonna del Latte, un quadro del Seicento a Turi. Una devozione perduta, l’Aquila degli Asburgo e due pie donne

La tela della Madonna con il Bambino e i Santi Fabiano e Sebastiano è tornata a mostrare con sorprendente vivacità i suoi colori, svelando inoltre parti finora nascoste. L’anonimo pittore della prima metà del Seicento raffigura qui la Vergine Maria che offre al mondo il suo seno, fonte di nutrimento spirituale, ma anche materiale. La cosiddetta ‘Madonna del Latte’, che protegge il parto – passaggio non scontato in passato, che spesso portava alla morte – e rende abbondante il nutrimento materno, in passato aveva una così forte presa popolare da resistere alle proibizioni maturate con il Concilio di Trento, che non tollerava più l’idea di Maria ‘messa a nudo’. A Turi l’impatto ‘carnale’ del seno che fuoriesce dalla veste rosa di Maria, appare tuttavia attenuato dallo stuolo di angeli e angioletti tutto intorno e riporta così, la Vergine, ad un ruolo esclusivamente spirituale avvolta com’è in una luce calda divina non terrena. La nube, invece, è poco eterea e gli angeli che vi si appoggiano sembrano zavorre.

Più interessante dal punto di vista della resa formale e cromatica è la figura in piedi a sinistra, San Fabiano papa, martire dei primi secoli del Cristianesimo, vittima a Roma delle persecuzioni imperiali. Esso ha tutti i segni del comando di un papa re del XVII secolo – un angioletto ha tra le mani il triregno, un altro regge il pastorale (la ferula con croce tripla) – niente a che vedere, dunque, con i Vescovi di Roma costretti alla semiclandestinità, incarcerati e lasciati morire di fame, come nel caso di Fabiano. Per rendere i Santi riconoscibili, secondo i modelli stabiliti dalla Chiesa, i pittori erano tenuti a calare i personaggi nel presente, estraendoli dal loro contesto storico per essere caricati di attributi iconografici facilmente decifrabili. Al contrario della Vergine, che mi pare più approssimativa soprattutto nella resa del volto, in San Fabiano il pittore mostra una maggiore cura del dettaglio, ad esempio quello delle vesti liturgiche (del piviale fiorato in particolare) e del volto barbuto; tuttavia, come nella Madonna, il gioco di luce e d’ombra sulle pieghe dei tessuti appare piuttosto rigido, geometrico, lontano dalla morbidezza che solo i maestri della pittura sanno dare ai tessuti.

Non convince, invece, il San Sebastiano legato al tronco e martoriato di frecce. Pur riacceso dal restauro, il corpo giovanile del Martire denota un’anatomia piuttosto approssimativa nella resa della muscolatura. Ma qui interessante è capire, interrogando l’agiografia, cosa rappresentano le due donne dietro il Santo, che la mano esperta dei restauratori ha reso nuovamente visibili. Il ‘Martirologio’ romano ci viene in soccorso. Si racconta che il soldato imperiale Sebastiano, segretamente cristiano, venne scoperto e condannato a morte dall’imperatore Diocleziano; colpito da molteplici frecce (il suo ‘segno’ di riconoscimento principale) miracolosamente rimane in vita ma è creduto morto dal plotone e abbandonato. Irene di Roma (poi santa) gli andò in soccorso e lo curò. Non a caso Irene, nella tela di Turi, ha tra le mani un porta unguento mentre si fa accompagnare da un’altra pia donna, non menzionata però nel ‘Martirologio’. In seguito, però, Sebastiano è nuovamente arrestato e questa volta messo a morte senza scampo.

• Il committente e il blasone

Nella tela della Chiesa Madre di Turi si registra un’altra scoperta interessante, ma enigmatica: il blasone in basso al centro recante, su fondo celeste-argenteo, un’aquila a due teste coronate con al centro uno scudo di piccole dimensioni a strisce orizzontali di azzurro e argento. A chi appartiene? Quando è stata realizzato il quadro?

Sebastiano, come sappiamo, è il Santo invocato dal popolo a protezione dalle pestilenze e sappiamo quanto il Seicento sia stato il ‘secolo della peste’. Ed è in questo secolo che il quadro è commissionato per adornare un altare della Collegiata turese. “… (la) Cappella dedicata a S. Sebastiano…è di juspatronato e ebbe come fondatore D. Sabino di Vitullo…ha un altare in pietra sul quale c’è una tavola di legno, con pietra sacra, le tovaglie, due candelabri di legno argentati e con un panno di color bianco e cremisi e sul detto altare c’è l’immagine della beata Vergine Maria e intorno alla cappella si sono altre immagini di santi e sante…”. Nel resoconto della ‘Santa Visita’ del Vescovo Capulli dell’agosto 1606, si apprende anche il nome del cappellano dell’epoca, D. Giacomo Lezze, che ha “l’onere di due Messe la settimana” in suffragio dell’anima del fondatore. Dalla visita pastorale di mons. Palermo, del settembre 1659, apprendiamo altri dettagli collegabili alla tela di cui stiamo parlando. A fianco della Cappella dei SS. Medici, si legge nel verbale: “…c’è l’altare dei Santi Fabiano e Sebastiano con le immagini dei santi Titolari. Su questo altare è fondato il legato juspatronato della famiglia Lezza e vi celebra il canonico Giovanni Lezza. L’impegno del beneficio è quello di celebrare 104 Messe annuali per il fondatore e ancora 52 per la defunta Pasqua d’Urso e solo 4 per la defunta Caterina Cecere” (o Cecire), che poi è madre del musicista e compositore Giovanni Maria Sabino.

Le poche note del 1659 appaiono più riconducibili alla nostra tela della ‘Madonna del Latte’, in quanto si fa esplicito riferimento anche ai Santi Martiri rappresentati e non solo alla “beata Vergine Maria” come nel resoconto del 1606. Un altro elemento da valutare è la peste. Sappiamo che Turi e la Terra di Bari furono investite dalla morte pestifera sia intorno al 1630 sia intorno al 1650. È perciò plausibile, che questa pittura devozionale sia stata realizzata a ridosso di una delle date sopra indicate, quale ringraziamento per il pericolo scampato o attenuato nelle conseguenze grazie all’intervento della Vergine – misericordiosa e protettiva – e dei Martiri.

A questo punto è lecito però chiedersi: chi ha pagato questa immagine? Nel 1659 la ‘Santa Visita’ dice che la famiglia Lezza (o Lezze/Lezzi) è titolare del beneficio dei Santi Fabiano e Sebastiano, tuttavia lo stemma riemerso durante il restauro sembra rimandare ad altro. L’aquila a due teste coronate è il sigillo degli Asburgo di Spagna, che nel XVII secolo sono padroni di mezza Italia; questo particolare non da poco porta a ipotizzare per la nostra tela possa aver avuto una committenza collettiva. Nel Seicento, infatti, le autorità locali (ma anche le ricche famiglie) a volte rendevano omaggio al re riportando nelle tele il simbolo della famiglia regnante quale segno di sottomissione all’autorità della corona. È un’ipotesi forse azzardata, tuttavia maturata tenendo anche conto della modesta condizione della famiglia Lezza/Lezzi, beneficiaria dell’altare: essi erano sicuramente tra i maggiorenti del paese ma non così potenti da potersi permettere l’utilizzo dell’aquila imperiale senza un particolare motivo, che potrebbe essere, appunto, quello di un sottomesso omaggio all’autorità del re di Spagna.   

• Il pittore e l’originaria collocazione

Escluderei che l’autore della tela, non firmata, possa essere un maestro del pennello. La resa complessiva della sacra composizione farebbe pensare, piuttosto, a un pittore minore, un ‘copista’ locale magari influenzato dalla pittura di Gliri, Rosa o Altobello (esponenti di spicco della florida ‘Scuola Bitontina’) ma non necessariamente allievo di uno dei tre.

Sulla originaria collocazione in Chiesa Madre della tela possiamo essere invece molto più precisi. Le ‘Sante Visite’ testimoniano, tra Sei e Settecento, che la cappella di San Sebastiano e San Fabiano con l’altare in pietra e la balaustra – di fattura identica a quelli della navata di destra dedicati al Crocifisso e a Sant’Anna – era posta dove nei primi decenni del XX secolo viene realizzata la più ampia cappella di Sant’Oronzo, sfondando il muro dove era appesa proprio la nostra tela, che finì dimenticata in sacrestia. Dopo il restauro, la tela di cui si è parlato finora è tornata (quasi) al suo posto: non sul suo altare ormai demolito ma su una delle pareti della cappella oronziana. Com’è giusto che sia.

Giovanni Lerede

Fonti

• D. Pasquale Pirulli, “Esiti della prima visita pastorale di Mons. Pietro Capulli, Vescovo di Conversano”, in ‘Sulletracce’ n. 8/2005 del Centro Studi di Storia e Cultura di Turi.

• D. Pasquale Pirulli, “La visita di Monsignor Palermo alla Chiesa di Turi nel 1659”, in ‘Sulletracce’ n. 12/2011 del Centro Studi di Storia e Cultura di Turi.

• Andrea Duè, “San Sebastiano” (“San Fabiano papa”), in ‘I Santi nella Storia’ – Gennaio, San Paolo ed., 2006.

Foto della tela restaurata di Giovanni Lerede

Ensemble bassa

‘Passio del Venerdì Santo’ di Veneziano. Il M° Valerio porta all’Auditorium di Turi la grande musica barocca

All’Auditorium comunale di Turi la sera del 29 marzo più volte ho tenuto le orecchie bene aperte ma gli occhi chiusi per immaginare l’atmosfera carica di tesa sacralità delle basiliche barocche napoletane durante i riti della Settimana Santa. Suoni di violini, viole, violoncelli e clavicembalo; voci di soprani, bassi tenori e controtenori avvolte in una nebbiolina d’incenso penetrante, misto a un odore grasso di cera che arde con le molteplici candele a rischiarare navate cariche di decori. Qui a Turi, purtroppo, non è stato possibile eseguire la ‘Passio del Venerdì Santo’ di Gaetano Veneziano in una delle chiese storiche della città, tuttavia l’Ensemble barocco ‘Giovanni Maria Sabino’, guidato dal M° Paolo Valerio – grande esperto della musica barocca napoletana – ha saputo lo stesso trasformare i muri spogli, essenziali, dell’ex-macello comunale in una ideale ‘Real Cappella’ al tempo del Viceregno spagnolo. La Settimana Santa trasformava Napoli, la città più popolosa del continente europeo, in un palcoscenico di solenni processioni, canti e rappresentazioni alla ‘spagnola’. Esse coinvolgevano non solo la metropoli partenopea ma tutte le altre terre del Sud Italia dove la cultura religiosa iberica, carica di patos e spettacolarità, ha lasciato segni tutt’ora evidenti.

Le ‘Passio’ barocche rappresentavano tra Seicento e Settecento il punto più alto del calendario liturgico della ‘Semana Santa’, che nel nostro Sud, come in Spagna, era un momento di profonda immedesimazione con il dramma del Cristo lacerato che sale al Calvario caricato della croce.

La ‘Passio del Venerdì Santo’ di Gaetano Veneziano, eseguita all’Auditorium con spettacolare emozione dall’ensemble di strumentisti e coristi, è stata cercata e trovata da Paolo Valerio – un ‘Indiana Jones’ della grande Musica barocca napoletana – presso l’Archivio dei Girolamini a Napoli: una miniera di preziosi documenti musicali e storici unici, molti dei quali dimenticati, come la ‘Passio’ di Veneziano. Da più di vent’anni il M° Valerio è impegnato a dare alla musica napoletana del periodo barocco il posto che merita, essendo Napoli, una delle capitali della cultura musicale europea, se non mondiale. Cultura musicale di altissimo livello che ha in Giovanni Maria Sabino – sacerdote e musicista nato a Turi sul fine del Cinquecento – uno dei massimi esponenti, se non il punto di partenza di una ‘rivoluzione’ culturale che ha trasformato, modernizzato, la musica planetaria.

La ‘Passio’ di Veneziano, datata al 1685, porta in canto e musica il passo del Vangelo che racconta la Passione di Nostro Signore Gesù Cristo secondo l’evangelista Giovanni, descritta nel percorso drammatico dal Getsemani alla Croce  – “Consummatum est”, tutto è compiuto – la cui composizione in musica “fu richiesta a Veneziano, afferma Valerio, per soddisfare le esigenze cerimoniali della Real Cappella di Napoli il cui calendario liturgico, già di per sé ricolmo di occasioni festive in ogni periodo dell’anno, prevedeva per l’organico della cappella vicereale una fitta serie di esecuzioni durante la Settimana Santa nelle chiese dove doveva recarsi in Vicerè con la corte”.

Nell’Auditorium di Turi, alla fine dell’intensa rappresentazione della Passione di Gesù – appuntamento che s’inquadra nella programmazione del ‘Festival Giovanni Maria Sabino’ –  il numeroso e attento pubblico presente si è tutto alzato in piedi per applaudire non solo una prima eccellente, ma anche la ricerca, lo studio, il recupero di un immenso repertorio musicale antico di grande valore culturale, che è alla base di ciò che più in avanti, tra Settecento e Novecento, sarà il grande melodramma italiano, genere noto ed apprezzato in tutto il mondo. Ricerca, trascrizione ed esecuzione portata avanti da Valerio nel nome di Sabino, a cui l’Amministrazione comunale ha deciso di dedicare lo stesso Auditorium affinché il suo nome sia degnamente onorato nella sua città di nascita.

Giovanni Lerede

Foto del concerto di Giovanni Lerede. Al centro un particolare del ‘Compianto su Cristo morto’ di autore napoletano del XVII secolo, Chiesa San Domenico – Turi (foto Giovanni Palmisano)

Trinità veduta generale rid

La SS. Trinità di Stefano da Putignano come non si è mai vista. Prosegue a Turi il progetto di restauri ‘Luce sugli Altari’

La SS. Trinità come non si è mai vista! Tutta luci e colori delle origini finora camuffate da un pesante strato di vernici ossidate e sporco grasso. Ed ecco, all’avvio di questo 2026, come nella Madonna di Terra Rossa restituita ad agosto, anche in questo singolare gruppo scultoreo, il Rinascimento di Stefano da Putignano emerge in tutta la sua forza comunicativa, a più di cinquecento anni dalla sua realizzazione, in un altro capolavoro della nostra città che il tempo, per fortuna, ha preservato intatto.

Era il 1506 quando D. Vito De Paulo (o De Paula) fonda nella chiesa, un beneficio che lega a una cappella-altare dedicata alla SS. Trinità, originariamente situata nei pressi dell’ingresso dell’allora Collegiata, l’attuale Chiesa Madre, come recita una piccola iscrizione in pietra ancora in loco vicino alla porta a sinistra. Nel 1520, lo stesso ecclesiastico commissiona a Stefano, che pochi anni prima aveva realizzato la Madonna di Terra Rossa, una scultura concepita dall’artista in tre figure simboliche – il Padre Eterno, il Figlio crocifisso e, tra l’uno e l’altro, la colomba dello Spirito Santo – rese tangibili, concrete, nella pietra durissima della nostra Murgia con grande maestria e dovizia di particolari. Il risultato, ora più che mai, incanta per la sua unicità, essendo l’austero Dio Padre che regge il Crocifisso un modello di estrazione nordica, secondo una definizione della storica dell’arte Clara Gelao, e quindi poco diffuso al Sud. Ma questa contaminazione stilistica non deve certo stupire, i contatti della Puglia con il Nord Italia (ed Europa) erano, per il tramite di Venezia (regina assoluta dell’Adriatico), assai frequenti all’epoca, non solo nell’arte.

Nel 1962 l’altare ligneo e la preziosa scultura lapidea, dovendosi liberare la controfacciata della Chiesa Madre per l’apertura delle due porte laterali, su indicazione dell’allora soprintendente ai Beni Monumentali della Puglia, il turese Francesco Schettini, viene smontato, trasferito in fondo alla navata destra della chiesa, e sottoposto a restauro per mano di Domenico Volpicella.

Ed è lì, in situ, senza ulteriori traumi per la splendida opera d’arte, che da agosto 2025 è stato attivo il cantiere di restauro dell’altare della SS. Trinità ad opera dell’impresa di restauro ‘Rosanna V. Guglielmo’, la cui equipe, sotto la guida della dott.ssa Guglielmo e la supervisione degli esperti della Soprintendenza della Città Metropolitana di Bari, ha nuovamente dato prova di grande maestria nel risolvere le complesse problematiche del restauro, come già avvenuto per l’altare di Terra Rossa, altra gemma della nostra città. Come per il primo, anche per questo secondo altare fondamentale è stato l’apporto economico dell’imprenditore Emanuele Ventura, titolare della ditta ‘Willy Green Technology’ e animatore, nel Palazzo Cozzolongo, dell’APS ‘Cultura e Armonia’, il quale ha preso a cuore – come ha lui stesso dichiarato –  il patrimonio artistico di Turi e in particolar modo quello della Chiesa Madre. In accordo con l’arciprete Don Luciano Rotolo il sig. Venturahapromosso un vasto programma di recupero denominato ‘Luce sugli Altari’, decidendo altresì di finanziarlo completamente.  A breve, infatti, sarà avviato il terzo cantiere, quello dell’altare di San Giacomo (o dell’Immacolata) e, come annunciato dallo stesso imprenditore il giorno dell’Epifania, appena possibile saranno avviati i lavori di restauro dell’altare cinquecentesco dei SS. Medici nella cappella Moles. Inoltre s’interverrà sulla ‘bussola’ d’ingresso alla chiesa per liberarla dalle brutte vernici industriali spennellate nei decenni scorsi sull’originaria decorazione settecentesca.

• L’altare del 1741

La dott.ssa Rosanna Guglielmo ha spiegatoil lavoro compiuto dal gruppo di lavoro composto dai restauratori: Antonella Carone, Anna Fasanella e Fabrizio Piccinni. Un lavoro di squadra per un intervento di recupero non solo artistico “ma materico, perché noi di materia ci occupiamo” ha detto la titolare dell’impresa. Materia che è in primis il legno di larice e tiglio stagionato con i quali nel 1741, in piena ristrutturazione della Chiesa Madre, fu realizzata la bella macchina lignea tripartita dell’altare a spese dei discendenti dell’Arciprete De Paulo, eredi del beneficio fondato nel lontano 1506. La Chiesa Madre stava cambiando aspetto e dunque era necessario adeguare l’altare di famiglia al nuovo stile, al nuovo gusto estetico, ridando dignità all’antica statua.

Quei legni settecenteschi, sagomati, indorati, con maestria da anonimi maestri locali e restaurati nel 1962, negli ultimi decenni anni hanno subito l’ingiuria del tarlo, delle candele, della polvere, dell’ossidazione delle vernici applicate dal restauratore. “Il supporto ligneo – ha detto la Guglielmo – era piuttosto degradato sia per l’azione degli insetti xilofagi sia per quanto la tipologia di vernice lucida e ossidata utilizzata nel precedente restauro del 1963 ad opera di Volpicella – data e nome sono segnati sul retro dell’altare – oltre ai danni arrecati dallo allo stesso nelle fasi di smontaggio dell’altare per lo spostamento”.

Molto seri anche i danni alla superficie pittorica del paliotto, interessata da uno spesso substrato di vernici ossidate molto lucide e oscure. I saggi preliminari – ha riferito la restauratrice – hanno evidenziato i colori più chiari e leggeri del Settecento liberati dalla patina giallastra e scura delle ossidazioni; sono emersi, infatti, gli azzurri, i bianchi e altre tonalità del finto marmo di cui è ricoperto tutto l’altare ligneo. La pulitura ha poi messo più in evidenza anche le teste d’angelo scolpite in legno, il cartiglio in alto (con la dedica, i nomi dei committenti e le date), lo stemma dei De Paulo, le modanature in tiglio.

Direttamente sul legno sono dipinte, con tempere grasse le figure di San Vito e Santa Lucia – forse da Donato Paolo Conversi, come da me ipotizzato in altri scritti – anch’esse interessate da una patina di sporco, asportata con solventi che non penetrano ma rimangono in superficie, ha assicurato la dott.ssa Guglielmo. Lungo le giunture delle varie assi di legno si erano venute a creare sollevamenti della pellicola pittorica, soprattutto sulla figura di Santa Lucia, pittura che è stata consolidata con iniezioni di prodotti specifici. Una ‘scoperta’ è stata annunciata dalla dott.ssa Guglielmo: “Durante il restauro ci siamo accorti che dietro l’altare c’è una nicchia decorata a tempera con disegni che imitano la carta da parati”. Sappiamo dagli scritti di D. Vito Ingellis che questa nicchia, in passato, era l’alloggio della statua del patrono San Giovanni Battista.

• La statua del 1520

Tutto il lavoro di consolidamento, disinfestazione, pulitura e integrazione, portato avanti con perizia dall’Impresa ‘Guglielmo’ ha ridato luce a quanto realizzato nel 1741, integrando in un insieme più armonico il capolavoro di Stefano da Putignano che ora meglio si armonizza nella tavolozza dei colori predominanti del rosso e del verde. 

“La SS. Trinità – ha detto la Guglielmo – aveva uno spessissimo strato di vernici ossidate e sporco dovuto anche al fumo delle candele, che aveva praticamente alterato la percezione dei colori”. Con metodo scientifico, com’è d’obbligo per un’opera d’arte di grande valore, lo staff dei restauratori e la Soprintendenza si sono imposti di capire quali strati di colore potevano appartenere a Stefano e quali le aggiunte. Dal prelievo dei campioni in vari punti della scultura, fatti analizzare in un laboratorio specializzato di Copertino, si è potuto appurare che il blu e il violaceo superficiale a cui eravamo abituati in realtà occultava il rosso arancio del mantello e il verde della veste di Dio Padre, colori questi che più si avvicinerebbero alle tonalità originali del 1520. Le analisi hanno anche accertato, inoltre, che Stefano non ha applicato sulla pietra da dipingere una preparazione vera e propria ma ha steso solo un sottile strato biancastro di base. “Una volta stabilito scientificamente che i colori di superficie erano posticci – il blu di Prussia, infatti, non poteva essere originale essendo stato scoperto nel tardo Settecento – abbiamo rimosso tutto quello che era sopramesso scoprendo una scultura fortemente integra. Anche il volto del Dio Padre era stato alterato nel Settecento, con l’aggiunta del rosso sulle guance per adeguarlo al gusto del tempo”.

Il Crocifisso della Trinità di Stefano è quasi un’opera a se stante, un capolavoro nel capolavoro si potrebbe dire. È una miniatura così ben lavorata, come ha sottolineato anche la Guglielmo, da risultare una poetica meraviglia di particolari, ben definiti nonostante la durezza della pietra, con gli effetti del sangue che cola dalle piaghe, la corona di spine, i lineamenti del volto e la muscolatura tesa; dettagli che ci parlano della grande abilità scultorea del Maestro di Putignano, che sapeva far parlare la pietra. Anche i capelli e la barba del Padre Eterno sono ben definiti, così come i lineamenti di un volto tornato a splendere di luce propria, mostrando a chi ha fede, chi c’è ma non si vede. Il restauro ormai compiuto ha restituito ai nostri occhi una nuova percezione: leggera, luminosa, vivace. Un Rinascimento brillante, un Settecento dorato e marmoreo, che riverbera tutta la chiesa.

La cerimonia di restituzione dell’altare della SS. Trinità alla comunità turese, avvenuta il 5 gennaio scorso, è stata l’occasione per mettere in evidenza l’importanza del patrimonio storico-artistico-religioso di Turi, che rimane ancora poco considerato. Nella prospettiva di una valorizzazione non più rinviabile, Don Luciano Rotolo ha parlato della cura e del recupero delle opere d’arte quale impegno prioritario di ogni comunità, a salvaguardia della propria storia e della propria identità religiosa e culturale. Anche la dott.ssa Valentina Gaudio dell’Alta Sorveglianza della Soprintendenza ha sottolineato l’esigenza di mettere pubblico e privato in collaborazione per restaurare e preservare un patrimonio d’arte e cultura che in Italia è vastissimo. Il sindaco Giuseppe De Tomaso ha ringraziato i promotori dell’iniziativa, evidenziando il privilegio di avere a Turi opere di un grande artista rinascimentale. Ha poi ricordato la Legge Ronchey (n. 4/1993, ndr), che ha trasformato positivamente l’idea stessa d’intervento dei soggetti privati nel recupero delle opere d’arte con un’azione sinergica che ha permesso risultati come quelli ottenuti qui a Turi.

Mons. Giuseppe Favale, infine, dichiarando gratitudine ai promotori ed esecutori del restauro, ha parlato della Trinità quale mistero centrale della nostra fede, con il Padre che offre il Figlio, divenuto uno di noi. E dal Padre e dal figlio scaturisce la forza vitale dello Spirito Santo. “Stefano da Putignano ha saputo in maniera mirabile esprimere visivamente questo mistero grande”. Un patrimonio di opere, una ricchezza d’immagini di devozione che nelle nostre chiese ci parlano di fede. Opere che vanno preservate e tramandate con la collaborazione di tutti.

Testo e foto di Giovanni Lerede

Svelamento tela da parte della famiglia Dell'Aera rid

S. Giuseppe Calasanzio e il “Miracolo” della cura. Restituita a Turi la memoria degli Scolopi

«Sia io che i miei zii, Luciana e Paolo Dell’Aera, dovevamo festeggiare due eventi lieti. Io avevo pensato, ed anticipato all’epoca a Don Giovanni Amodio, l’intenzione di devolvere i denari raccolti dagli invitati alle due ricorrenze, ad un intervento che potesse lasciare il segno della nostra felicità nella chiesa di San Domenico, alla quale siamo molto legati per tante ragioni familiari».

Ilenia Dell’Aera, portavoce della famiglia Dell’Aera-Arrè, così ha motivato il finanziamento del restauro della tela raffigurante la “Apparizione della Vergine a San Giuseppe Calasanzio”, che è tornata a farsi ammirare nella sua dimora, la splendida chiesa degli Scolopi, la sera del 6 dicembre scorso, ammirata da un gran numero di persone accorse per assistere allo svelamento della tela restaurata ed anche per ascoltare i qualificati relatori.

La dott.ssa Dell’Aera ha concluso il suo intervento sottolinenando la coralità familiare dell’iniziativa: «Stasera stiamo assistendo al miracolo della cura, a cui hanno partecipato tante persone, in varia misura, con diverse modalità. Questa è un’opera che abbiamo finanziato tutt’insieme, e di cui d’ora in poi saremo genitori, custodi, tutori, perché il quadro, e San Domenico sono un patrimonio che appartiene alla nostra comunità».

Don Luciano Rotolo, presentando i relatori, ha raccontato di altre due piccole tele ovali in restauro raffiguranti i “Miracoli” del Calasanzio, che fino alla fine dell’Ottocento ornavano l’altare dedicata al fondatore delle Scuole Pie insieme al quadro dell’Apparizione; questo altare era collocato dove poi è stata inserita in una nicchia la statua della SS. Addolorata. «La Confraternita che ha cura di questa chiesa – ha detto l’Arciprete – sta finanziando il restauro di due tele ovali che si pensava fossero andate perdute e invece i confratelli le avevano nascoste così bene che non ci si ricordava più dove erano state collocate. A volte la paura dei ladri spinge a nascondere le cose e poi ci si dimentica… A febbraio ci auguriamo che anche questi due preziosi dipinti settecenteschi ritornino nella loro chiesa».

Il Commissario vescovile della Confraternita dell’Addolorata, Angelo Murro, nel ringraziare con gratitudine la famiglia Dell’Aera, ha sottolineato la bellezza di San Domenico, dove «alzando gli occhi, si vede una chiesa curata, una chiesa che non è lasciata a se stessa e che piano piano, con l’aiuto di privati, con l’aiuto nostro e di Don Luciano che insiste nel recupero, stiamo cercando di salvaguardare perché niente di tutto quello che ci è stato donato vada perduto».

La presenza di un padre scolopio alla cerimonia del 6 dicembre ha dato modo di allargare lo sguardo dal quadro restaurato alla presenza per due secoli a Turi di un Collegio delle Scuole Pie, la prima scuola pubblica europea. P. Martino Gaudiuso, proveniente da Campi Salentina, ha per prima cosa ricordato Don Vito Ingellis, conosciuto personalmente negli anni Settanta del secolo scorso durante una visita a Turi per ragioni di studio. «Sono un po’ emozionato – ha detto avviando il suo intervento di storico delle Scuole Pie – perché la prima volta che sono entrato in questa chiesa è stato l’11 luglio 1973, e fui accolto dalla felice memoria dell’arciprete Ingellis e quando sono entrato qui gli ho detto: – Ma di qua gli Scolopi non se ne sono mai andati, tutto è rimasto com’era sia come presentazione architettonica sia ornamentale e anche nell’arredo».

La nostra bella chiesa barocca, in effetti, ha il pregio di essere, nonostante qualche cambiamento negli arredi sacri, come all’origine quando venne edificata per ferrea volontà dai coniugi Santo Cavallo e Beatrice Aromata e donata insieme al loro palazzo (l’attuale Municipio) alle Scuole Pie. «Gli Scolopi sono arrivati a Turi nel 1645 grazie al notaio Santo Cavallo… che volle per la sua patria un’istituzione di questo genere, antesignana in quel tempo… e voi qui a Turi siete stati in anticipo… Quando i padri iniziarono le lezioni a Turi, cioè l’11 giugno del 1646, c’erano già 200 alunni iscritti… Don Vito mi diceva orgoglioso che grazie agli Scolopi a Turi non c’erano analfabeti nei secoli passati, e io: – Ma scusi Don Vito, da che cosa lo deduce? E lui: – Dal fatto che nei registri parrocchiali non c’era più la croce come firma, tutti firmavano con nome e cognome. E questo spiega perché dopo la soppressione del 1809, ad opera di Murat, le Scuole Pie a Turi sono rimaste ancora fino al 1830. I turesi sono stati capaci di tenersi stretta la scuola anche perché l’alternativa scolastica ed educativa più vicina erano i Gesuiti a Bari».

Abbiamo avuto il privilegio di avere a Turi, piccolo borgo di provincia, la prima scuola pubblica, popolare, gratuita d’Europa e questo dovrebbe essere un orgoglio per tutta la comunità. Come dovrebbe essere un orgoglio aver avuto ben due ‘prepositi generali’ dell’Ordine dei chierici regolari poveri della Madre di Dio delle scuole pie (questo il nome ufficiale degli Scolopi). «La piccola comunità turese – ha ricordato P. Martino – è stata capace di dare all’Ordine delle Scuole Pie due padri generali: uno nella seconda metà del 1600, il padre Gregorio Bornò, un uomo veramente di governo, capace di aprire collegi fino in Ungheria; l’altro, sul finire del 1700 e fino al 1828, cioè padre Vincenzo Maria D’Addiego. Questa vostra piccola città è stata capace di esprimere due personalità di rilievo europeo, come anche belle testimonianze cristiane, come il ‘venerabile’ padre Vito Antonio Colapinto e il ‘servo di Dio’ padre Franzini. Di questo passato rilevante dovete sentirvi orgogliosi, gelosi e farne una base di sviluppo».

Padre Martino si è soffermato ovviamente anche sulla tela dell’Apparizione. «Io non voglio deludervi, ma nella documentazione è registrato che la Madonna sia apparsa a San Giuseppe Calasanzio soltanto tre giorni prima di morire (aveva 91 anni): – Mi ha detto la Madonna che fra tre giorni vi lascio in pace, diceva a chi lo andava a trovare. Se vedete, nel quadro San Giuseppe Calasanzio non ha l’aureola, non ha nemmeno la luce dietro la testa, si vede bene che il dipinto lo hanno realizzato prima che fosse dichiarato santo (16 luglio 1767, ndr). In tutte le chiese calasanziane c’è sempre questo tipo di quadro con San Giuseppe Calasanzio raffigurato con i bambini e con la Madonna, ma solo per sottolineare la devozione del Calasanzio verso la Madonna, ma soprattutto per dire che ai nostri bambini, nei primi anni, dobbiamo dare l’educazione del cuore, le buone impressioni, non l’alfabeto, il far di conto ma le buone impressioni, perché quelle rimarranno registrate ed è sicuro che tutto il corso della loro vita sarà felice. Questo da sempre è il primo punto della nostra regola».

Quindi, in realtà, il tema della tela appena restituita non è una ‘miracolosa’ apparizione della Vergine a Santo, ma un omaggio degli Scolopi a Maria. «Calasanzio – dice infatti P. Gaudiuso – sempre con una mano prende i bambini e con l’altra indica la mamma, indica la Madonna, la quale a sua volta non è mai la Madonna sola, con lei c’è anche un Bambino in braccio. Per cui la prima insegnante, la prima educatrice delle persone è lei, la Madre di Gesù. Questo vuole indicare il quadro. Chi è stato nelle nostre scuole sa che Maria l’abbiamo sempre sostenuta e il rapporto con la Madre di Gesù l’abbiamo sempre portato come esemplare».

La dott.ssa Rosanna Guglielmo, restauratrice di lunga e apprezzata esperienza, è entrata nello specifico del lavoro di sua competenza: «Il dipinto della Madonna con il Bambino e San Giuseppe Calasanzio è la copia di un quadro presente a Napoli, opera probabilmente di Paolo De Matteis o della sua Scuola. A differenza di quel quadro, però, qui c’è una figura in più alle spalle di Calasanzio: un giovane con fare benedicente che si appoggia a un mobile, forse un tavolino, su cui è iscritta la data 1749 parzialmente coperta dalla cornice dorata; ci sono anche due sigle, una A o una N, che potrebbe essere non una firma ma un riferimento agli Scolopi». Quel giovane ‘benedicente’, dunque, non può che essere il committente dell’opera, forse un giovane esponente di una famiglia benestante turese, il quale ad un anno dalla beatificazione di Calasanzio, avvenuta il 18 agosto 1748, volle rendergli omaggio donando un quadro per ornare l’altare in onore del fondatore delle Scuole Pie, innalzato dove in origine era la tela del “Compianto sul Cristo Morto” (contenente il ritratto del benefattore Santo Cavallo), che per far spazio venne spostata dov’è ancora oggi.

«La tela – ha spiegato la Guglielmo – si presentava in un pessimo stato di conservazione, aveva degli strappi, la superficie era molto scura e la cornice era tarlata. Il primo intervento, quindi, è stato quello di procedere alla messa in sicurezza degli strappi e delle cadute di colore, poi si è proceduto al consolidamento di tutta la pellicola pittorica, ripulita in seguito dalla vernice apposta in un precedente restauro. In questa fase ci siamo accorti che tutta la parte superiore sinistra del quadro, ovvero il volto della Vergine e i tre angeli superiori, sono il frutto di una ridipintura. Probabilmente, nell’altro restauro, è stato necessario ridipingere queste parti anatomiche perché erano andate perdute ed è stato faticosissimo cercare di salvare questa ridipintura perché si scioglieva con qualsiasi solvente da noi usato. Questa, ed altre problematiche, hanno reso il restauro molto difficoltoso e più lungo del previsto; alla fine delle tribolazioni però siamo riusciti, con l’aiuto delle Soprintendenza, a ottenere un restauro dignitoso e la figura della Vergine e anche del Santo ora emergono in maniera più luminosa».

Il Sindaco De Tomaso è intervenuto sottolinenado due aspetti: 1) lo svelamento del bellissimo dipinto  «reso possibile grazie al mecenatismo della famiglia Dell’Aera-Arrè: una grande lezione di come si fa cultura, di come anche una famiglia, un privato, può intervenire laddove il pubblico non ha le risorse o la possibilità di intervenire per ridare alla cittadinanza, un dipinto di questa portata». 2) l’opera degli Scolopi in Europa è stato una sorta di miracolo e a Turi sono stati un punto di riferimento fondamentale. «E bisogna dare atto – ha detto – a Don Vito di aver fatto una grande opera di rivisitazione, di riconsiderazione, di recupero di tutta quell’esperienza educativa che ci ricorda l’importanza dello studio, l’importanza dell’istruzione diffusa». Infine P. Martino Gaudiuso, ha ripreso la parola perrivelare di aver portatoin dono al Sindaco la copia stampata di un documento che riguarda i due procuratori delle Scuole Pie inviati a Turi da Roma per aprire la scuola: padre Giuseppe Politi, un calabrese che aveva fatto per tredici anni il medico a Pieve di Cento, il quale appena ordinato sacerdote venne spedito dal Calasanzio a Turi in quanto uomo con un’esperienza concreta, fattiva. A lui si affiancò un fratello laico, Marco Antonio Corcioni, capacissimo anche lui. In una lettera che questo fratello, nel 1648, scrive a Calasanzio, gli manda a dire tra l’altro di aver inaugurato il quadro fatto fare con San Domenico, Sant’Antonio, Angeli e Madonna. Quindi abbiamo testimonianza diretta che la tela dell’altare maggiore è del 1648, pur rimanendo ancora anonimo il pittore che la realizzò tenendo fede a un devoto desiderio del benefattore Santo Cavallo.

Giovanni Lerede

Foto di Giovanni Lerede

IA convegno relatori

Intelligenza Artificiale e Pubblica Amministrazione, incontro a Turi con politici ed esperti

Quando i nostri antenati affilarono delle pietre di selce per costruire dei coltelli, li usarono sia per tagliare il pellame per i vestiti sia per uccidersi gli uni gli altri. Lo stesso si potrebbe dire di altre tecnologie molto più avanzate, quali l’energia prodotta dalla fusione degli atomi come avviene sul Sole, che potrebbe essere utilizzata certamente per produrre energia pulita e rinnovabile ma anche per ridurre il nostro pianeta in un cumulo di cenere.

Papa Francesco al G7 di Fasano dello scorso anno fu molto chiaro a proposito dell’Intelligenza Artificiale, sottolineando la necessità di “uno sviluppo etico degli algoritmi in cui siano i valori a orientare i percorsi delle nuove tecnologie”. Parole chiare quelle del Pontefice di felice memoria, che mettono in guardia senza tuttavia condannare il progresso tecnologico; parole che invitano ad essere attenti ma non oppositori tout court della svolta epocale che si annuncia ma che in realtà è già in atto. Papa Francesco ci indica la via per fugare i dubbi, legittimi, dell’uso che se ne farà dell’intelligenza artificiale: “L’intelligenza artificiale è e deve rimanere uno strumento nelle mani dell’uomo”.

C’è già tra noi – su WhatsApp, ad esempio, dove da un po’ di mesi è comparso un cerchietto azzurro – ma in pochi sanno cos’è in realtà l’IA; in pochi hanno già in mano strumenti cognitivi utili ad accettare consapevolmente questa nuova rivoluzione tecnologica. Ed ecco che, convegni come quello promosso dall’Amministrazione comunale di Turi e curato in special modo dal consigliere delegato all’Innovazione Tecnologica Sergio Spinelli, può considerarsi un’iniziativa lodevole, una ‘prima volta’ di un argomento che per la stragrande maggioranza della ‘boomer generation’, presente in sala in gran numero, risulta ostico, mentre è già pane quotidiano per i nativi digitali.

Il convegno si è svolto il 6 maggio presso l’Auditorium comunale ed ha avuto per tema appunto “L’Intelligenza Artificiale al servizio della Pubblica Amministrazione”,cioè si è parlato diun segmento di un’innovazione di più vasta portata avviata concretamente nel 2022 con il lancio della prima versione di ChatGPT. E subito, dopo il saluto dell’ideatore Spinelli, l’argomento è entrato nel concreto delle problematiche, ben cucito dalla moderatrice Ilenia Dell’Aera che non si è limitata a dare la parola ad uno e all’altro relatore – tutti altamente qualificati – ma è stata essa stessa ‘relatrice’ con introduzioni ben strutturate e illustrate alle domande poste agli illustri ospiti sugli aspetti dell’IA più vicini alla vita della gente.

Il Sindaco Giuseppe De Tomaso, nel suo saluto, ha paragonato l’IA, citando la Bibbia, ad una “nuova Genesi” definendola “rivoluzione delle rivoluzioni i cui benefici già appaiono evidenti per la pubblica amministrazione e la sanità”,sottolineandone tuttavia i ‘pro’ dell’era algoritmica (l’aiuto concreto alle nostre attività quotidiane e alle procedure dell’amministrazione pubblica) ma anche i ‘contro’ (l’eccessivo accumulo di informazioni sensibili in poche mani, che potrebbe scatenare guerre di potere). Turi, tuttavia, accetta la sfida perché il futuro non può che essere migliore del presente. Turi, dice il Sindaco, “si vuole far trovare preparata ad accogliere la sfida” aderendo alle sperimentazioni avviate dalla Regione Puglia per l’ammodernamento digitale dell’apparato amministrativo.

Poi la parola è passata a chi l’Intelligenza Artificiale la crea, l’analizza, la utilizza, la sperimenta giorno per giorno. L’Ing. Cosimo Elefante, direttore del Dipartimento Transizione Digitale della Regione Puglia – Centro Competenza Regionale AI nella PA, ha spiegato i meccanismi dell’IA, una tecnologia che accumulando e rielaborando miliardi di dati pescati principalmente dalla rete è in grado di produrre immagini, testi, soluzioni rapidamente e meglio dell’intelligenza naturale. Dati pescati in rete che, tuttavia, nelle chat generaliste non sono certificate al 100% e possono generare risultati scorretti. Quindi, dice l’ing. Elefante, l’IA va addestrata, nutrita di dati seri, verificati, certificati, va legittimata, ma di essa non possiamo più fare a meno perché è una scelta fatta, è una tecnologia che è già tra noi. E la Regione Puglia si va attrezzando con una normativa ad hoc per utilizzarla al meglio, sperimentando insieme ad altre Regioni italiane azioni concrete che possano dare risposte nel più breve tempo possibile.

L’Assessore regionale al Bilancio, Avv. Fabiano Amati, ha stigmatizzato, con una buona dose di ironia, coloro che ‘a prescindere’ hanno paura del nuovo che avanza, annunciando invece con entusiasmo che nei laboratori dell’Università di Bari è nato il primo ed unico modello di intelligenza artificiale in lingua italiana che di nome fa LLaMAntino. Un chatbot pubblico che è un “piccolo tesoro algoritmico” affidabile, rassicurante perché coniuga metodo e sintassi ed è gestita da una comunità scientifica, quella dell’UniBa, pubblica, aperta, controllata e trasparente che potrà spiegare ai cittadini, ad esempio nel campo sanitario, referti, diagnosi, terapie, usando parole mirate e rassicuranti. LLaMAntino sarà, assicura l’Assessore con orgoglio pugliese, uno strumento tecnologico, un modello matematico trasparente, una factory IA al servizio dei cittadini e non di potentati fuori controllo che possono mettere in pericolo la convivenza democratica. Per l’avv. Fabiani l’Intelligenza Artificiale non mette in pericolo l’Umanità, l’Umanesimo di cui la Cultura occidentale si nutre, anzi l’aiuta a dare risposte più giuste, più neutre, non condizionate “dall’amigdala”, cioè dall’irrazionalità, dall’emotività, dalle paure e dall’ansia di chi è chiamato a prendere decisioni.

L’Avv. Claudio Caldarola, presidente del GP4AI – Global Professionals for Artificial Intelligence aps-ets, ha parlato di ciò che l’Italia e l’Europa stanno facendo per creare proprie factory ‘certificate’, cioè centri di rielaborazione delle informazioni sotto lo stretto controllo dei Paesi europei, e questo non potrà che rivoluzionare anche il nostro tempo del lavoro, riducendo, ad esempio, le giornate lavorative. L’IA nella Pubblica Amministrazione non deve tuttavia esseresinonimo di ‘automatizzato’ ma di ‘aumentato’, tanto è vero che oggi già si parla di IA Aumentata. Automatizzare significa privare l’uomo di ogni forma di controllo, mentre ‘aumentare’ significa aiutare l’uomo ad accrescere le proprie capacità. Ma è fondamentale che i dati siano elaborati nella maniera più sicura possibile, più attendibile possibile e per questo è necessaria una puntuale e seria regolamentazione dell’IA: un argine normativo ai rischi insiti in questa tecnologia che l’Europa sta già mettendo in campo ponendo al centro i bisogni dell’uomo e non l’innovazione ‘costi quel che costi’.

L’Avv. Prof. Luigi Viola, docente dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, ha preso subito le distanze dalle cosiddette IA ‘generaliste’ che, essendo addestrate con materiali presi on line, pongono un enorme problema in termini di qualità delle risposte. La genericità delle fonti elaborate in queste factory senza filtri, infatti, non prendono in considerazione la specificità della materia posta alla loro attenzione ma pescano alla cieca trattando allo stesso livello una ricetta di cucina e una questione giuridica o medica, tanto per fare degli esempi. E questo, per il prof. Viola, è inaccettabile in primo luogo in un campo molto delicato come quello del Diritto. Le IA ‘verticalizzate’, invece, risultano più consone perché nutrite da staff di giuristi, cioè gente qualificata che sa distinguere le fonti in base ad una gerarchia di valore, che non mette sullo stesso piano l’interpretazione fatta da un articolo di giornale, la ‘Gazzetta Ufficiale’ o una rivista scientifica. Quindi risulta fondamentale addestrare nel modo migliore l’Intelligenza Artificiale affinché la Pubblica Amministrazione possa trarne benefici, escludendo tuttavia a priori i ‘settori valoriali’ perché l’intelligenza artificiale fa fatica a comprendere i valori umani, mentre è fenomenale, ad esempio, nel settore bancario. Insomma, Matematica e Diritto sono due cose differenti, non ce la fanno a coesistere. L’IA è un sistema statistico-probabilistico e non deterministico, questo può generare discriminazioni e dunque, in ultima analisi, la Legge non può essere interpretata da modelli matematici.

Infine, Michelangelo Lerede, giovanissimo ingegnere turese presso l’AngelStar srl – azienda pugliese ad alta tecnologia – con l’aiuto di slide ha chiuso brillantemente la serata ribadendo, con esempi pratici, riferiti anche alla sua esperienza professionale, i vantaggi dell’IA nei settori della Pubblica Amministrazione. Ma questa tecnologia avanzata potrà davvero portare estese e benefiche trasformazioni solo se si riuscirà a coniugare in un giusto equilibrio innovazione ed etica. L’Uomo deve poter rimanere al centro di tutto.

Giovanni Lerede

Ps. Le foto del convegno sono tratte dalla pagina FB di Fabiano Amati

Convegno Liberazione ridotta

CGIL, giornata dell’Antifascismo nel ricordo di Gramsci e Pertini. Turi ‘capitale’ della Cultura, il suo carcere ‘patrimonio monumentale e immateriale d’Italia’

La CGIL, l’Osservatorio Regionale sui Neofascismi e l’antifascismo di Puglia si sono incontrati a Turi il 15 di aprile per rendere omaggio, con qualche giorno d’anticipo, all’80° anniversario della Liberazione dal nazi-fascismo. A Turi perché qui due figure emblematiche della lotta per la libertà, Antonio Gramsci e Sandro Pertini, sono stati rinchiusi dal fascismo nello storico carcere. E nel nome dell’antifascismo e dei due grandi personaggi della storia del Novecento, il Sindaco Giuseppe De Tomaso ha ribadito un obiettivo importante della sua Amministrazione: candidare Turi quale “capitale della cultura nel nome di Gramsci e Pertini”, facendone un punto di riferimento nazionale dell’antifascismo. La segretaria generale della CGIL Puglia Gigia Bucci, d’altro canto, ha rinforzato l’idea del Primo cittadino avanzando la proposta di inserire il carcere di Turi nel “patrimonio monumentale e culturale d’Italia”.

Nella prima mattinata, una delegazione ha potuto varcare la soglia dell’Istituto Penitenziario per rendere omaggio al busto di Pertini e salire, accompagnati dalla direttrice Nicoletta Siliberti, a visitare la cella di Gramsci, tenendo fede, ha detto la segretaria Bucci, “all’invito di Calamandrei ad andare in pellegrinaggio sui luoghi dove è nata la Costituzione, nelle carceri dove furono imprigionati i partigiani”. E a Turi, in questo grande massiccio ottocentesco nato per essere il nuovo convento delle Clarisse e poi trasformato in carcere, furono reclusi due grandi uomini, due intellettuali antifascisti dai destini differenti ma accomunati dalla lotta per la libertà.
Nell’Auditorium di Largo Pozzi, poi, si è tenuto, davanti ad un numeroso pubblico, un dibattito dal titolo “Costituzione e Antifascismo. Dalla lotta alla Costituzione per un futuro di diritti”, confronto moderato da Stefano Milani, direttore del giornale online della CGIL ‘Collettiva.it’.

Nel primo intervento, Gigia Bucci ha sottolineato come l’antifascismo non va relegato nella storia ma deve essere attivo nel presente. La manifestazione di oggi, ha continuato, non è “uno stanco memoriale” ma l’impegno quotidiano della CGIL nella difesa della democraziaedella Costituzione, nella mobilitazione per un lavoro dignitoso, contro le derive autoritarie e a difesa dei diritti fondamentali come la salute e l’istruzione. La Costituzione si basa su un concetto di pace, ha detto, ma il nostro è un presente di guerra, di incertezza, “di una Destra che dalle istituzioni sta mettendo in discussione i fondamenti della nostra storia repubblicana”. La CGIL vuole essere soggetto attivo di una nuova resistenza a quella Destra che vuole manipolare la storia a suo piacimento, che non proclama mai di essere antifascista. “Ma la storia non si può cambiare”.

Il Sindaco De Tomaso, intervenendo, ha citato una celeberrima frase di Gramsci: “Il vecchio mondo sta morendo. Quello nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri”. Una citazione che mette in guardia sul presente: “La libertà non è mai stata così in pericolo come in questo momento”. Turi, ha aggiunto De Tomaso, vuole riconoscere la grandezza del pensiero di Gramsci con “un museo a lui che sia anche un centro studi sull’antifascismo”.

Lo storico Davide Conti ha definito la nostra Costituzione “un nuovo patto collettivo” tra le forze antifasciste, firmato dai Padri Costituenti dopo una guerra totale che ha coinvolto non solo gli eserciti ma anche i popoli. La Resistenza, ha detto Conti, è stato un movimento trasversale di uomini e donne di diverse estrazioni politiche e culturali, accomunati da un unico obiettivo: porre fine alla dittatura e cacciare l’invasore tedesco. La nostra Costituzione è antifascista e, in quanto tale, invisa alla Destra di governo che fa fatica ad accettarla. Essa è nata con un voto libero e universale ed ha come principi cardine la libertà, il lavoro e la sovranità del popolo.

Antonella Morga ha spiegato che l’Osservatorio regionale sui Neofascismi, di cui è la responsabile, è nato perché “abbiamo avvertito la pressione montante dei neofascismi”. Da qui l’idea di creare una rete che ha messo insieme CGIL ANPI ARCI e altri soggetti. Una sorta di organismo di controllo sui movimenti neofascisti, per far conoscere alle giovani generazioni il pericolo di un ritorno a quel passato. Parlando con una certa emozione della visita alla cella di Gramsci, ha detto che “i luoghi parlano il linguaggio della memoria di fatti, di lotte, di resistenze che non vanno dimenticati”. Figure resistenti come Gramsci e Pertini, i partigiani e le partigiane sono stati costruttori di pace, molto attuali nello scenario di guerra che stiamo vivendo. “Il nostro obiettivo – ha detto la Morga – è ricordare che le libertà conquistate non sono eterne, vanno difese senza mai arrendersi agli autocrati manipolatori della storia e delle coscienze”. Ricordando, in chiusura, una frase detta da Pertini durante la visita a Turi nel 1980: “Il fascismo non è un’opinione ma un crimine”.
Pasquale Martino, responsabile dell’ANPI Puglia, ha rivolto un pensiero a Gramsci: “Visitare la sua cella è sempre un’emozione profonda. Essa è un luogo della memoria così scarno che riporta ogni volta all’inferno patito da Gramsci in un’Italia precipitata nel tunnel del fascismo trionfante. In questa situazione Gramsci, peraltro malato, fragile, in dissenso non solo con il regime ma anche con il suo partito, nell’isolamento totale pensa, elabora, scrive sull’Italia del suo tempo con grande lucidità e lungimiranza”. Poi un preoccupato avvertimento: le forze democratiche, allora come oggi, sembrano in ritirata. Serve, invece, un nuovo percorso costituente, una nuova unità delle forze politiche e culturali antifasciste tenendo come punto di riferimento imprescindibile la nostra Costituzione. Facendo riferimento ai referendum del prossimo giugno, relativi al mondo del lavoro, li ha definiti “una barriera” alle leggi palesemente anticostituzionali del Governo Meloni.
Vittorio Ventura, coordinatore della ‘Rete della conoscenza’, ha parlato, invece, dell’importanza dei luoghi di formazione, cioè le scuole, le università, dove “i neofascisti sono bravi a camuffarsi, impegnati come sono a infilarsi nei luoghi dove i giovani si formano”. Lasciare loro il campo libero – ha detto – è rischioso, l’antifascismo deve essere attivo, presente a cominciare proprio dalle scuole e dalle università. “Gramsci è l’autore italiano più tradotto nel mondo, il suo pensiero va però riletto alla luce dell’oggi anche per permettere all’antifascismo di fare autocritica sulle proprie debolezze, come scriveva lo stesso Gramsci”. Bisogna chiedersi, ha detto Ventura, perché le giovani generazioni sono attratte dalla Destra. Tanti giovani abbandonano il Sud, ed è a queste generazioni che si deve parlare per poter aspirare ad un “antifascismo eterno”.

Tania Scacchetti, segretaria generale SPI-CGIL, infine, ha ammonito sulle derive del momento. “La nostra è una democrazia ancora fragile – ha detto – bisogna lavorare sulla memoria, c’è troppa indifferenza su ciò che sta accadendo… La gente comune vede la lotta di liberazione dal fascismo e dal nazismo come storia lontana e non fondante del presente”. Se Gramsci, Pertini, i partigiani sono stati antifascisti da morti, come essere oggi “antifascisti da vivi”, si è domandata? Si è antifascisti oggi se si è capaci di dare sostanza reale, concreta ai principi della Costituzione. Per raggiungere tale obiettivo bisogna riappropriarsi della politica, anche se dalla politica ci sentiamo traditi essendo venuto meno quel patto di costruzione sociale, di riequilibrio delle ricchezze che è la base per immaginare un futuro migliore per tutti. “Le celebrazioni, in tempi come questi – ha concluso la Segretaria nazionale SPI – devono contribuire a recuperare la partigianeria, la presa di posizione, per combattere l’indifferenza a cui sembriamo essere stati condannati”.

“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti” (Gramsci,1917).

Giovanni Lerede

Foto tratte dalla pagina facebook della CGIL Puglia

LUTE direttivo rid

La LUTE di Turi ‘inaugura’ l’anno accademico 2024-25 con 100 iscritti e 25 attività in corso

La convivialità, la voglia d’uscire di casa e dai social per conoscere, imparare, guardarsi negli occhi, abbracciarsi. Sono queste motivazioni di fondo ad aver spinto un centinaio di persone ‘di una certa età’ ad iscriversi e frequentare i corsi della Libera Università della Terza Età di Turi. Una creatura ‘sofferta’ la LUTE, nata tanti anni fa dalla ferrea volontà della prof.ssa Carmela Vittore, ma poi fatta naufragare, come ha lei stesso raccontato, da chi nel ‘palazzo’ non ne aveva compreso le potenzialità sociali. La volontà di riprendere il discorso, di superare i muri e le porte sbattute in faccia, ha tenuto in piedi la speranza che la nave, prima o poi, avrebbe ripreso la navigazione. Nel frattempo, però, la prof.ssa Vittore ha tenacemente provveduto a tenere accesa la fiammella, tessendo la tela dei rapporti – fondamentali in ogni progetto – e calamitando via via intorno a se un bel gruppo di persone, convinte anch’esse a farsi trovare pronti per cogliere quella ventata nuova necessaria a rendere nuovamente concreto il progetto. Dopo il cambio di amministrazione, gli ‘angeli custodi’ – così la Vittore definisce il Direttivo della LUTE – hanno spinto sull’acceleratore e messo a punto i permessi, l’organizzazione, il tesseramento, passaggi che hanno poi permesso di mettere in calendario tutte le attività ‘accademiche’.

La sera del 16 ottobre scorso furono presentati, simbolicamente, nella sala del Consiglio comunale lo staff dirigenziale, i corsi, i docenti; dopo tre mesi intensi, con 25 attività in itinere (corsi, laboratori, seminari, incontri tematici), l’8 febbraio al Chiostro delle Clarisse, l’inaugurazione ufficiale dell’anno accademico 2024-25, alla presenza delle Autorità comunali, questa volta non più ostacolo ma partner. Il Sindaco Giuseppe De Tomaso e l’assessore alle Attività Culturali Teresa De Carolis, infatti, nei loro interventi hanno dato pieno e convinto sostegno all’iniziativa, arrivando a riconoscerne l’alto valore culturale e sociale. Tre mesi di attività, che la vice-presidente LUTE, prof.ssa Rosanna Palmisano, chiamando a soccorso poeti del calibro di Coelho e Gibran, ha definito “un sogno che si avvera”. Il sogno della prof.ssa Vittore che ha trovato anche il pieno sostegno della Regione Puglia e della presidente nazionale FEDERUNI, prof.ssa Fonte Maria Fralonardo, la quale scherzosamente ha detto: “…una lezione al giorno toglie il medico di torno”, ribadendo così l’aspetto fondamentale dello stare insieme, del condividere, del tenersi sempre in attività per uscire da quell’isolamento sociale che spesso ci avvolge e ci distacca dal mondo. Anche il prof. Francesco Bellino, già docente di Bioetica all’Università di Bari, nel suo intervento, ha sottolineato la necessità per tutti della socialità – l’uomo non è stato creato per vivere da solo – aggiungendo l’elogio dell’impegno sociale, quello disinteressato, volontario, senza fini personali che è di gran valore soprattutto in questa era di frenetica esaltazione dell’individualismo e dell’edonismo che trova nei social terreno fertile. “L’ente pubblico – ha detto il prof. Bellino, citando un autore napoletano del Settecento – dovrebbe sentire come dovere etico premiare chi s’impegna pubblicamente, chi si dedica agli altri”, additandolo in questo modo a tutta la comunità quale esempio virtuoso.

La serata d’inaugurazione ha visto, tra un discorso e l’altro, intermezzi molto apprezzati dal numeroso pubblico, testimonianza diretta dei primi risultati ottenuti dai vari corsi. Il coro LUTE, in primo luogo, che sotto la direzione dei maestri Pasquale Di Pinto e Francesco Scarola (con il prof. Giuseppe Lonuzzo, oboe) ha dato prova di aver già raggiunto, in così poco tempo, un buon livello di esecuzione; poi i recitanti del Corso ‘Dialetto Turese’ tenuto dal prof. Raffaele Valentini, i quali con maestria hanno recitato brani dialettali, tra cui quello ispirato al celebre detto “Quànne iàcchie u mòneche a càste…”, che ha divertito tutti. Il corsista Raffaele Lefemine, nel presentare il lavoro, ha ringraziato il prof. Valentini per l’attività di ricerca sul dialetto turese che ha fatto, e sta facendo, “per far riscoprire alla nostra comunità modi di dire e di parlare, aneddoti e tutto quanto riguarda la nostra lingua madre”.

Così la serata del sabato è scivolata via in tranquillità e compagnia, tra una riflessione e una risata, tra una musica e l’altra, dimostrando ancora una volta che lo stare insieme senza altri fini se non quello della socialità e dell’arricchimento culturale è la medicina che guarisce ogni male, ogni solitudine, ogni incomprensione.

Testo e foto di Giovanni Lerede

Didascalie foto: 1) Il Direttivo LUTE con la prof.ssa Fralonardo; 2) Il Coro LUTE diretto dal prof. Pasquale Di Pinto; 3) Alcuni corsisiti del ‘Dialetto Turese’.

Elly Schlein con Sindaco rid

Elly Schlein a Turi per parlare del suo libro-programma per una nuova Sinistra di governo

La leader nazionale del Partito Democratico Elly Schlein è stata accolta a Turi nel pomeriggio del 7 febbraio in un Auditorium gremito in ogni settore. Tanti esponenti politici locali ­– il Sindaco De Tomaso, assessori e consiglieri, ­– sindaci e politici di altri paesi vicini – ma soprattutto numerosi cittadini comuni, molte donne e studenti delle scuole superiori della zona, tra cui una delegazione del ‘Pertini’ di Turi. Erano presenti anche: la presidente del Consiglio regionale Loredana Capone, i consiglieri regionali Parchitelli e Bruno, il segretario regionale PD Domenico De Santis.

L’invito alla presentazione del libro ‘L’imprevista’-L’altra visione del futuro’ (edito da Feltrinelli) è partito da Alina Laruccia e da ‘Didiario-Suggeritori di libri’, con l’assist della segretaria locale del PD Lilli Susca, ed è stato subito accolto dalle autrici: la segretaria Elly Schlein, appunto, e la giornalista Susanna Turco. Libro, come ha spiegato la leader, che non vuole essere un’autobiografia, cioè il racconto dell’io, ma il racconto di un noi, di un progetto di governo su cui il principale partito di opposizione e del Centrosinistra sta lavorando da due anni per creare un’alternativa forte, credibile, popolare alla Destra attualmente al governo del Paese, verso cui la Schlein è stata netta nel suo giudizio negativo. ‘Limprevista’, ha spiegato la coautrice Turco – che ha seguito passo passo la Segretaria PD nel suo tour elettorale per le Primarie  –  è un preciso riferimento al fulminante, quanto ‘imprevisto’, percorso politico della Schlein, che aveva abbandonato la scena politica per delusione (era stata vice governatore dell’Emilia, la sua regione), ma poi due anni fa ha accettato tra lo stupore di tutti di ridiscendere in campo alle Primarie del PD, vincendole a mani basse contro ogni previsione e sondaggio. ‘Imprevista’, dunque, ma determinata a creare il cambiamento con idee chiare, per risollevare le sorti della Sinistra e dell’Italia intera. ‘Imprevista’ in quanto giovane e donna, in una politica italiana ancora molto al maschile, soprattutto ai vertici.

L’ora di conversazione con il pubblico presente, che ha sottolineato spesso con applausi i temi più dibattuti del momento politico, ha visto Alina Laruccia manifestare tutto il suo entusiasmo per l’importanza dell’evento, non solo per la presenza di una ospite illustre ma, soprattutto, per essere di fronte a tanta gente a parlare di libri, di lettura, di impegno sociale, temi a cui lei e la sua ‘Didiario’ sono molto legati. La Schlein ha risposto alle domande con una dialettica chiara, concreta, senza mai scendere nel ‘politichese’ ma parlando di cose concrete – sanità, lavoro, scuola – di battaglie politiche in favore delle donne, dell’ambiente, della famiglia, dei lavoratori, di battaglie civili per la difesa di diritti che, ha ricordato, non sono per sempre. Temi di una Sinistra che vuole ritrovarsi e ritrovare consenso, illustrati non con concetti astratti ma richiamando problemi concreti e proposte altrettanto concrete, con stoccate garbate ma ferme alle scelte della Destra al governo. La Segretaria PD, nel poco tempo a disposizione (il giro in Puglia prevedeva nella giornata altri appuntamenti oltre Turi: a Taranto, Bari, Bisceglie) non si è sottratta a nessun tema. Ha ricordato più volte, additandoli ad esempio per tutti, Gramsci e Pertini; ha risposto agli studenti che le hanno posto domande precise e documentate sull’astensionismo e sulle fonti energetiche; ha richiamato tutti all’impegno per il bene comune, per risolvere i problemi e per la difesa dei diritti acquisiti. Sul tema centrale dell’energia, infine, la Schlein è stata netta, ribadendo il no deciso del PD al ritorno del nucleare ventilato dalla Destra e un sì altrettanto netto allo sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili.

Giovanni Lerede

Foto di Giovanni Lerede e Fabio Zita (foto al centro: Alina Laruccia, Elly Schlein e Susanna Turco)