All’Auditorium comunale di Turi la sera del 29 marzo più volte ho tenuto le orecchie bene aperte ma gli occhi chiusi per immaginare l’atmosfera carica di tesa sacralità delle basiliche barocche napoletane durante i riti della Settimana Santa. Suoni di violini, viole, violoncelli e clavicembalo; voci di soprani, bassi tenori e controtenori avvolte in una nebbiolina d’incenso penetrante, misto a un odore grasso di cera che arde con le molteplici candele a rischiarare navate cariche di decori. Qui a Turi, purtroppo, non è stato possibile eseguire la ‘Passio del Venerdì Santo’ di Gaetano Veneziano in una delle chiese storiche della città, tuttavia l’Ensemble barocco ‘Giovanni Maria Sabino’, guidato dal M° Paolo Valerio – grande esperto della musica barocca napoletana – ha saputo lo stesso trasformare i muri spogli, essenziali, dell’ex-macello comunale in una ideale ‘Real Cappella’ al tempo del Viceregno spagnolo. La Settimana Santa trasformava Napoli, la città più popolosa del continente europeo, in un palcoscenico di solenni processioni, canti e rappresentazioni alla ‘spagnola’. Esse coinvolgevano non solo la metropoli partenopea ma tutte le altre terre del Sud Italia dove la cultura religiosa iberica, carica di patos e spettacolarità, ha lasciato segni tutt’ora evidenti.
Le ‘Passio’ barocche rappresentavano tra Seicento e Settecento il punto più alto del calendario liturgico della ‘Semana Santa’, che nel nostro Sud, come in Spagna, era un momento di profonda immedesimazione con il dramma del Cristo lacerato che sale al Calvario caricato della croce.
La ‘Passio del Venerdì Santo’ di Gaetano Veneziano, eseguita all’Auditorium con spettacolare emozione dall’ensemble di strumentisti e coristi, è stata cercata e trovata da Paolo Valerio – un ‘Indiana Jones’ della grande Musica barocca napoletana – presso l’Archivio dei Girolamini a Napoli: una miniera di preziosi documenti musicali e storici unici, molti dei quali dimenticati, come la ‘Passio’ di Veneziano. Da più di vent’anni il M° Valerio è impegnato a dare alla musica napoletana del periodo barocco il posto che merita, essendo Napoli, una delle capitali della cultura musicale europea, se non mondiale. Cultura musicale di altissimo livello che ha in Giovanni Maria Sabino – sacerdote e musicista nato a Turi sul fine del Cinquecento – uno dei massimi esponenti, se non il punto di partenza di una ‘rivoluzione’ culturale che ha trasformato, modernizzato, la musica planetaria.
La ‘Passio’ di Veneziano, datata al 1685, porta in canto e musica il passo del Vangelo che racconta la Passione di Nostro Signore Gesù Cristo secondo l’evangelista Giovanni, descritta nel percorso drammatico dal Getsemani alla Croce – “Consummatum est”, tutto è compiuto – la cui composizione in musica “fu richiesta a Veneziano, afferma Valerio, per soddisfare le esigenze cerimoniali della Real Cappella di Napoli il cui calendario liturgico, già di per sé ricolmo di occasioni festive in ogni periodo dell’anno, prevedeva per l’organico della cappella vicereale una fitta serie di esecuzioni durante la Settimana Santa nelle chiese dove doveva recarsi in Vicerè con la corte”.
Nell’Auditorium di Turi, alla fine dell’intensa rappresentazione della Passione di Gesù – appuntamento che s’inquadra nella programmazione del ‘Festival Giovanni Maria Sabino’ – il numeroso e attento pubblico presente si è tutto alzato in piedi per applaudire non solo una prima eccellente, ma anche la ricerca, lo studio, il recupero di un immenso repertorio musicale antico di grande valore culturale, che è alla base di ciò che più in avanti, tra Settecento e Novecento, sarà il grande melodramma italiano, genere noto ed apprezzato in tutto il mondo. Ricerca, trascrizione ed esecuzione portata avanti da Valerio nel nome di Sabino, a cui l’Amministrazione comunale ha deciso di dedicare lo stesso Auditorium affinché il suo nome sia degnamente onorato nella sua città di nascita.
Giovanni Lerede
Foto del concerto di Giovanni Lerede. Al centro un particolare del ‘Compianto su Cristo morto’ di autore napoletano del XVII secolo, Chiesa San Domenico – Turi (foto Giovanni Palmisano)
La SS. Trinità come non si è mai vista! Tutta luci e colori delle origini finora camuffate da un pesante strato di vernici ossidate e sporco grasso. Ed ecco, all’avvio di questo 2026, come nella Madonna di Terra Rossa restituita ad agosto, anche in questo singolare gruppo scultoreo, il Rinascimento di Stefano da Putignano emerge in tutta la sua forza comunicativa, a più di cinquecento anni dalla sua realizzazione, in un altro capolavoro della nostra città che il tempo, per fortuna, ha preservato intatto.
Era il 1506 quando D.Vito De Paulo (o De Paula) fonda nella chiesa, un beneficio che lega a una cappella-altare dedicata alla SS. Trinità, originariamente situata nei pressi dell’ingresso dell’allora Collegiata, l’attuale Chiesa Madre, come recita una piccola iscrizione in pietra ancora in loco vicino alla porta a sinistra. Nel 1520, lo stesso ecclesiastico commissiona a Stefano, che pochi anni prima aveva realizzato la Madonna di Terra Rossa, una scultura concepita dall’artista in tre figure simboliche – il Padre Eterno, il Figlio crocifisso e, tra l’uno e l’altro, la colomba dello Spirito Santo – rese tangibili, concrete, nella pietra durissima della nostra Murgia con grande maestria e dovizia di particolari. Il risultato, ora più che mai, incanta per la sua unicità, essendo l’austero Dio Padre che regge il Crocifisso un modello di estrazione nordica, secondo una definizione della storica dell’arte Clara Gelao, e quindi poco diffuso al Sud. Ma questa contaminazione stilistica non deve certo stupire, i contatti della Puglia con il Nord Italia (ed Europa) erano, per il tramite di Venezia (regina assoluta dell’Adriatico), assai frequenti all’epoca, non solo nell’arte.
Nel 1962 l’altare ligneo e la preziosa scultura lapidea, dovendosi liberare la controfacciata della Chiesa Madre per l’apertura delle due porte laterali, su indicazione dell’allora soprintendente ai Beni Monumentali della Puglia, il turese Francesco Schettini, viene smontato, trasferito in fondo alla navata destra della chiesa, e sottoposto a restauro per mano di Domenico Volpicella.
Ed è lì, in situ, senza ulteriori traumi per la splendida opera d’arte, che da agosto 2025 è stato attivo il cantiere di restauro dell’altare della SS. Trinità ad opera dell’impresa di restauro ‘Rosanna V. Guglielmo’, la cui equipe, sotto la guida della dott.ssa Guglielmo e la supervisione degli esperti della Soprintendenza della Città Metropolitana di Bari, ha nuovamente dato prova di grande maestria nel risolvere le complesse problematiche del restauro, come già avvenuto per l’altare di Terra Rossa, altra gemma della nostra città. Come per il primo, anche per questo secondo altare fondamentale è stato l’apporto economico dell’imprenditore Emanuele Ventura, titolare della ditta ‘Willy Green Technology’ e animatore, nel Palazzo Cozzolongo, dell’APS ‘Cultura e Armonia’, il quale ha preso a cuore – come ha lui stesso dichiarato – il patrimonio artistico di Turi e in particolar modo quello della Chiesa Madre. In accordo con l’arciprete Don Luciano Rotolo il sig. Venturahapromosso un vasto programma di recupero denominato ‘Luce sugli Altari’, decidendo altresì di finanziarlo completamente. A breve, infatti, sarà avviato il terzo cantiere, quello dell’altare di San Giacomo (o dell’Immacolata) e, come annunciato dallo stesso imprenditore il giorno dell’Epifania, appena possibile saranno avviati i lavori di restauro dell’altare cinquecentesco dei SS. Medici nella cappella Moles. Inoltre s’interverrà sulla ‘bussola’ d’ingresso alla chiesa per liberarla dalle brutte vernici industriali spennellate nei decenni scorsi sull’originaria decorazione settecentesca.
• L’altare del 1741
La dott.ssa Rosanna Guglielmo ha spiegatoil lavoro compiuto dal gruppo di lavoro composto dai restauratori: Antonella Carone, Anna Fasanella e Fabrizio Piccinni. Un lavoro di squadra per un intervento di recupero non solo artistico “ma materico, perché noi di materia ci occupiamo” ha detto la titolare dell’impresa. Materia che è in primis il legno di larice e tiglio stagionato con i quali nel 1741, in piena ristrutturazione della Chiesa Madre, fu realizzata la bella macchina lignea tripartita dell’altare a spese dei discendenti dell’Arciprete De Paulo, eredi del beneficio fondato nel lontano 1506. La Chiesa Madre stava cambiando aspetto e dunque era necessario adeguare l’altare di famiglia al nuovo stile, al nuovo gusto estetico, ridando dignità all’antica statua.
Quei legni settecenteschi, sagomati, indorati, con maestria da anonimi maestri locali e restaurati nel 1962, negli ultimi decenni anni hanno subito l’ingiuria del tarlo, delle candele, della polvere, dell’ossidazione delle vernici applicate dal restauratore. “Il supporto ligneo – ha detto la Guglielmo – era piuttosto degradato sia per l’azione degli insetti xilofagi sia per quanto la tipologia di vernice lucida e ossidata utilizzata nel precedente restauro del 1963 ad opera di Volpicella – data e nome sono segnati sul retro dell’altare – oltre ai danni arrecati dallo allo stesso nelle fasi di smontaggio dell’altare per lo spostamento”.
Molto seri anche i danni alla superficie pittorica del paliotto, interessata da uno spesso substrato di vernici ossidate molto lucide e oscure. I saggi preliminari – ha riferito la restauratrice – hanno evidenziato i colori più chiari e leggeri del Settecento liberati dalla patina giallastra e scura delle ossidazioni; sono emersi, infatti, gli azzurri, i bianchi e altre tonalità del finto marmo di cui è ricoperto tutto l’altare ligneo. La pulitura ha poi messo più in evidenza anche le teste d’angelo scolpite in legno, il cartiglio in alto (con la dedica, i nomi dei committenti e le date), lo stemma dei De Paulo, le modanature in tiglio.
Direttamente sul legno sono dipinte, con tempere grasse le figure di San Vito e Santa Lucia – forse da Donato Paolo Conversi, come da me ipotizzato in altri scritti – anch’esse interessate da una patina di sporco, asportata con solventi che non penetrano ma rimangono in superficie, ha assicurato la dott.ssa Guglielmo. Lungo le giunture delle varie assi di legno si erano venute a creare sollevamenti della pellicola pittorica, soprattutto sulla figura di Santa Lucia, pittura che è stata consolidata con iniezioni di prodotti specifici. Una ‘scoperta’ è stata annunciata dalla dott.ssa Guglielmo: “Durante il restauro ci siamo accorti che dietro l’altare c’è una nicchia decorata a tempera con disegni che imitano la carta da parati”. Sappiamo dagli scritti di D. Vito Ingellis che questa nicchia, in passato, era l’alloggio della statua del patrono San Giovanni Battista.
• La statua del 1520
Tutto il lavoro di consolidamento, disinfestazione, pulitura e integrazione, portato avanti con perizia dall’Impresa ‘Guglielmo’ ha ridato luce a quanto realizzato nel 1741, integrando in un insieme più armonico il capolavoro di Stefano da Putignano che ora meglio si armonizza nella tavolozza dei colori predominanti del rosso e del verde.
“La SS. Trinità – ha detto la Guglielmo – aveva uno spessissimo strato di vernici ossidate e sporco dovuto anche al fumo delle candele, che aveva praticamente alterato la percezione dei colori”. Con metodo scientifico, com’è d’obbligo per un’opera d’arte di grande valore, lo staff dei restauratori e la Soprintendenza si sono imposti di capire quali strati di colore potevano appartenere a Stefano e quali le aggiunte. Dal prelievo dei campioni in vari punti della scultura, fatti analizzare in un laboratorio specializzato di Copertino, si è potuto appurare che il blu e il violaceo superficiale a cui eravamo abituati in realtà occultava il rosso arancio del mantello e il verde della veste di Dio Padre, colori questi che più si avvicinerebbero alle tonalità originali del 1520. Le analisi hanno anche accertato, inoltre, che Stefano non ha applicato sulla pietra da dipingere una preparazione vera e propria ma ha steso solo un sottile strato biancastro di base. “Una volta stabilito scientificamente che i colori di superficie erano posticci– il blu di Prussia, infatti, non poteva essere originale essendo stato scoperto nel tardo Settecento – abbiamo rimosso tutto quello che era sopramesso scoprendo una scultura fortemente integra.Anche il volto del Dio Padre era stato alterato nel Settecento, con l’aggiunta del rosso sulle guance per adeguarlo al gusto del tempo”.
Il Crocifisso della Trinità di Stefano è quasi un’opera a se stante, un capolavoro nel capolavoro si potrebbe dire. È una miniatura così ben lavorata, come ha sottolineato anche la Guglielmo, da risultare una poetica meraviglia di particolari, ben definiti nonostante la durezza della pietra, con gli effetti del sangue che cola dalle piaghe, la corona di spine, i lineamenti del volto e la muscolatura tesa; dettagli che ci parlano della grande abilità scultorea del Maestro di Putignano, che sapeva far parlare la pietra. Anche i capelli e la barba del Padre Eterno sono ben definiti, così come i lineamenti di un volto tornato a splendere di luce propria, mostrando a chi ha fede, chi c’è ma non si vede. Il restauro ormai compiuto ha restituito ai nostri occhi una nuova percezione: leggera, luminosa, vivace. Un Rinascimento brillante, un Settecento dorato e marmoreo, che riverbera tutta la chiesa.
La cerimonia di restituzione dell’altare della SS. Trinità alla comunità turese, avvenuta il 5 gennaio scorso, è stata l’occasione per mettere in evidenza l’importanza del patrimonio storico-artistico-religioso di Turi, che rimane ancora poco considerato. Nella prospettiva di una valorizzazione non più rinviabile, Don Luciano Rotolo ha parlato della cura e del recupero delle opere d’arte quale impegno prioritario di ogni comunità, a salvaguardia della propria storia e della propria identità religiosa e culturale. Anche la dott.ssa Valentina Gaudio dell’Alta Sorveglianza della Soprintendenza ha sottolineato l’esigenza di mettere pubblico e privato in collaborazione per restaurare e preservare un patrimonio d’arte e cultura che in Italia è vastissimo. Il sindaco Giuseppe De Tomaso ha ringraziato i promotori dell’iniziativa, evidenziando il privilegio di avere a Turi opere di un grande artista rinascimentale. Ha poi ricordato la Legge Ronchey (n. 4/1993, ndr), che ha trasformato positivamente l’idea stessa d’intervento dei soggetti privati nel recupero delle opere d’arte con un’azione sinergica che ha permesso risultati come quelli ottenuti qui a Turi.
Mons. Giuseppe Favale, infine, dichiarando gratitudine ai promotori ed esecutori del restauro, ha parlato della Trinità quale mistero centrale della nostra fede, con il Padre che offre il Figlio, divenuto uno di noi. E dal Padre e dal figlio scaturisce la forza vitale dello Spirito Santo. “Stefano da Putignano ha saputo in maniera mirabile esprimere visivamente questo mistero grande”. Un patrimonio di opere, una ricchezza d’immagini di devozione che nelle nostre chiese ci parlano di fede. Opere che vanno preservate e tramandate con la collaborazione di tutti.
«Sia io che i miei zii, Luciana e Paolo Dell’Aera, dovevamo festeggiare due eventi lieti. Io avevo pensato, ed anticipato all’epoca a Don Giovanni Amodio, l’intenzione di devolvere i denari raccolti dagli invitati alle due ricorrenze, ad un intervento che potesse lasciare il segno della nostra felicità nella chiesa di San Domenico, alla quale siamo molto legati per tante ragioni familiari».
Ilenia Dell’Aera, portavoce della famiglia Dell’Aera-Arrè, così ha motivato il finanziamento del restauro della tela raffigurante la “Apparizione della Vergine a San Giuseppe Calasanzio”, che è tornata a farsi ammirare nella sua dimora, la splendida chiesa degli Scolopi, la sera del 6 dicembre scorso, ammirata da un gran numero di persone accorse per assistere allo svelamento della tela restaurata ed anche per ascoltare i qualificati relatori.
La dott.ssa Dell’Aera ha concluso il suo intervento sottolinenando la coralità familiare dell’iniziativa: «Stasera stiamo assistendo al miracolo della cura, a cui hanno partecipato tante persone, in varia misura, con diverse modalità. Questa è un’opera che abbiamo finanziato tutt’insieme, e di cui d’ora in poi saremo genitori, custodi, tutori, perché il quadro, e San Domenico sono un patrimonio che appartiene alla nostra comunità».
Don Luciano Rotolo, presentando i relatori, ha raccontato di altre due piccole tele ovali in restauro raffiguranti i “Miracoli” del Calasanzio, che fino alla fine dell’Ottocento ornavano l’altare dedicata al fondatore delle Scuole Pie insieme al quadro dell’Apparizione; questo altare era collocato dove poi è stata inserita in una nicchia la statua della SS. Addolorata. «La Confraternita che ha cura di questa chiesa – ha detto l’Arciprete – sta finanziando il restauro di due tele ovali che si pensava fossero andate perdute e invece i confratelli le avevano nascoste così bene che non ci si ricordava più dove erano state collocate. A volte la paura dei ladri spinge a nascondere le cose e poi ci si dimentica… A febbraio ci auguriamo che anche questi due preziosi dipinti settecenteschi ritornino nella loro chiesa».
Il Commissario vescovile della Confraternita dell’Addolorata, Angelo Murro, nel ringraziare con gratitudine la famiglia Dell’Aera, ha sottolineato la bellezza di San Domenico, dove «alzando gli occhi, si vede una chiesa curata, una chiesa che non è lasciata a se stessa e che piano piano, con l’aiuto di privati, con l’aiuto nostro e di Don Luciano che insiste nel recupero, stiamo cercando di salvaguardare perché niente di tutto quello che ci è stato donato vada perduto».
La presenza di un padre scolopio alla cerimonia del 6 dicembre ha dato modo di allargare lo sguardo dal quadro restaurato alla presenza per due secoli a Turi di un Collegio delle Scuole Pie, la prima scuola pubblica europea. P. Martino Gaudiuso, proveniente da Campi Salentina, ha per prima cosa ricordato Don Vito Ingellis, conosciuto personalmente negli anni Settanta del secolo scorso durante una visita a Turi per ragioni di studio. «Sono un po’ emozionato – ha detto avviando il suo intervento di storico delle Scuole Pie – perché la prima volta che sono entrato in questa chiesa è stato l’11 luglio 1973, e fui accolto dalla felice memoria dell’arciprete Ingellis e quando sono entrato qui gli ho detto: – Ma di qua gli Scolopi non se ne sono mai andati, tutto è rimasto com’era sia come presentazione architettonica sia ornamentale e anche nell’arredo».
La nostra bella chiesa barocca, in effetti, ha il pregio di essere, nonostante qualche cambiamento negli arredi sacri, come all’origine quando venne edificata per ferrea volontà dai coniugi Santo Cavallo e Beatrice Aromata e donata insieme al loro palazzo (l’attuale Municipio) alle Scuole Pie. «Gli Scolopi sono arrivati a Turi nel 1645 grazie al notaio Santo Cavallo… che volle per la sua patria un’istituzione di questo genere, antesignana in quel tempo… e voi qui a Turi siete stati in anticipo… Quando i padri iniziarono le lezioni a Turi, cioè l’11 giugno del 1646, c’erano già 200 alunni iscritti… Don Vito mi diceva orgoglioso che grazie agli Scolopi a Turi non c’erano analfabeti nei secoli passati, e io: – Ma scusi Don Vito, da che cosa lo deduce? E lui: – Dal fatto che nei registri parrocchiali non c’era più la croce come firma, tutti firmavano con nome e cognome. E questo spiega perché dopo la soppressione del 1809, ad opera di Murat, le Scuole Pie a Turi sono rimaste ancora fino al 1830. I turesi sono stati capaci di tenersi stretta la scuola anche perché l’alternativa scolastica ed educativa più vicina erano i Gesuiti a Bari».
Abbiamo avuto il privilegio di avere a Turi, piccolo borgo di provincia, la prima scuola pubblica, popolare, gratuita d’Europa e questo dovrebbe essere un orgoglio per tutta la comunità. Come dovrebbe essere un orgoglio aver avuto ben due ‘prepositi generali’ dell’Ordine dei chierici regolari poveri della Madre di Dio delle scuole pie (questo il nome ufficiale degli Scolopi). «La piccola comunità turese – ha ricordato P. Martino – è stata capace di dare all’Ordine delle Scuole Pie due padri generali: uno nella seconda metà del 1600, il padre Gregorio Bornò, un uomo veramente di governo, capace di aprire collegi fino in Ungheria; l’altro, sul finire del 1700 e fino al 1828, cioè padre Vincenzo Maria D’Addiego. Questa vostra piccola città è stata capace di esprimere due personalità di rilievo europeo, come anche belle testimonianze cristiane, come il ‘venerabile’ padre Vito Antonio Colapinto e il ‘servo di Dio’ padre Franzini. Di questo passato rilevante dovete sentirvi orgogliosi, gelosi e farne una base di sviluppo».
Padre Martino si è soffermato ovviamente anche sulla tela dell’Apparizione. «Io non voglio deludervi, ma nella documentazione è registrato che la Madonna sia apparsa a San Giuseppe Calasanzio soltanto tre giorni prima di morire (aveva 91 anni): – Mi ha detto la Madonna che fra tre giorni vi lascio in pace, diceva a chi lo andava a trovare. Se vedete, nel quadro San Giuseppe Calasanzio non ha l’aureola, non ha nemmeno la luce dietro la testa, si vede bene che il dipinto lo hanno realizzato prima che fosse dichiarato santo (16 luglio 1767, ndr). In tutte le chiese calasanziane c’è sempre questo tipo di quadro con San Giuseppe Calasanzio raffigurato con i bambini e con la Madonna, ma solo per sottolineare la devozione del Calasanzio verso la Madonna, ma soprattutto per dire che ai nostri bambini, nei primi anni, dobbiamo dare l’educazione del cuore, le buone impressioni, non l’alfabeto, il far di conto ma le buone impressioni, perché quelle rimarranno registrate ed è sicuro che tutto il corso della loro vita sarà felice. Questo da sempre è il primo punto della nostra regola».
Quindi, in realtà, il tema della tela appena restituita non è una ‘miracolosa’ apparizione della Vergine a Santo, ma un omaggio degli Scolopi a Maria. «Calasanzio – dice infatti P. Gaudiuso – sempre con una mano prende i bambini e con l’altra indica la mamma, indica la Madonna, la quale a sua volta non è mai la Madonna sola, con lei c’è anche un Bambino in braccio. Per cui la prima insegnante, la prima educatrice delle persone è lei, la Madre di Gesù. Questo vuole indicare il quadro. Chi è stato nelle nostre scuole sa che Maria l’abbiamo sempre sostenuta e il rapporto con la Madre di Gesù l’abbiamo sempre portato come esemplare».
La dott.ssa Rosanna Guglielmo, restauratrice di lunga e apprezzata esperienza, è entrata nello specifico del lavoro di sua competenza: «Il dipinto della Madonna con il Bambino e San Giuseppe Calasanzio è la copia di un quadro presente a Napoli, opera probabilmente di PaoloDe Matteis o della sua Scuola. A differenza di quel quadro, però, qui c’è una figura in più alle spalle di Calasanzio: un giovane con fare benedicente che si appoggia a un mobile, forse un tavolino, su cui è iscritta la data 1749 parzialmente coperta dalla cornice dorata; ci sono anche due sigle, una A o una N, che potrebbe essere non una firma ma un riferimento agli Scolopi». Quel giovane ‘benedicente’, dunque, non può che essere il committente dell’opera, forse un giovane esponente di una famiglia benestante turese, il quale ad un anno dalla beatificazione di Calasanzio, avvenuta il 18 agosto 1748, volle rendergli omaggio donando un quadro per ornare l’altare in onore del fondatore delle Scuole Pie, innalzato dove in origine era la tela del “Compianto sul Cristo Morto” (contenente il ritratto del benefattore Santo Cavallo), che per far spazio venne spostata dov’è ancora oggi.
«La tela – ha spiegato la Guglielmo – si presentava in un pessimo stato di conservazione, aveva degli strappi, la superficie era molto scura e la cornice era tarlata. Il primo intervento, quindi, è stato quello di procedere alla messa in sicurezza degli strappi e delle cadute di colore, poi si è proceduto al consolidamento di tutta la pellicola pittorica, ripulita in seguito dalla vernice apposta in un precedente restauro. In questa fase ci siamo accorti che tutta la parte superiore sinistra del quadro, ovvero il volto della Vergine e i tre angeli superiori, sono il frutto di una ridipintura. Probabilmente, nell’altro restauro, è stato necessario ridipingere queste parti anatomiche perché erano andate perdute ed è stato faticosissimo cercare di salvare questa ridipintura perché si scioglieva con qualsiasi solvente da noi usato. Questa, ed altre problematiche, hanno reso il restauro molto difficoltoso e più lungo del previsto; alla fine delle tribolazioni però siamo riusciti, con l’aiuto delle Soprintendenza, a ottenere un restauro dignitoso e la figura della Vergine e anche del Santo ora emergono in maniera più luminosa».
Il Sindaco De Tomaso è intervenuto sottolinenado due aspetti: 1) lo svelamento del bellissimo dipinto «reso possibile grazie al mecenatismo della famiglia Dell’Aera-Arrè: una grande lezione di come si fa cultura, di come anche una famiglia, un privato, può intervenire laddove il pubblico non ha le risorse o la possibilità di intervenire per ridare alla cittadinanza, un dipinto di questa portata». 2) l’opera degli Scolopi in Europa è stato una sorta di miracolo e a Turi sono stati un punto di riferimento fondamentale. «E bisogna dare atto – ha detto – a Don Vito di aver fatto una grande opera di rivisitazione, di riconsiderazione, di recupero di tutta quell’esperienza educativa che ci ricorda l’importanza dello studio, l’importanza dell’istruzione diffusa». Infine P. Martino Gaudiuso, ha ripreso la parola perrivelare di aver portatoin dono al Sindaco la copia stampata di un documento che riguarda i due procuratori delle Scuole Pie inviati a Turi da Roma per aprire la scuola: padre Giuseppe Politi, un calabrese che aveva fatto per tredici anni il medico a Pieve di Cento, il quale appena ordinato sacerdote venne spedito dal Calasanzio a Turi in quanto uomo con un’esperienza concreta, fattiva. A lui si affiancò un fratello laico, Marco Antonio Corcioni, capacissimo anche lui. In una lettera che questo fratello, nel 1648, scrive a Calasanzio, gli manda a dire tra l’altro di aver inaugurato il quadro fatto fare con San Domenico, Sant’Antonio, Angeli e Madonna. Quindi abbiamo testimonianza diretta che la tela dell’altare maggiore è del 1648, pur rimanendo ancora anonimo il pittore che la realizzò tenendo fede a un devoto desiderio del benefattore Santo Cavallo.
Quando i nostri antenati affilarono delle pietre di selce per costruire dei coltelli, li usarono sia per tagliare il pellame per i vestiti sia per uccidersi gli uni gli altri. Lo stesso si potrebbe dire di altre tecnologie molto più avanzate, quali l’energia prodotta dalla fusione degli atomi come avviene sul Sole, che potrebbe essere utilizzata certamente per produrre energia pulita e rinnovabile ma anche per ridurre il nostro pianeta in un cumulo di cenere.
Papa Francesco al G7 di Fasano dello scorso anno fu molto chiaro a proposito dell’Intelligenza Artificiale, sottolineando la necessità di “uno sviluppo etico degli algoritmi in cui siano i valori a orientare i percorsi delle nuove tecnologie”. Parole chiare quelle del Pontefice di felice memoria, che mettono in guardia senza tuttavia condannare il progresso tecnologico; parole che invitano ad essere attenti ma non oppositori tout court della svolta epocale che si annuncia ma che in realtà è già in atto. Papa Francesco ci indica la via per fugare i dubbi, legittimi, dell’uso che se ne farà dell’intelligenza artificiale: “L’intelligenza artificiale è e deve rimanere uno strumento nelle mani dell’uomo”.
C’è già tra noi – su WhatsApp, ad esempio, dove da un po’ di mesi è comparso un cerchietto azzurro – ma in pochi sanno cos’è in realtà l’IA; in pochi hanno già in mano strumenti cognitivi utili ad accettare consapevolmente questa nuova rivoluzione tecnologica. Ed ecco che, convegni come quello promosso dall’Amministrazione comunale di Turi e curato in special modo dal consigliere delegato all’Innovazione Tecnologica Sergio Spinelli, può considerarsi un’iniziativa lodevole, una ‘prima volta’ di un argomento che per la stragrande maggioranza della ‘boomer generation’, presente in sala in gran numero, risulta ostico, mentre è già pane quotidiano per i nativi digitali.
Il convegno si è svolto il 6 maggio presso l’Auditorium comunale ed ha avuto per tema appunto “L’Intelligenza Artificiale al servizio della Pubblica Amministrazione”,cioè si è parlato diun segmento di un’innovazione di più vasta portata avviata concretamente nel 2022 con il lancio della prima versione di ChatGPT. E subito, dopo il saluto dell’ideatore Spinelli, l’argomento è entrato nel concreto delle problematiche, ben cucito dalla moderatrice Ilenia Dell’Aera che non si è limitata a dare la parola ad uno e all’altro relatore – tutti altamente qualificati – ma è stata essa stessa ‘relatrice’ con introduzioni ben strutturate e illustrate alle domande poste agli illustri ospiti sugli aspetti dell’IA più vicini alla vita della gente.
Il Sindaco Giuseppe De Tomaso, nel suo saluto, ha paragonato l’IA, citando la Bibbia, ad una “nuova Genesi” definendola “rivoluzione delle rivoluzioni i cui benefici già appaiono evidenti per la pubblica amministrazione e la sanità”,sottolineandone tuttavia i ‘pro’ dell’era algoritmica (l’aiuto concreto alle nostre attività quotidiane e alle procedure dell’amministrazione pubblica) ma anche i ‘contro’ (l’eccessivo accumulo di informazioni sensibili in poche mani, che potrebbe scatenare guerre di potere). Turi, tuttavia, accetta la sfida perché il futuro non può che essere migliore del presente. Turi, dice il Sindaco, “si vuole far trovare preparata ad accogliere la sfida” aderendo alle sperimentazioni avviate dalla Regione Puglia per l’ammodernamento digitale dell’apparato amministrativo.
Poi la parola è passata a chi l’Intelligenza Artificiale la crea, l’analizza, la utilizza, la sperimenta giorno per giorno. L’Ing. Cosimo Elefante, direttore del Dipartimento Transizione Digitale della Regione Puglia – Centro Competenza Regionale AI nella PA, ha spiegato i meccanismi dell’IA, una tecnologia che accumulando e rielaborando miliardi di dati pescati principalmente dalla rete è in grado di produrre immagini, testi, soluzioni rapidamente e meglio dell’intelligenza naturale. Dati pescati in rete che, tuttavia, nelle chat generaliste non sono certificate al 100% e possono generare risultati scorretti. Quindi, dice l’ing. Elefante, l’IA va addestrata, nutrita di dati seri, verificati, certificati, va legittimata, ma di essa non possiamo più fare a meno perché è una scelta fatta, è una tecnologia che è già tra noi. E la Regione Puglia si va attrezzando con una normativa ad hoc per utilizzarla al meglio, sperimentando insieme ad altre Regioni italiane azioni concrete che possano dare risposte nel più breve tempo possibile.
L’Assessore regionale al Bilancio, Avv. Fabiano Amati, ha stigmatizzato, con una buona dose di ironia, coloro che ‘a prescindere’ hanno paura del nuovo che avanza, annunciando invece con entusiasmo che nei laboratori dell’Università di Bari è nato il primo ed unico modello di intelligenza artificiale in lingua italiana che di nome fa LLaMAntino. Un chatbot pubblico che è un “piccolo tesoro algoritmico” affidabile, rassicurante perché coniuga metodo e sintassi ed è gestita da una comunità scientifica, quella dell’UniBa, pubblica, aperta, controllata e trasparente che potrà spiegare ai cittadini, ad esempio nel campo sanitario, referti, diagnosi, terapie, usando parole mirate e rassicuranti. LLaMAntino sarà, assicura l’Assessore con orgoglio pugliese, uno strumento tecnologico, un modello matematico trasparente, una factory IA al servizio dei cittadini e non di potentati fuori controllo che possono mettere in pericolo la convivenza democratica. Per l’avv. Fabiani l’Intelligenza Artificiale non mette in pericolo l’Umanità, l’Umanesimo di cui la Cultura occidentale si nutre, anzi l’aiuta a dare risposte più giuste, più neutre, non condizionate “dall’amigdala”, cioè dall’irrazionalità, dall’emotività, dalle paure e dall’ansia di chi è chiamato a prendere decisioni.
L’Avv. Claudio Caldarola, presidente del GP4AI – Global Professionals for Artificial Intelligence aps-ets, ha parlato di ciò che l’Italia e l’Europa stanno facendo per creare proprie factory ‘certificate’, cioè centri di rielaborazione delle informazioni sotto lo stretto controllo dei Paesi europei, e questo non potrà che rivoluzionare anche il nostro tempo del lavoro, riducendo, ad esempio, le giornate lavorative. L’IA nella Pubblica Amministrazione non deve tuttavia esseresinonimo di ‘automatizzato’ ma di ‘aumentato’, tanto è vero che oggi già si parla di IA Aumentata. Automatizzare significa privare l’uomo di ogni forma di controllo, mentre ‘aumentare’ significa aiutare l’uomo ad accrescere le proprie capacità. Ma è fondamentale che i dati siano elaborati nella maniera più sicura possibile, più attendibile possibile e per questo è necessaria una puntuale e seria regolamentazione dell’IA: un argine normativo ai rischi insiti in questa tecnologia che l’Europa sta già mettendo in campo ponendo al centro i bisogni dell’uomo e non l’innovazione ‘costi quel che costi’.
L’Avv. Prof. Luigi Viola, docente dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, ha preso subito le distanze dalle cosiddette IA ‘generaliste’ che, essendo addestrate con materiali presi on line, pongono un enorme problema in termini di qualità delle risposte. La genericità delle fonti elaborate in queste factory senza filtri, infatti, non prendono in considerazione la specificità della materia posta alla loro attenzione ma pescano alla cieca trattando allo stesso livello una ricetta di cucina e una questione giuridica o medica, tanto per fare degli esempi. E questo, per il prof. Viola, è inaccettabile in primo luogo in un campo molto delicato come quello del Diritto. Le IA ‘verticalizzate’, invece, risultano più consone perché nutrite da staff di giuristi, cioè gente qualificata che sa distinguere le fonti in base ad una gerarchia di valore, che non mette sullo stesso piano l’interpretazione fatta da un articolo di giornale, la ‘Gazzetta Ufficiale’ o una rivista scientifica. Quindi risulta fondamentale addestrare nel modo migliore l’Intelligenza Artificiale affinché la Pubblica Amministrazione possa trarne benefici, escludendo tuttavia a priori i ‘settori valoriali’ perché l’intelligenza artificiale fa fatica a comprendere i valori umani, mentre è fenomenale, ad esempio, nel settore bancario. Insomma, Matematica e Diritto sono due cose differenti, non ce la fanno a coesistere. L’IA è un sistema statistico-probabilistico e non deterministico, questo può generare discriminazioni e dunque, in ultima analisi, la Legge non può essere interpretata da modelli matematici.
Infine, Michelangelo Lerede, giovanissimo ingegnere turese presso l’AngelStar srl – azienda pugliese ad alta tecnologia – con l’aiuto di slide ha chiuso brillantemente la serata ribadendo, con esempi pratici, riferiti anche alla sua esperienza professionale, i vantaggi dell’IA nei settori della Pubblica Amministrazione. Ma questa tecnologia avanzata potrà davvero portare estese e benefiche trasformazioni solo se si riuscirà a coniugare in un giusto equilibrio innovazione ed etica. L’Uomo deve poter rimanere al centro di tutto.
Giovanni Lerede
Ps. Le foto del convegno sono tratte dalla pagina FB di Fabiano Amati
La CGIL, l’Osservatorio Regionale sui Neofascismi e l’antifascismo di Puglia si sono incontrati a Turi il 15 di aprile per rendere omaggio, con qualche giorno d’anticipo, all’80° anniversario della Liberazione dal nazi-fascismo. A Turi perché qui due figure emblematiche della lotta per la libertà, Antonio Gramsci e Sandro Pertini, sono stati rinchiusi dal fascismo nello storico carcere. E nel nome dell’antifascismo e dei due grandi personaggi della storia del Novecento, il Sindaco Giuseppe De Tomaso ha ribadito un obiettivo importante della sua Amministrazione: candidare Turi quale “capitale della cultura nel nome di Gramsci e Pertini”, facendone un punto di riferimento nazionale dell’antifascismo. La segretaria generale della CGIL Puglia Gigia Bucci, d’altro canto, ha rinforzato l’idea del Primo cittadino avanzando la proposta di inserire il carcere di Turi nel “patrimonio monumentale e culturale d’Italia”.
Nella prima mattinata, una delegazione ha potuto varcare la soglia dell’Istituto Penitenziario per rendere omaggio al busto di Pertini e salire, accompagnati dalla direttrice Nicoletta Siliberti, a visitare la cella di Gramsci, tenendo fede, ha detto la segretaria Bucci, “all’invito di Calamandrei ad andare in pellegrinaggio sui luoghi dove è nata la Costituzione, nelle carceri dove furono imprigionati i partigiani”. E a Turi, in questo grande massiccio ottocentesco nato per essere il nuovo convento delle Clarisse e poi trasformato in carcere, furono reclusi due grandi uomini, due intellettuali antifascisti dai destini differenti ma accomunati dalla lotta per la libertà. Nell’Auditorium di Largo Pozzi, poi, si è tenuto, davanti ad un numeroso pubblico, un dibattito dal titolo “Costituzione e Antifascismo. Dalla lotta alla Costituzione per un futuro di diritti”, confronto moderato da Stefano Milani, direttore del giornale online della CGIL ‘Collettiva.it’.
Nel primo intervento, Gigia Bucci ha sottolineato come l’antifascismo non va relegato nella storia ma deve essere attivo nel presente. La manifestazione di oggi, ha continuato, non è “uno stanco memoriale” ma l’impegno quotidiano della CGIL nella difesa della democraziaedella Costituzione, nella mobilitazione per un lavoro dignitoso, contro le derive autoritarie e a difesa dei diritti fondamentali come la salute e l’istruzione. La Costituzione si basa su un concetto di pace, ha detto, ma il nostro è un presente di guerra, di incertezza, “di una Destra che dalle istituzioni sta mettendo in discussione i fondamenti della nostra storia repubblicana”. La CGIL vuole essere soggetto attivo di una nuova resistenza a quella Destra che vuole manipolare la storia a suo piacimento, che non proclama mai di essere antifascista. “Ma la storia non si può cambiare”.
Il Sindaco De Tomaso, intervenendo, ha citato una celeberrima frase di Gramsci: “Il vecchio mondo sta morendo. Quello nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri”. Una citazione che mette in guardia sul presente: “La libertà non è mai stata così in pericolo come in questo momento”. Turi, ha aggiunto De Tomaso, vuole riconoscere la grandezza del pensiero di Gramsci con “un museo a lui che sia anche un centro studi sull’antifascismo”.
Lo storico Davide Conti ha definito la nostra Costituzione “un nuovo patto collettivo” tra le forze antifasciste, firmato dai Padri Costituenti dopo una guerra totale che ha coinvolto non solo gli eserciti ma anche i popoli. La Resistenza, ha detto Conti, è stato un movimento trasversale di uomini e donne di diverse estrazioni politiche e culturali, accomunati da un unico obiettivo: porre fine alla dittatura e cacciare l’invasore tedesco. La nostra Costituzione è antifascista e, in quanto tale, invisa alla Destra di governo che fa fatica ad accettarla. Essa è nata con un voto libero e universale ed ha come principi cardine la libertà, il lavoro e la sovranità del popolo.
Antonella Morga ha spiegato che l’Osservatorio regionale sui Neofascismi, di cui è la responsabile, è nato perché “abbiamo avvertito la pressione montante dei neofascismi”. Da qui l’idea di creare una rete che ha messo insieme CGIL ANPI ARCI e altri soggetti. Una sorta di organismo di controllo sui movimenti neofascisti, per far conoscere alle giovani generazioni il pericolo di un ritorno a quel passato. Parlando con una certa emozione della visita alla cella di Gramsci, ha detto che “i luoghi parlano il linguaggio della memoria di fatti, di lotte, di resistenze che non vanno dimenticati”. Figure resistenti come Gramsci e Pertini, i partigiani e le partigiane sono stati costruttori di pace, molto attuali nello scenario di guerra che stiamo vivendo. “Il nostro obiettivo – ha detto la Morga – è ricordare che le libertà conquistate non sono eterne, vanno difese senza mai arrendersi agli autocrati manipolatori della storia e delle coscienze”. Ricordando, in chiusura, una frase detta da Pertini durante la visita a Turi nel 1980: “Il fascismo non è un’opinione ma un crimine”. Pasquale Martino, responsabile dell’ANPI Puglia, ha rivolto un pensiero a Gramsci: “Visitare la sua cella è sempre un’emozione profonda. Essa è un luogo della memoria così scarno che riporta ogni volta all’inferno patito da Gramsci in un’Italia precipitata nel tunnel del fascismo trionfante. In questa situazione Gramsci, peraltro malato, fragile, in dissenso non solo con il regime ma anche con il suo partito, nell’isolamento totale pensa, elabora, scrive sull’Italia del suo tempo con grande lucidità e lungimiranza”. Poi un preoccupato avvertimento: le forze democratiche, allora come oggi, sembrano in ritirata. Serve, invece, un nuovo percorso costituente, una nuova unità delle forze politiche e culturali antifasciste tenendo come punto di riferimento imprescindibile la nostra Costituzione. Facendo riferimento ai referendum del prossimo giugno, relativi al mondo del lavoro, li ha definiti “una barriera” alle leggi palesemente anticostituzionali del Governo Meloni. Vittorio Ventura, coordinatore della ‘Rete della conoscenza’, ha parlato, invece, dell’importanza dei luoghi di formazione, cioè le scuole, le università, dove “i neofascisti sono bravi a camuffarsi, impegnati come sono a infilarsi nei luoghi dove i giovani si formano”. Lasciare loro il campo libero – ha detto – è rischioso, l’antifascismo deve essere attivo, presente a cominciare proprio dalle scuole e dalle università. “Gramsci è l’autore italiano più tradotto nel mondo, il suo pensiero va però riletto alla luce dell’oggi anche per permettere all’antifascismo di fare autocritica sulle proprie debolezze, come scriveva lo stesso Gramsci”. Bisogna chiedersi, ha detto Ventura, perché le giovani generazioni sono attratte dalla Destra. Tanti giovani abbandonano il Sud, ed è a queste generazioni che si deve parlare per poter aspirare ad un “antifascismo eterno”.
Tania Scacchetti, segretaria generale SPI-CGIL, infine, ha ammonito sulle derive del momento. “La nostra è una democrazia ancora fragile – ha detto – bisogna lavorare sulla memoria, c’è troppa indifferenza su ciò che sta accadendo… La gente comune vede la lotta di liberazione dal fascismo e dal nazismo come storia lontana e non fondante del presente”. Se Gramsci, Pertini, i partigiani sono stati antifascisti da morti, come essere oggi “antifascisti da vivi”, si è domandata? Si è antifascisti oggi se si è capaci di dare sostanza reale, concreta ai principi della Costituzione. Per raggiungere tale obiettivo bisogna riappropriarsi della politica, anche se dalla politica ci sentiamo traditi essendo venuto meno quel patto di costruzione sociale, di riequilibrio delle ricchezze che è la base per immaginare un futuro migliore per tutti. “Le celebrazioni, in tempi come questi – ha concluso la Segretaria nazionale SPI – devono contribuire a recuperare la partigianeria, la presa di posizione, per combattere l’indifferenza a cui sembriamo essere stati condannati”.
“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti” (Gramsci,1917).
Giovanni Lerede
Foto tratte dalla pagina facebook della CGIL Puglia
La convivialità, la voglia d’uscire di casa e dai social per conoscere, imparare, guardarsi negli occhi, abbracciarsi. Sono queste motivazioni di fondo ad aver spinto un centinaio di persone ‘di una certa età’ ad iscriversi e frequentare i corsi della Libera Università della Terza Età di Turi. Una creatura ‘sofferta’ la LUTE, nata tanti anni fa dalla ferrea volontà della prof.ssa Carmela Vittore, ma poi fatta naufragare, come ha lei stesso raccontato, da chi nel ‘palazzo’ non ne aveva compreso le potenzialità sociali. La volontà di riprendere il discorso, di superare i muri e le porte sbattute in faccia, ha tenuto in piedi la speranza che la nave, prima o poi, avrebbe ripreso la navigazione. Nel frattempo, però, la prof.ssa Vittore ha tenacemente provveduto a tenere accesa la fiammella, tessendo la tela dei rapporti – fondamentali in ogni progetto – e calamitando via via intorno a se un bel gruppo di persone, convinte anch’esse a farsi trovare pronti per cogliere quella ventata nuova necessaria a rendere nuovamente concreto il progetto. Dopo il cambio di amministrazione, gli ‘angeli custodi’ – così la Vittore definisce il Direttivo della LUTE – hanno spinto sull’acceleratore e messo a punto i permessi, l’organizzazione, il tesseramento, passaggi che hanno poi permesso di mettere in calendario tutte le attività ‘accademiche’.
La sera del 16 ottobre scorso furono presentati, simbolicamente, nella sala del Consiglio comunale lo staff dirigenziale, i corsi, i docenti; dopo tre mesi intensi, con 25 attività in itinere (corsi, laboratori, seminari, incontri tematici), l’8 febbraio al Chiostro delle Clarisse, l’inaugurazione ufficiale dell’anno accademico 2024-25, alla presenza delle Autorità comunali, questa volta non più ostacolo ma partner. Il Sindaco Giuseppe De Tomaso e l’assessore alle Attività Culturali Teresa De Carolis, infatti, nei loro interventi hanno dato pieno e convinto sostegno all’iniziativa, arrivando a riconoscerne l’alto valore culturale e sociale. Tre mesi di attività, che la vice-presidente LUTE, prof.ssa Rosanna Palmisano, chiamando a soccorso poeti del calibro di Coelho e Gibran, ha definito “un sogno che si avvera”. Il sogno della prof.ssa Vittore che ha trovato anche il pieno sostegno della Regione Puglia e della presidente nazionale FEDERUNI, prof.ssa Fonte Maria Fralonardo, la quale scherzosamente ha detto: “…una lezione al giorno toglie il medico di torno”, ribadendo così l’aspetto fondamentale dello stare insieme, del condividere, del tenersi sempre in attività per uscire da quell’isolamento sociale che spesso ci avvolge e ci distacca dal mondo. Anche il prof. Francesco Bellino, già docente di Bioetica all’Università di Bari, nel suo intervento, ha sottolineato la necessità per tutti della socialità – l’uomo non è stato creato per vivere da solo – aggiungendo l’elogio dell’impegno sociale, quello disinteressato, volontario, senza fini personali che è di gran valore soprattutto in questa era di frenetica esaltazione dell’individualismo e dell’edonismo che trova nei social terreno fertile. “L’ente pubblico – ha detto il prof. Bellino, citando un autore napoletano del Settecento – dovrebbe sentire come dovere etico premiare chi s’impegna pubblicamente, chi si dedica agli altri”, additandolo in questo modo a tutta la comunità quale esempio virtuoso.
La serata d’inaugurazione ha visto, tra un discorso e l’altro, intermezzi molto apprezzati dal numeroso pubblico, testimonianza diretta dei primi risultati ottenuti dai vari corsi. Il coro LUTE, in primo luogo, che sotto la direzione dei maestri Pasquale Di Pinto e Francesco Scarola (con il prof. Giuseppe Lonuzzo, oboe) ha dato prova di aver già raggiunto, in così poco tempo, un buon livello di esecuzione; poi i recitanti del Corso‘Dialetto Turese’ tenuto dal prof. Raffaele Valentini, i quali con maestria hanno recitato brani dialettali, tra cui quello ispirato al celebre detto “Quànne iàcchie u mòneche a càste…”, che ha divertito tutti. Il corsista Raffaele Lefemine, nel presentare il lavoro, ha ringraziato il prof. Valentini per l’attività di ricerca sul dialetto turese che ha fatto, e sta facendo, “per far riscoprire alla nostra comunità modi di dire e di parlare, aneddoti e tutto quanto riguarda la nostra lingua madre”.
Così la serata del sabato è scivolata via in tranquillità e compagnia, tra una riflessione e una risata, tra una musica e l’altra, dimostrando ancora una volta che lo stare insieme senza altri fini se non quello della socialità e dell’arricchimento culturale è la medicina che guarisce ogni male, ogni solitudine, ogni incomprensione.
Testo e foto di Giovanni Lerede
Didascalie foto: 1) Il Direttivo LUTE con la prof.ssa Fralonardo; 2) Il Coro LUTE diretto dal prof. Pasquale Di Pinto; 3) Alcuni corsisiti del ‘Dialetto Turese’.
La leader nazionale del Partito Democratico Elly Schlein è stata accolta a Turi nel pomeriggio del 7 febbraio in un Auditorium gremito in ogni settore. Tanti esponenti politici locali – il Sindaco De Tomaso, assessori e consiglieri, – sindaci e politici di altri paesi vicini – ma soprattutto numerosi cittadini comuni, molte donne e studenti delle scuole superiori della zona, tra cui una delegazione del ‘Pertini’ di Turi. Erano presenti anche: la presidente del Consiglio regionale Loredana Capone, i consiglieri regionali Parchitelli e Bruno, il segretario regionale PD Domenico De Santis.
L’invito alla presentazione del libro ‘L’imprevista’-L’altra visione del futuro’ (edito da Feltrinelli) è partito da Alina Laruccia e da ‘Didiario-Suggeritori di libri’, con l’assist della segretaria locale del PD Lilli Susca, ed è stato subito accolto dalle autrici: la segretaria Elly Schlein, appunto, e la giornalista Susanna Turco. Libro, come ha spiegato la leader, che non vuole essere un’autobiografia, cioè il racconto dell’io, ma il racconto di un noi, di un progetto di governo su cui il principale partito di opposizione e del Centrosinistra sta lavorando da due anni per creare un’alternativa forte, credibile, popolare alla Destra attualmente al governo del Paese, verso cui la Schlein è stata netta nel suo giudizio negativo. ‘Limprevista’, ha spiegato la coautrice Turco – che ha seguito passo passo la Segretaria PD nel suo tour elettorale per le Primarie – è un preciso riferimento al fulminante, quanto ‘imprevisto’, percorso politico della Schlein, che aveva abbandonato la scena politica per delusione (era stata vice governatore dell’Emilia, la sua regione), ma poi due anni fa ha accettato tra lo stupore di tutti di ridiscendere in campo alle Primarie del PD, vincendole a mani basse contro ogni previsione e sondaggio. ‘Imprevista’, dunque, ma determinata a creare il cambiamento con idee chiare, per risollevare le sorti della Sinistra e dell’Italia intera. ‘Imprevista’ in quanto giovane e donna, in una politica italiana ancora molto al maschile, soprattutto ai vertici.
L’ora di conversazione con il pubblico presente, che ha sottolineato spesso con applausi i temi più dibattuti del momento politico, ha visto Alina Laruccia manifestare tutto il suo entusiasmo per l’importanza dell’evento, non solo per la presenza di una ospite illustre ma, soprattutto, per essere di fronte a tanta gente a parlare di libri, di lettura, di impegno sociale, temi a cui lei e la sua ‘Didiario’ sono molto legati. La Schlein ha risposto alle domande con una dialettica chiara, concreta, senza mai scendere nel ‘politichese’ ma parlando di cose concrete – sanità, lavoro, scuola – di battaglie politiche in favore delle donne, dell’ambiente, della famiglia, dei lavoratori, di battaglie civili per la difesa di diritti che, ha ricordato, non sono per sempre. Temi di una Sinistra che vuole ritrovarsi e ritrovare consenso, illustrati non con concetti astratti ma richiamando problemi concreti e proposte altrettanto concrete, con stoccate garbate ma ferme alle scelte della Destra al governo. La Segretaria PD, nel poco tempo a disposizione (il giro in Puglia prevedeva nella giornata altri appuntamenti oltre Turi: a Taranto, Bari, Bisceglie) non si è sottratta a nessun tema. Ha ricordato più volte, additandoli ad esempio per tutti, Gramsci e Pertini; ha risposto agli studenti che le hanno posto domande precise e documentate sull’astensionismo e sulle fonti energetiche; ha richiamato tutti all’impegno per il bene comune, per risolvere i problemi e per la difesa dei diritti acquisiti. Sul tema centrale dell’energia, infine, la Schlein è stata netta, ribadendo il no deciso del PD al ritorno del nucleare ventilato dalla Destra e un sì altrettanto netto allo sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili.
Giovanni Lerede
Foto di Giovanni Lerede e Fabio Zita (foto al centro: Alina Laruccia, Elly Schlein e Susanna Turco)
Un breve itinerario per le chiese storiche di Turi – San Giovanni, Chiesa Madre, Santa Chiara – alla scoperta della rappresentazione del ‘mistero’ di Betlemme può essere il modo per guardare il Natale con lo sguardo semplice degli Avi e cogliere il significato vero di un avvenimento che ha deviato la storia del mondo.
Chiesa di San Giovanni Battista • La più bella delle “Natività” sotto i nostri occhi è un ‘mistero gaudioso’, una miniatura che quasi non la noti. Sta lì ai margini con altre 14 piccole scene della vita di Gesù e Maria nel dipinto della “Madonna del Rosario” su un altare in pietra sulla sinistra dell’ex-Chiesa dei francescani riformati di S. Giovanni Battista. In origine il quadro abbelliva il gentilizio della famiglia Cavallo (la prima a destra vicino all’ingresso laterale), il cui capostipite Giovanni Antonio è raffigurato quale committente dell’opera. È di antico pennello (1595), eseguita probabilmente dal pittore bitontino (di chiare origini iberiche) Alonso de Corduba, essendo quello di Turi un quadro molto simile a una pittura dello stesso tema e dello stesso autore a Ruvo. I 15 “Misteri” del Rosario inquadrano il trono della Vergine e il Bambino, San Domenico e Santa Caterina ai loro piedi: protagonisti assoluti della scena come in tutte le rappresentazioni di questo genere, che ebbero una grande diffusione dopo l’epocale vittoria di Lepanto contro i maomettani. Il terzo “Mistero gaudioso”, a sinistra, raffigura un presepe; nel piccolo spazio ovale, con abilità da miniaturista, il pittore ha inserito tutti gli elementi tradizionali della Natività: la Sacra Famiglia, il bue e l’asinello, un pastorello adorante, l’Angelo e altri personaggi stilizzati in lontananza; nel piccolo spazio trovano posto anche una colonna classicheggiante, un capanno con tetto in paglia, una roccia e degli arbusti, il tutto coronato da un cielo nuvoloso che tende alle tonalità del tramonto.
Chiesa Madre dell’Assunta • Un’altra tappa di questo breve itinerario d’arte a tema natalizio non può che essere la Chiesa Matrice di Maria Santissima Assunta in Cielo e l’altare della Madonna di Terrarossa o del Rosario nell’omonima cappella (la prima entrando a sinistra). L’altare in legno dipinto, piuttosto malridotto e ora per fortuna in restauro, è della prima metà del Settecento – anni quelli di grande trasformazione per l’antica Collegiata turese – ed accoglie nella nicchia centrale la rinascimentale “Madonna di Terrarossa” firmata da Stefano da Putignano; intorno ad essa la sequela, anche qui, dei 15 piccoli quadretti pittorici chiusi da cornicette rococò. Tra questi, naturalmente, vi è quello della “Natività”. Vennero realizzati, insieme all’altare, nel 1742 (come recita il cartiglio) per volontà del medico-fisico Giacomo Zita, con molta probabilità dal pittore Donato Paolo Conversi che in quegli anni era membro influente della Confraternita del SS. Rosario che nella cappella aveva sede, oltre ad essere, con il favore del barone Francesco III Moles, amministratore dell’Università di Turi. Il fotogramma della Nascita di Gesù vede rappresentati su tre piani prospettici tutti i protagonisti tradizionali della scena presepiale: in primo piano i pastorelli, in mezzo la Santa Famiglia con il Bambino avvolto tra le calde braccia materne (il particolare meglio riuscito); sul fondo, il bue e l’asinello, con alcuni elementi architettonici, uno spicchio di cielo e la chioma di un albero. La pittura appare più ‘grezza’ rispetto al “Rosario” dei Riformati, in alcune parti quasi accennata, con un fascio di luce che illumina la stalla di Betlemme da sinistra lasciando in piena ombra San Giuseppe.
Chiesa di Santa Chiara • Dalle miniature passiamo ad ammirare l’unica icona pittorica turese tutta dedicata all’evento di Betlemme: la “Natività” attribuita al pennello di Samuele Tatulli, posta su un altare laterale della Chiesa ex-conventuale di Santa Chiara. È una tela di media dimensione nella quale il maestro, nato a Palo del Colle nel 1754, raffigura Gesù Bambino al centro della scena, con Maria Santissima che lo sorregge amorevolmente mentre lo indica con lo sguardo ad un pastorello adorante; Giuseppe, invece, conversa con altri due personaggi venuti a rendere omaggio al Figlio di Dio. Il gioco dei volti, la diagonale degli sguardi, lo svolazzare degli angeli, il pallio rosso fiammante del barbuto Evangelista Marco e la scelta di porre la Santa Famiglia su un piano prospetticamente rialzato, danno a questa composizione un dinamismo circolare, quasi fosse un vortice la cui energia vitale è nel Bambino venuto a redimere i peccati dell’umanità. Il gioco prospettico della luce scelto dal Tatulli pone la Santa Famiglia di Nazareth in piena luce ma indietro; in avanti, in leggera penombra, è invece la sagoma possente di San Marco, riconoscibile dal leone ai suoi piedi. Si tratta di una ‘intrusione’, una forzatura comunicativa, essendo il Vangelo secondo Marco l’unico dei quattro ufficiali di Santa Romana Chiesa a non riferire della nascita di Gesù.
Giovanni Lerede
Didascalie foto di Giovanni Palmisano: 1) ‘Natività’ con San Marco Evangelista, Samuele Tatulli, Turi, Chiesa di Santa Chiara; 2) ‘Madonna del Rosario’, particolare della ‘Natività’, Alonso de Corduba (attrib.), 1595, Chiesa di San Giovanni Battista, Turi; 3) Altare Madonna di Terrarossa (o del Rosario), particolare della ‘Natività’, Donato Paolo Conversi (attrib.), 1742, Chiesa Madre dell’Assunta, Turi.
“Non sono solo, ho un libro con me”. In questa bella frase è racchiuso tutto l’amore per i libri e per la lettura che Alina Laruccia da 14 anni, con successo bisogna riconoscere, s’impegna a trasmettere ai giovani lettori delle scuole pubbliche di Turi e dintorni. E l’amore viscerale per la parola scritta dell’instancabile animatrice della rassegna letteraria turese ‘Didiario’ è ricambiato in uno scambio reciproco d’affetto con gli studenti, gli insegnanti e i genitori dei tantissimi ragazzi coinvolti in questi lunghi anni. Diamo qualche cifra di questo legame vivo, profondo tra gli studenti e la lettura: 28.500 ragazzi e ragazze interessati all’iniziativa nei vari istituti scolastici del Sud-Est Barese e non solo; 167 autori invitati a presentare nelle scuole i loro libri; 330 titoli selezionati. Numeri parlanti, incontestabili che la sera del 5 ottobre nella sala conferenze delle Clarisse hanno dato concretezza al successo dell’iniziativa portata avanti caparbiamente da Alina Laruccia.
Il “viaggio fatto di parole, emozioni e cultura”, come ha scritto la stessa curatrice sulla sua pagina fb, è cominciato nel migliore dei modi con la musica d’autore e il festoso chiasso di bambini-lettori, bravi nel passaparola dei versi di Antonella Sbuelz – ‘Il mondo è triste senza di me’ – recitati avendo in mano un libro. Tra quelle antiche mura, che un tempo lontano ha ospitato lavoro e preghiera di donne sacrificate, ora si anima la cultura, e quei libri tenuti in mano dai bambini tra l’entusiasmo degli adulti presenti (hanno richiesto il bis!) sono storie adatte a catturare l’attenzione dei più piccoli per insegnare loro “a leggere per leggere” come ha detto il Sindaco Giuseppe De Tomaso nel suo intervento, aggiungendo altri concetti significativi: 1) ai bambini si deve “insegnare umanità non identità”; 2) leggere significa “viaggiare restando fermi”; 3) leggere significa “acquisire padronanza dei problemi e degli argomenti”; la letteratura è “l’immagine migliore di un popolo”. E ha lodato la rassegna (e la sua animatrice) in quanto, la stessa, “svolge un ruolo pubblico pur essendo prodotta da un’associazione privata”. Alina Laruccia, nel presentare gli autori e i libri della quattordicesima edizione 2024-25 ha svelato la metodologia utilizzata nella scelta dei temi “che devono far riflettere, guidare i giovani lettori” e perciò sono sempre legate all’attualità. “Tematiche scelte da me – ha detto – aiutata in questo compito dal gruppo di lettura delle Scuole Superiori”.
Ed ecco gli autori che si presentano (quasi) tutti in video, tra il serio e il faceto: Luigi Ballerini, Roberto Morgese, Saschia Masini, Andrea Visibelli e Davide Panizza, Laura Cappellazzo, Laura Bonalumi, Giuseppe Camicia, l’unico a parlare in sala dal vivo essendo qui della zona. Importanti i temi proposti ai ragazzi: caporalato e sfruttamento del lavoro, donne dell’Iran costrette a scappare, disturbi alimentari e disastri ambientali, vivere senza tecnologie, gli anni ’80 del secolo scorso visti attraverso la musica, la Ferrero… L’assessore comunale alla Cultura Teresa De Carolis, intervenendo, ha anticipato una collaborazione che si va definendo in questi giorni proprio con ‘Didiario’: la realizzazione di un laboratorio letterario intitolato: ‘caro Antonio ti scrivo…’. Un progetto, dice l’Assessore, per mettere in atto un’idea programmatica dell’Amministrazione De Tomaso, con l’obiettivo di focalizzare intorno alla figura di Antonio Gramsci a Turi un punto di attrazione culturale (e turistica) per la nostra città che ambisce al titolo di ‘capitale della Cultura’. Alle scuole sarà proposto un programma di “scrittura libera degli alunni sul grande pensatore”, che proprio nella casa di reclusione di Turi ha generato attraverso lettere, racconti e studi gran parte del suo pensiero filosofico. “Turi, alla stregua di altre città che hanno investito su altre figure importanti della Cultura – ha detto la De Carolis – deve poter attirare turisti verso la ‘casa’ di Gramsci”. La consigliera comunale Daniela Di Bello, insieme alla collega di Amministrazione Annamaria Di Venere, ha sottolineato il coinvolgimento attivo nella rassegna letteraria di alcune attività commerciali, che ospiteranno nelle loro vetrine i libri di ‘Didiario’.
Alina Laruccia, a conclusione della bella serata di presentazione della XIV edizione di ‘Didiario’, dai social ha inteso rivolgere un pensiero speciale ai bambini destinatari principali dell’iniziativa, bambini, scrive, “che hanno portato con sé una ventata di gioia e spensieratezza. Il vostro entusiasmo è il futuro della cultura, e il nostro compito è nutrire la vostra sete di conoscenza. Ricordate: leggere è aprire le porte di un mondo di avventure e sogni che non finisce mai”.
Laura Bonaluni ha definito ‘Didiario’ “una famiglia” o meglio, come ha aggiunto Alina, “una comunità leggente, orgogliosa di amare i libri”. “Concludiamo questa giornata – ha poi scritto su fb – con la consapevolezza di aver vissuto un’esperienza che nutre la mente e l’anima, e con la certezza che il legame tra cultura, storia e comunità non fa che rafforzarsi ogni anno. Grazie per essere stati parte di questo percorso. Ci rivediamo in questi mesi, per deliziarvi con ricche sorprese, emozioni e, soprattutto, libri!”.
A vent’anni dall’uscita di ‘Parole a memoria’ e a sei dalla ‘Grammatica turese’, il prof. Raffaele Valentini, ex-docente di lingue, studioso di lungo corso, scrittore, giornalista, nonché direttore del nostro giornale ‘il paese’ torna a parlare della lingua turese, della lingua dialettale, con un terzo volume dal titolo ‘Maleparole’. Una trilogia di fondamentale importanza, edita da ‘il paese’, in quanto mette nero su bianco, ancorando al tangibile una cultura fino a qualche anno fa prettamente orale, cioè trasmessa a memoria di padre in figlio senza punti di riferimento letterari, decodificati e proprio per questo a rischio estinzione.
Un pericolo, in parte scongiurato – tanto, però, è andato purtroppo perduto per sempre – da lavori di ricerca come quelli messi in atto in un lungo arco di tempo dal prof. Valentini poi sfociati nei tre libri e in articoli pubblicati su ‘il paese’, giornale fin dalla nascita, nel lontano 1988, attento alla cultura in genere e a quella popolare in particolare.
Nella bella serata di presentazione di ‘Maleparole’, il 19 agosto scorso, organizzata dalla Pro Loco, dal Comitato Feste Patronali e da ‘il paese’, di fronte ad un attento e numeroso pubblico – segno evidente dell’attenzione verso i temi della cultura locale ed anche di stima per l’Autore che a questi temi ha dedicato tutta la sua vita – si è parlato molto dell’importanza delle culture e delle innumerevoli lingue dialettali della nostra cara Italia.
L’atmosfera di amicizia e gioia al Chiostro dei Francescani, una volta luogo di meditazione dei Frati Riformati, ha coinvolto tutti mescolando: dibattito – gli interventi di Lia Daddato (vicedirettore de ‘il paese’), Annalisa Rossi (Soprintendente agli Archivi e alle Biblioteche della Lombardia), Raffaele Valentini, il sindaco Giuseppe De Tomaso, musica ruspante (Oronzo Di Pinto con un pezzetto della nostra Banda musicale cittadina ‘Don Giovanni Cipriani’) e belle letture dialettali teatrate.
Raffaele Valentini ha introdotto brevemente la serata, poi ha passato la parola al Sindaco, il quale ha elogiato il lavoro di ricerca portato avanti dallo studioso turese, definendo il suo ‘Maleparole’ «un lavoro non solo eccellente ma anche divertente». De Tomaso ha poi citato Gramsci, per sottolineare l’importanza dei linguaggi locali nella formazione intellettuale, riferendo di una lettera dalla prigionia con cui raccomandava alla sorella Teresina di lasciare parlare in sardo i suoi bambini per non commettere l’errore di mettere “una camicia di forza” alla loro fantasia invece si “sviluppino spontaneamente nell’ambiente naturale in cui sono nati…”.
Lia Daddato ha sottolineato l’importanza del progetto editoriale de ‘il paese’: «Sono quasi 40 anni che condividiamo con Raffaele la passione per la ricerca e l’attenzione per questo nostro paese, una passione che ci accomuna dagli anni ’80 del secolo scorso, a partire dall’esperienza dell’Arci, una bella esperienza, madre di tante amicizie e tanti progetti, tra cui appunto la nostra rivista ‘il paese’, che ormai vanta più di 320 numeri e tante parole, articoli, ricerche, approfondimenti”. La lingua, il dialetto, i modi di dire, ha continuato la Vicedirettrice de ‘il paese’ “hanno sempre avuto un posto di rilievo nel nostro giornale: ‘Maleparole’ è il 3° libro di Raffaele edito da ‘il paese’ e dedicato al dialetto, ma ricordiamo ‘Parole a memoria’ edito nel 2004 e la ‘Grammatica turese’ del 2018” ed anche le prime tre lettere del ‘Dizionario turese’ pubblicate sui quaderni ‘Sulletracce’ del Centro Studi».
La dott.ssa Daddato ha spiegato i motivi di tutta quest’attenzione al dialetto: «Non solo perché il nostro Direttore ne è un cultore ostinato e appassionato, ma perché crediamo che il dialetto, la lingua della nostra comunità, sia l’espressione più autentica della nostra cultura popolare, sia la sua voce, un patrimonio immateriale che per sua natura rischia di rarefarsi e scomparire». Ma come evitare tutto questo? «Opere come quelle di Raffaele ci offrono una soluzione perché non soltanto ci aiutano a conservare memoria dei suoni, delle parole, delle espressioni, ma ci offrono modi nuovi di esercitare la nostra lingua, scongiurandone la scomparsa”. Infine, un appello: “Il nostro paese ha bisogno di un progetto che metta radici più a fondo, un progetto che s’impegni a valorizzare il nostro patrimonio culturale con la stessa cura e attenzione che Raffaele Valentini ha dedicato al nostro dialetto, valorizzandolo e restituendocelo come una parte di noi».
La dott.ssa Annalisa Rossi nel suo intervento cita il Pasolini del 1951: «”Se una lingua si compie nel suo passaggio alla dimensione scritta, prima, e a quella letteraria, dopo, il volumetto ‘Maleparole’ disegna la strada, con una certezza, suggerita dalla citazione da ‘dialetto e poesia popolare’ di Pier Paolo Pasolini a p. 88: “Quel contadino che parla il suo dialetto è padrone di tutta la sua realtà. Personalmente ritengo che a ragione la parola ‘contadino’ possa essere sostituita dalla parola ‘cittadino’, abilitando, così, la lingua dialettale a dispositivo garante della possibilità di essere pienamente se stessi, in un tempo in cui il concetto stesso di ‘comunità’ ha bisogno di superare, finalmente e felicemente, il confine di un comune, di un territorio, di un Paese…». «La poesia dialettale – ha continuato la dott.ssa Rossi citando ancora Pasolini – è un paesaggio notturno colpito ogni tanto dalla luce”… Come dire, il dialetto nella sua struttura è ontologicamente poetico e con quella dimensione di fisicità e concretezza che è propria delle comunità».
Perché Maleparole nel titolo e versi inversi nel sottotitolo, si è chiesta Annalisa Rossi? «Come dire che il dialetto sia costituito e strutturato di male parole. Cosa sono le male parole? Sono parole cattive, sono parolacce, cioè pronunciate con un’intenzione ulteriore, malevole? Nel volume Raffaele fa due operazioni: un primo livello è quello di conferire dignità di parola scritta a quella che nasce e vive come lingua orale, poi fa un salto ulteriore: la traduzione dall’italiano o da altre lingue – significativa è il brano di Shakespeare –nella lingua dialettale turese di questi contenuti, assegnando la dignità di una lingua poetica al dialetto turese». Annalisa Rossi ha dunque elogiato il lavoro di Valentini riconoscendogli il merito di questo salto di qualità.
Raffaele Valentini, chiamato in causa dalla domanda della Rossi ha detto: «Maleparole è tutto questo. La mia intenzione è quella di dare al nostro dialetto una dignità propria soffocata nel tempo. L’aver tradotto opere come l’Amleto mi ha dato una soddisfazione profonda perché l’impresa mi ha dato la conferma di come il dialetto possa essere efficace, ne avrete dimostrazione a breve nella recitazione di brani del libro da parte di amici che mi hanno aiutato questa sera».
La bella serata estiva, minacciata ma risparmiata dal maltempo, è stata intervallata da letture ben recitate di alcune ‘Maleparole’, a cura di: Annalisa Scisci, Elena Giannico, Francesco Lerede, Irene Mastronardi, Mario Tateo (bravo a recitare a braccio e in lingua turese un brano dell’Amleto di Shakespeare “Essere o non essere, cùsse iè u uèje!…”), Pasquale Del Re (anch’egli studioso e autore di dialetto), Pasquina Cascarano.
Giovanni Lerede
Didascalie foto: 1) Raffaele Valentini con le voci recitanti; 2) Raffaele Valentini con Lia Daddato e Annalisa Rossi; 3) L’Autore con il sindaco di Turi Giuseppe De Tomaso; 4) Panoramica del Chiostro dei Francescani durante la presentazione di ‘Maleparole’.