Raffaele-Valentini

Concorso letterario della Casa Editrice “Montag”, il romanzo inedito di Raffaele Valentini secondo classificato

L’ultima fatica letteraria del prof. Raffaele Valentini, direttore del nostro magazine, ha ricevuto un importante riconoscimento. Nella seconda edizione del Concorso Internazionale di Narrativa 2021 indetto dalla Casa Editrice “Montag” (Marche) il nuovo romanzo, ancora inedito, “I fiori sono righe rosse e bianche” è risultato tra le cinque opere finaliste.Nata nel settembre del 2007, la casa editrice marchigiana ha l’obiettivo di incentivare l’arte della scrittura e dare visibilità ai talenti emergenti. Oltre 200 le opere inedite in gara per questa seconda edizione: un numero ragguardevole, che se da un lato ha costretto la Redazione ad affrontare un’importante mole di lavoro, dall’altro ha rappresentato la migliore ricompensa per chi ha ancora voglia di scommettere su autori e autrici, in un mondo editoriale come quello italiano, complesso e difficile da scalare.

L’esito finale dell’edizione 2021 ha visto quale opera prima classificata: “Mizzy, ovvero Il Vecchio Costillo e la miniera”, di Gianpietro Scalia, mentre al secondo posto è risultato il nostro Raffaele Valentini con “I fiori sono righe rosse e bianche”. A seguire: “Sorridi” di Irene Barbagallo, “Il diario di Leroy Dabrowsky” di Mirko Genovese“L’attesa” di Umberto Chiri.

All’amico Direttore i complimenti della Redazione de ‘il paese magazine’ per questo ennesimo traguardo, nella speranza di vedere al più presto in libreria il nuovo romanzo, terzo in ordine di tempo dopo “La prigione sotto la neve” (Manni Editore) e “Ci sarà tempo per chiedermi” (Edizioni ‘Il Papavero’).

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San Filippo, San Felice e Santa Candida. Patrimonio di arte e fede che rischia di sparire

Due statue e un reliquiario della Chiesa delle Clarisse di Turi

A Turi sono molte le opere d’arte da restaurare. Tre di queste sono da salvare urgentemente per strapparle non solo alla distruzione definitiva ma anche all’immeritato oblio nel quale sono cadute da decenni, eliminate dal culto, ignorate e abbandonate al loro destino. Eppure si tratta di statue lignee che risalgono quasi certamente alla seconda metà del XVIII secolo, quando la chiesa delle Clarisse subì una profonda trasformazione. Le statue sono ciò che resta del ricco apparato sacro della Chiesa di Santa Chiara andato in parte disperso dopo la soppressione dell’annesso convento, complesso religioso edificato nel cuore del paese grazie – come scrive Giovanni Boraccesi – alla “generosa beneficenza dei fratelli Vittorio (canonico) ed Elia de Vittore che, ultimato nel 1631, fu destinato ad educandato femminile”.

Le tre sculture di legno dipinto rappresentano, a figura intera su base sagomata, San Filippo Neri e San Felice da Cantalice, mentre a mezzobusto è il reliquiario di Santa Candida. I due Santi, come si può leggere nel ‘Notamento’ firmato dal Sindaco Lomastro e datato 1811, erano sistemati su rispettivi altari: “Nell’altare di S. Felice a Cantalicio vi è la statua di pietra del detto Santo (le due statue, in realtà, sono di legno, ndr). In quello di S. Filippo Neri vi è la simile statua”. La dedica di specifici altari dimostrerebbe che non solo le signore monache ma tutti i turesi avevano a cuore anche il culto verso questi due Santi, che in vita si conoscevano ed erano amici essendo nati entrambi intorno al 1515 (wikipedia.it); la devozione, mano a mano scomparve o si affievolì notevolmente, presumibilmente dopo quel dicembre 1891 quando – come riferisce Don Pasquale Pirulli – “le soppresse Monache chiariste di Turi abbandonarono volontariamente il fabbricato del loro Monastero…”, probabilmente a causa delle continue pressione da parte delle Autorità comunali che reclamavano a gran voce il possesso sia della chiesa sia del convento.

I due altari catalogati nel 1811 sono scomparsi, distrutti con ogni probabilità dal crollo della volta avvenuto nel marzo 1949 o forse già abbattuti in precedenza; da allora le sopraddette sculture dovettero passare in deposito, prima visibili nel coro superiore, attualmente occluse alla vista di tutti in una camera-deposito adiacente la sacrestia. Il Tavolario Vecchione, nel suo ‘Apprezzo’ del 1746 non cita né gli altari né le statue di questi Santi, segno che a quel tempo gli uni e le altre ancora non c’erano in Santa Chiara (il frate cappuccino San Felice da Cantalice fu canonizzato solo nel 1712). Si può ipotizzare che i due Santi possano essere stati ‘sponsorizzati’ dalle badesse in carica in quegli anni, oppure sostenuti da qualche abbiente del paese, nel contesto dell’edificazione del nuovo monumentale altare – un recente studio di Christian De Letteriis ne assegna la realizzazione a Giuseppe e Gennaro Sanmartino (vedi l’articolo di Pietro Pasciolla pubblicato su ‘il paese’ 294/giugno 2021) ­– con la grande tela del pittore campano Carlo Amalfi (1770) e della trasformazione di tutta la chiesa conventuale, grazie alle “cospicue rendite che le Clarisse ricavavano dal proprio patrimonio… il più consistente del paese” come riferisce sempre lo studio di Boraccesi.

Le effigie di San Filippo e San Felice appaiono come sculture realizzate da un unico artista di buona esperienza: il Santo cappuccino ha la figura dinamica nella posa delle gambe e nell’abbraccio del Bambin Gesù. San Filippo, sguardo rivolto al Cielo, ha il lungo camice sacerdotale arricchito di pieghe, la casula (o pianeta) e il manipolo appoggiato a un braccio, impreziosite da dorature e decorazioni floreali. Quest’ultima scultura si mostra come la più danneggiata (una delle mani è priva delle dita), ma entrambe sono state attaccate dal tarlo e presentano distacchi di colore. Un restauro, quindi, è urgente se le si vuole salvare per restituirle, come è doveroso, al patrimonio storico-artistico della nostra città.

La malasorte ha colpito anche la terza scultura, sicuramente più antica, appartenuta alle Clarisse: il mezzobusto-reliquiario di Santa Candida martire e vergine. L’immagine, come le altre, è scolpita in legno, ha la veste dorata e tra le mani ha la palma e il libro. Il mezzobusto poggia su una base con un vano finestrato dove è riposto un osso cranico. È molto deteriorata a causa del cattivo stato di conservazione e del tarlo. Vecchione nel suo ‘Apprezzo’, a proposito del “Monastero di donne Monache sotto il titolo di S. Chiara”, scrive: “A man sinistra sonovi tre Cappelle anco dentro muro, la prima sotto il titolo di S. Marco Jus Patronato del Reverendo Capitolo, la seconda di S. Domenico Jus Patronato della Camera Baronale, la terza di S. Candida, tutte e tre con l’Altare di fabbrica, e gradini di legno…”. Vi era un altare dunque dedicato a questa Santadei primi secoli del cristianesimo; Boraccesi data il busto-reliquiario al Seicento, il sindaco Lomastro, però, stranamente non lo cita nel suo inventario d’inizio Ottocento.

Fonti bibliografiche

  • Giovanni Boraccesi, “La Chiesa di S. Chiara a Turi”, in ‘fogli di periferia’ anno VI, n. 1/giugno 1994, ed. Vito Radio;
  • Don Pasquale Pirulli, “La fondazione e il patrimonio del Monastero di Santa Chiara in Turi”, in ‘sulletracce’, quaderni del Centro Studi di Storia e Cultura di Turi n. 5-6-7/2002-2004, Schena editore.
  • Pietro Pasciolla, “I fratelli Sanmartino a Santa Chiara”, in ‘il paese’ 294/giugno 2021
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Cavalleria Rusticana: evento sold out dell’estate turese, ottimamente diretto da Ferdinando Redavid

Sono le ore 23;11 di sabato 7 agosto ed una standing ovation decreta il successo della colossale e straordinaria Cavalleria Rusticana messa in scena nella significativa cornice dell’Oratorio,  fondato da Mons. Don Giovanni Cipriani,  sede della Banda Città di Turi, nella quale proprio il direttore d’orchestra e ideatore del Festival del Belcanto, Ferdinando Redavid, ha mosso i primi passi nel mondo della musica, come clarinettista. La volontà, sin dall’inizio, del regista Luciano Mattia Cannito è stata quella di dare un taglio cinematografico alla rappresentazione mediante il coinvolgimento del territorio, col fine di appassionare divertire e coinvolgere un pubblico eterogeneo, non più di nicchia. In virtù di tale mission, il meraviglioso allestimento scenografico allestito dallo scenografo Damiano Pastoressa, ben si è prestato alle scene di contesto che nell’opera di Mascagni scandiscono l’evolversi del dramma.

Quindi, sono state le note del Preludio intonate dall’Orchestra Sinfonica Metropolitana di Bari, ottimamente diretta dal maestro Ferdinando Redavid, e la danza del corpo di ballo dell’Accademia Chi è di scena!? e di UNIKA a introdurci in punta di piedi nell’atmosfera sonnecchiante di un paesino meridionale e delle sue campagne al primo albeggiare della Domenica di Pasqua. Poco dopo ecco udirsi il suono delle campane a festa che scandisce il ritmo della vita di paese e riannoda i fili di quella società arcaico-rurale protagonista della novella verghiana, della quale la musica di Mascagni, riesce a incarnarne appieno gli odori, i colori, i sentimenti contrastanti e passionali, che divampano e tengono il pubblico col fiato sospeso nel vorticoso concatenarsi di eventi e tragiche fatalità, proprio come nella miglior tradizione del teatro greco-antico.

In ciò si è rivelata indispensabile la presenza dell’Alter Chorus di Molfetta, che con trasporto ha interpretato arie, come “Gli aranci olezzano” delle donne appena uscite dalla chiesa, “In mezzo al campo tra le spighe d’oro” degli uomini in piazza, ma in particolar modo l’aria “Inneggiamo, il Signor non è morto”, canto intriso della spiritualità e sacralità dei Riti della Santa Pasqua, alla quale si antepone il dramma carnale della passione e della gelosia ma anche del disonore e della vendetta che va ad aumentarne il ‘pathos’.

I protagonisti entrano poco per volta in scena a partire da Turiddu interpretato dal giovanissimo tenore napoletano di ampie prospettive Enrico Terrone Guerra, mentre intona la serenata dedicata a Lola intitolata “la Siciliana”, il tutto sotto gli occhi celati della sua fidanzata, un’atterrita Santuzza interpretata dalla straordinaria Valentina De Pasquale, debuttante nel ruolo, la quale si reca presso la locanda di Mamma Lucia, madre di Turiddu interpretata dall’esperta mezzosoprano turese Angela Alessandra Notarnicola, intenta a preparare il vino per i festeggiamenti che avranno luogo in piazza dopo la messa. All’invito della donna a entrare in casa, la ragazza rifiuta, rivelandole un’amara verità: Turiddu la tradisce. Prima di partire per il servizio militare, il ragazzo si era promesso a Lola, che tuttavia per il protrarsi della leva, stanca di aspettare, dopo un anno si era sposata con Alfio. Al suo ritorno, per ripicca, Turiddu si era allora fidanzato con Santuzza, ma successivamente aveva preso ad approfittare delle assenze di Alfio per riannodare una relazione clandestina e libertina con Lola. Lucia non crede alle parole di Santuzza, ma il loro discorso è interrotto dagli schiocchi di frusta e dai sonagli annunzianti la baldanzosa entrata in scena del carrettiere Alfio, interpretato dal baritono Gangsoon Kim, molto ben calato nella parte, che intona la spigliata e briosa canzonetta “Il cavallo scalpita”. Poco dopo arriva lo stesso Turiddu, che insieme a Santuzza da vita al duetto “Tu qui, Santuzza” nel quale l’una accusa, l’altro reagisce con ira non sopportandone la gelosia, in un rapido crescendo interrotto dall’intonazione in lontananza dello stornello “Fior di giaggiolo” da parte dell’agghindata Lol,  interpretata dall’ottima presenza scenica della mezzosoprano Mariangela Zito, la qualeprovoca Santuzza, con Turiddu che ha il suo bel da fare per fermare l’ira di Santuzza, la quale all’apice del parossismo scaglia su Turiddu la maledizione “A te la mala Pasqua, spergiuro!”

Poi riappare in scena compare Alfio, che chiede a Santuzza dove sia sua moglie venendone a scoprire l’intera tresca. S’apre cosi il duetto nel quale da una parte Santuzza pentita si dichiara infame per aver denunciato gli amanti, dall’altra il carrettiere duramente colpito nell’onore in preda all’ira giura ripetutamente la sua vendetta ed esce di scena.

Con questi stati d’animo contrastanti ci si avvia dunque all’intermezzo orchestrale, a melodia spiegata, dalla chiara impronta religiosa, voluta da Mascagni a rivangare che il dramma si sta consumando in una giornata sacra, il giorno di Pasqua, lanciando all’ascoltatore quel che è, un inno alla sacralità della vita, resa tale proprio dalla resurrezione del Signore.

L’ultima parte dell’unico atto s’apre con i paesani tutti o quasi che si recano all’osteria di Lucia, dove Turiddu intona uno stornello popolare “Viva il vino spumeggiante” brindando allegioie della vita, (per lui le ultime). In piazza ritorna Alfio, al quale Turiddu ignaro offre un bicchiere di vino, che questi rifiuta sdegnosamente, e tutti comprendono che voglia sfidare il rivale. Turiddu accetta la sfida e getta per terra il vino appena versato. Inizia l’inesorabile cerimoniale della “Cavalleria Rusticana” che vede le donne scappare impaurite, e gli uomini creare capannelli vocianti attorno ai due contendenti all’arma bianca. Mentre l’orchestra tace, i due s’abbracciano e Turiddu morde l’orecchio destro di Alfio che chiede “soddisfazione”. Turiddu sa di essere nel torto e si lascerebbe anche uccidere per espiare la propria colpa, ma non può lasciare sola Santuzza, disonorata dal suo tradimento, dunque combatterà con tutte le sue forze secondo la legge d’onore.

Prima del duello Turiddu chiama la madre per essere benedetto e raccomandarle Santuzza se non dovesse tornare, poi corre via. Lucia comprende solo allora quanto fossero vere le parole di Santuzza, e mentre le due donne si abbracciano già in preda alla disperazione, si ode lontano un mormorio avvicinarsi funesto, col suo carico tragico, e nel silenzio dell’orchestra in fondo alla piazza, una popolana lancia “il Grido” agghiacciante, seguito da “Hanno ammazzato compare Turiddu” con le donne del paese che accorrono in piazza per stringersi attorno alle due donne e gli uomini che si affrettano a raggiungere il luogo del duello con l’orchestra che sottolinea il dramma di Santuzza, riprendendone e scandendone fortissimo il tema della maledizione da essa lanciata.

Questa la breve trama dell’Opera-evento per la nostra cittadina, che non poteva non far registrate il Sold out, ripagando dell’impegno e dei sacrifici profusi l’organizzazione e tutti coloro che hanno incessantemente lavorato per regalare al pubblico le emozioni che la lirica dal vivo riesce a donare.

In chiusura, riceviamo e riportiamo i ringraziamenti del direttore artistico Ferdinando Redavid: “Grazie di cuore a tutta l’Amministrazione comunale nella persona del sindaco, la dott.ssa Tina Resta, e al Vicesindaco Graziano Gigantelli per il loro fattivo sostegno al nostro progetto. Grazie anche alla Regione Puglia, alla Città Metropolitana di Bari, alla Nuova Proloco di Turi e alla sua straordinaria presidente Rina Spinelli, a Teatri di Bari e Teatro Kismet, a Tempus srls e al Consorzio Teatro Saverio Mercadante di Cerignola, al Comitato Promotore Pietro Mascagni, a Turpuglia per il grande aiuto. Ringrazio lo straordinario regista Luciano Mattia Cannito, grande professionista e persona eccezionale e Lara Cannito, giovane ma già bravissima professionista. Tutto il cast: Valentina De Pasquale, Enrico Terrone Guerra, Gangsoon Kim, Angela Alessandra Notarnicola e Mariella Zito. Che dire, non potevo chiedere artisti tanto straordinari! Ringrazio davvero tutti, sponsor, collaboratori, tecnici, volontari. La lista è davvero lunghissima e vorrei che il mio sentito abbraccio raggiungesse ognuno di loro. Grazie al numerosissimo pubblico per aver creduto in noi, per gli applausi sinceri che hanno suggellato il successo dell’evento. Che sia l’inizio di un’avventura meravigliosa, che porti Turi a diventare, davvero, la città della lirica. E della bellezza”.

Pietro Pasciolla

Didascalie Foto (dall’alto) – Duetto “Mamma, quel vino è generoso” tra Turiddu e Mamma Lucia (foto Barbara Morra); il cerimoniale della ‘Cavalleria Rusticana’ tra Alfio e Turiddu (foto Barbara Morra); i paesani cantano “Gli aranci olezzano” (foto Claudio Spada); il grido finale “Hanno ammazzato compare Turiddu” con Santuzza e mamma Lucia disperate (foto Barbara Morra).

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Le prime due serate del ‘Festival del Belcanto’. Attesa per ‘Cavalleria rusticana’

Nella serata del 3 agosto si è inaugurato a Turi, in Piazza Antico Ospedale, il Festival del Belcanto, giunto quest’anno all’XI edizione per la caparbia volontà del clarinettista e direttore d’orchestra turese Ferdinando Redavid e della sua Associazione ‘Chi è di scena!?’. Nato con l’obiettivo di valorizzare il canto, la musica, il teatro e la danza, il Festival ha negli anni acquisito notevole importanza nell’ambito della Città Metropolitana di Bari, elevando la cittadina di Turi, con il suo patrimonio storico ed artistico, a punto di riferimento internazionale della lirica.

L’edizione 2021 è all’insegna della rinascita della lirica in presenza dopo il doloroso arresto dell’intero settore a causa della pandemia. Ciò è stato reso possibile grazie ai prestigiosi partner che sostengono l’evento: Regione Puglia, Città Metropolitana di Bari, Comune di Turi, Nuova ProLoco Turi, TurPuglia, Consorzio Teatro S. Mercadante di Altamura, Consorzio Teatri di Bari (Kismet), Tempus srls di Cerignola, Comitato Promotore Maestro Pietro Mascagni; e grazie anche al finanziamento erogato dal ‘Programma Straordinario 2020 in Materia di Cultura e Spettacolo e Sostegno Anno 2019 In Materia di Spettacolo dal Vivo’ e dal sostegno di ‘Gielle Industries’ di Altamura.

Quest’anno la scelta programmatica del Festival è ricaduta sul compositore livornese Pietro Mascagni, che proprio in terra di Puglia, nella bella Cerignola, compose quell’Opera lirica emblema del verismo musicale: ‘Cavalleria rusticana’ tratta dall’omonima novella di Giovanni Verga, in cui si incarnano le lacrime e le speranze del nostro Meridione. L’XI edizione si articola in tre serate, il 3 – 4 e 7 agosto, con le prime due di studio e preparazione alla messa in scena dell’Opera suddetta nell’Atrio dell’Oratorio di Turi sabato 7 agosto. La prima serata del 3 ha visto, nella prima parte, lo svolgimento di un convegno sulla figura di Mascagni al quale sono intervenuti illustri relatori quali: Cesare Orselli, docente di Storia del Teatro musicale e di Storia ed Estetica della Musica, autore della pubblicazione “Pietro Mascagni”, edita da Neoclassica nel 2019; Dinko Fabris, critico musicale, responsabile del settore scientifico del nuovo Dipartimento di Ricerca, Editoria e Comunicazione del Teatro San Carlo di Napoli; Antonio Galli, presidente Proloco Cerignola, studioso ed esperto di Mascagni; la turese Annalisa Rossi, dirigente MIBAC – Soprintendenza Archivistica e Bibliografica della Lombardia, della Puglia e della Basilicata; Eraldo Martucci, giornalista del ‘Nuovo Quotidiano di Puglia’, ‘OperaClick’ e vicepresidente della Fondazione ICO ‘Tito Schipa’ in rappresentanza del Comune di Lecce, moderati dalla musicologa e giornalista di ‘Repubblica’ Fiorella Sassanelli. La seconda parte della serata è stata dedicata al conferimento del Premio Belcanto 2021 al soprano Carmela Apollonio, oggi docente al Conservatorio Musicale “Nino Rota” di Monopoli, distintasi per l’eccezionale talento e per la lunga, brillante carriera artistica. Durante la serata, presente anche il sindaco di Turi Tina Resta, sono stati chiamati ad esibirsi sul palco della premiazione gli allievi della soprano Apollonio, accompagnati al pianoforte da Nunzio Delloiacovo.

Il 4 agosto, il Festival si è trasferito in Piazza Capitan Giuseppe Colapietro (corte del Palazzo Marchesale) per accogliere il prologo alla ‘Cavalleria Rusticana’. Durante il picevole incontro, la verve comica di Antonio Stornaiolo ha condotto il pubblico presente ad appassionarsi al tema attraverso la recitazione di alcuni passi della novella di Giovanni Verga, interpretata dall’elegante regista e autrice Teresa Ludovico. Il tutto condito dall’impareggiabile passione e conoscenza di Mascagni da parte del Prof. Cesare Orselli.

Ora l’attenzione degli appassionati è rivolta a sabato 7 agosto, ore 21,30, quando nell’Atrio dell’Oratorio, accanto alla Chiesa parrocchiale Maria SS. Ausiliatrice, verrà allestita la famosa opera di Mascagni, per la regia di un professionista di fama internazionale, qual è Luciano Cannito, e la scenografia di Damiano Pastoressa. All’interpretazione sono stati chiamati: Dario Di Vietri nel ruolo di Turiddu, Valentina De Pasquale nel ruolo di Santuzza, Gangsoon Kim nel ruolo di Alfio, Mariella Zito nel ruolo di Lola e la turese Angela Alessandra Notarnicola nel ruolo di Mamma Lucia. La direzione musicale è affidata al maestro Ferdinando Redavid, che dirigerà l’Orchestra Sinfonica Metropolitana di Bari e l’Alter Chorus di Molfetta. Non resta che metterci seduti e vivere l’opera. Evviva l’Opera!

Pietro Pasciolla

Nelle foto, dall’alto: 1) la soprano Carmela Apollonio, attorniata dai suoi allievi, dopo aver ricevuto il Premio Belcanto 2021, con Ferdinando Redavid e Nunzio Delloiacovo; 2) Ferdinando Redavid dialoga con Antonio Stornaiolo in Piazza Cap. Colapietro; 3) I partecipanti al convegno sulla figura di Mascagni in piazza Antico Ospedale; 4) Teresa Ludovico e Cesare Orselli.

Vito-Minoia

A Roma dal 17 al 19 novembre 2021 l’Ottava Rassegna Nazionale di Teatro in Carcere “Destini Incrociati”

A cura del Coordinamento Nazionale Teatro in Carcere. Potranno essere presentate proposte fino al 15 agosto 2021. Saranno recuperati anche i lavori della Giornata inizialmente prevista a Novembre 2020 per la VII edizione.

Con il sostegno del Ministero della Cultura (Direzione Generale dello Spettacolo dal Vivo), il Patrocinio della ministra della Giustizia Marta Cartabia, la Collaborazione del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e del Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità (e in accordo con le finalità del Protocollo d’Intesa triennale per la Promozione del Teatro in Carcere in Italia sottoscritto il 5 giugno 2019 a Roma tra il Coordinamento Nazionale Teatro in Carcere, il DAP, il DGMC e l’Università RomaTre) nelle giornate del 17-18-19 novembre 2021 si terrà l’ottava edizione della Rassegna Nazionale di Teatro in Carcere “DESTINI INCROCIATI”. L’iniziativa rientra all’interno del Programma di eventi “DESTINI INCROCIATI. Progetto Nazionale di Teatro in Carcere” a cura del Coordinamento Nazionale Teatro in Carcere, organismo al quale aderiscono da 15 Regioni oltre 50 esperienze professionali che hanno contribuito alla identificazione di un qualificato fenomeno attuato in Italia negli ultimi 40 anni, oggi riconosciuto come buona pratica dall’Istituto Internazionale del Teatro dell’Unesco ­(del 2019 è la costituzione in Italia dell’International Network Theatre in Prison, organismo Partner dell’ITI Unesco che ha fissato la propria sede a Urbania-Pesaro e Urbino nell’ambito dei Convegni promossi dalla Rivista Europea “Catarsi-Teatri delle diversità” – https://www.teatridellediversita.it promossa all’Università di Urbino dal Teatro Universitario Aenigma, diretto dal prof. Vito Minoia, esperto di Teatro Educativo presso l’Ateneo Carlo Bo e presidente della International University Theatre Association).

Le precedenti edizioni della Rassegna Nazionale “Destini Incrociati” sono tutte ben documentate nel sito internet del Coordinamento Nazionale di Teatro in Carcere http://www.teatrocarcere.it

Anche per il 2021 è previsto un cartellone essenziale di spettacoli, frutto di laboratori produttivi realizzati con detenuti all’interno degli istituti o in esecuzione penale esterna, ai quali saranno abbinati conferenze, mostre, convegni e incontri di formazione destinati a detenuti, studenti e spettatori interessati ma anche a operatori teatrali o penitenziari interessati a esperienze di formazione.

Si manifesta l’interesse degli organizzatori a ricevere proposte di Produzioni teatrali o filmiche (opere documentative del lavoro teatrale in carcere) da programmare all’interno del Cartellone teatrale e della Rassegna Video che saranno allestiti nell’ambito della manifestazione e che ci si augura possano riflettere il significativo lavoro condotto in decine di istituti penitenziari italiani. Esperienze, in grado di restituire la ricchezza, l’articolazione e la diffusione ormai capillare di questo importante settore del teatro italiano che ha evidenti ricadute sulla funzione di riabilitazione e di risocializzazione in carcere.

Tutti gli interessati potranno inviare proposte di partecipazione, che saranno vagliate da una competente direzione artistica, entro il 15 AGOSTO 2021 seguendo le indicazioni pubblicate nella home page del sito http://www.teatrocarcere.it

Nella foto in alto, il prof. Vito Minoia (in primo piano)

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“L’Immacolata” nella chiesa di San Giovanni Battista a Turi, tela di fra Antonio da Conversano

Una tela del frate-pittore del Seicento bisognosa di cure

La «Immacolata Concezione – scrive Mariella Donvitonon è il concepimento di Cristo nel seno della Vergine, ma il concepimento della Vergine stessa nel seno di S. Anna o piuttosto nella mente di Dio che, per una grazia unica, la esenta dal peccato originale. Ella fu dunque scelta prima della nascita, concepita prima di Eva e di tutta l’eternità; ecco perché è rappresentata sempre giovane, mentre discende dal cielo sulla terra, per riscattare la colpa di Eva.» Per tutto il ‘600 furono maggiormente i Francescani e i Gesuiti ad ampliare il culto dell’Immacolata in tutti i paesi cattolici, accompagnandolo con una nuova iconografia ispirata soprattutto al ‘Cantico dei Cantici’ e all’Apocalisse di San Giovanni, “la donna vestita di sole, in piedi su un corno di luna, coronata di stelle, mentre tende le braccia o congiunge la mani sul petto”.

A Turi, la più antica rappresentazione dell’Immacolata, non a caso, è in un edificio francescano: la Chiesa dei Padri Riformati dedicata a San Giovanni Battista. La tela ad olio (piuttosto malridotta), di produzione francescana come vedremo più avanti, è collocata nella seconda cappella a destra della navata; la Vergine è rappresentata sullo sfondo di un cielo azzurro, secondo lo schema iconografico derivato dall’Apocalisse: in piedi su un’argentea mezzaluna, mani giunte, con una morbida veste d’acceso rosa e un mantello azzurro-blu con ricche bordure d’oro e pietre preziose. Forte è qui il richiamo alla figura tardomanierista dell’Immacolata (1588) di Alessandro Fracanzano, ora nel Museo Diocesano di Monopoli. La sovrasta, in asse, lo Spirito Santo e, al vertice, il Padre Eterno con le braccia accoglienti; ai lati, su delle nuvole (dalle quali sporgono in basso la luna e il sole, astri-simbolo della Madonna), un concertino simmetrico di angeli musicanti.

Ai lati la complessa simbologia tratta dal ‘Cantico dei Cantici’ e da altre fonti, che rende visibili le virtù di Maria Immacolata. A sinistra: la Palma (QUASI PALMA), la Scala (SCALA COELI), il Cedro del Libano (QUASI CEDRUS), la Pianta di rose (QUASI PLANTAGIO ROSE), il Tempio di Dio (TEMPLUM DEI), la Città di Dio (CIVITAS DEI), mentre la Torre di David, il Giardino chiuso, lo Specchio senza macchia, sono simboli privi di didascalie, a causa sia di un probabile taglio operato in passato, sia per le lacune nel colore più accentuate proprio nella parte bassa del quadro. A destra della Vergine, invece, troviamo: il Cipresso (QUASI CIPRESSUS), la Porta chiusa (PORTA CLAUSA), la Fontana dei giardini (FONS SIGNATUS), il Pozzo d’acqua viva (PUTEUS AQUARUM ), il giglio e altri. C’è poi, sul bordo a destra, il drago a rappresentare la vittoria sul male (e per alcuni, sui protestanti), così come la mezzaluna calpestata dalla Vergine alluderebbe alla sconfitta turca a Lepanto. «Si tratta di una simbologia molto complessa – scrive la Donvito – che attinge a varie fonti: se i simboli arborei alludono a particolari qualità della Madonna (purezza, sapienza, ecc…), gli altri hanno un preciso e talora profondo contenuto teologico, sicché si può affermare che l’iconografia dell’Immacolata è il risultato di una complessa operazione attuata dalla Chiesa, che ne fa l’immagine teologica più sofisticata dell’arte mariana

Al bordo in basso, dove più difficile è la lettura dell’opera, si trovano due importanti riferimenti all’autore e al committente. Al limite destro, vicino al drago, in una cornicetta si legge chiaramente: PRO SUE ANIME SALUTE IOANNES DOMINICUS GON(NEL)LI. Quindi, il quadro venne realizzato a spese di Giovanni Domenico Gonnelli.

Verso sinistra, proprio sul finire della tela sotto lo “Specchio senza macchia”, l’occhio esperto dell’amico restauratore e storico dell’arte Giovanni Boraccesi ha colto la presenza dei pochi resti di un cartiglio bianco assai rovinato dove, però, ancora si possono leggere le lettere iniziali di un nome: “fr. Anton…”. La lettura del prezioso “Notamento di quadri, ed altri oggetti d’arte”, compilato nel 1811, ci svela per fortuna il nome dell’autore per intero: “Nell’Altare del Rosario vi è un quadro della Vergine sotto il detto titolo, alto palmi 8, largo 4 circa. Simile pittura vi è nell’Altare della Concezione, fatta da Fra Antonio da Conversano Riformato. Su i predetti due ultimi altari vanta il Patronato il sig.r Gonnelli”. Si tratta dell’opera di uno dei tanti frati-pittori della ‘Scuola d’arte francescana’ molto attiva nel Seicento «in cui fiorirono – scrive lo storico francescano Benigno F. Perronearchitetti, pittori, scultori, intagliatori e miniatori… che nelle loro dimore fondarono botteghe attrezzate dei sussidi necessari, per tradurre in  atto un ideale artistico

Di Fra’ Antonio (nativo di Conversano) sappiamo solo di un’altra “Immacolata” molto simile a quella turese ma più affollata di personaggi, che si trova nella Chiesa di Sant’Orsola a Polizzi Generosa, in provincia di Palermo: «Sull’altare maggiore è posto il dipinto dell’Immacolata Concezione, proveniente dalla chiesa di Santa Maria del Parto, opera di fra’ Antonio da Conversano del 1600.» (Salvatore Anselmo)

Infine, un appello: l’Immacolata della Chiesa di San Giovanni ha bisogno di un urgente ed attento restauro per arrestare la caduta di colore e bloccare la lacerazione della tela. I danni sono piuttosto seri ed evidenti, perciò chi ha la responsabilità della custodia dell’opera intervenga al più presto, ma si affidi a mani più esperte perché quei danni potrebbero essere stati causati dall’intervento di restauro effettuato una ventina d’anni fa.

Le foto: 1) la tela dell’Immacolata di fra Antonio da Conversano; 2) il nome del committente; 3) ciò che resta della firma di fra Antonio da Conversano (foto di Giovanni Palmisano)

Fonti

Mariella Donvito, “L’iconografia dell’Immacolata nella devozione confraternale”, in “Le Confraternite pugliesi in Età Moderna” a cura di Liana Bertoldi Lenoci, Scena Editore, 1988.

Benigno F. Perrone, “I Conventi della Serafica Riforma di S. Nicolò in Puglia (1590-1835)”, vol. 1 e 3. Congedo Editore, 1982.

•Salvatore Anselmo, “Polizzi Generosa, Chiesa di Sant’Orsola”, www.polizzigenerosa.it

Presentazione-libro-Prof.-Manfredi

“Oltre i limiti. Meravigliosa…mente”. Presentazione del libro di Francesco Manfredi

Storie di volontà, di tenacia, di emozioni fortissime capaci di far emozionare coloro che le hanno ascoltate in una serata dedicata a chi ha superato i limiti, facendo rientrare nella “normalità” ciò che prima sembrava eccezionalità. È stato il Prof. Francesco Manfredi, ortopedico e fisiatra presso l’Ospedale Pediatrico ‘Giovanni XXIII’ di Bari e medico paralimpico, a raccontare i protagonisti del suo libro “Oltre i limiti – Meravigliosa…mente”, edito dalla casa editrice Gelsorosso nel 2018; storie di persone straordinarie con i loro obiettivi raggiunti nonostante la disabilità e di persone che hanno messo a disposizione la loro professionalità per un obiettivo che va oltre l’ordinario. Il tutto a dimostrare che l’aspetto psicologico e mentale può essere in grado di giocare un ruolo fondamentale nelle vite delle persone.

Una serata organizzata in piazza Gonnelli il 4 luglio in compartecipazione tra il Comune di Turi, rappresentato dall’Assessore alle Politiche Sociali Imma Bianco, l’Associazione Domus Libri, l’UNITALSI e l’Associazione Solidarietà e Tutela Disabili. A far da moderatore il giornalista sportivo Michele Salomone che ha introdotto gli ospiti e le loro storie da ascoltare per riflettere consapevolmente su come, spesso, le difficoltà comuni che ci troviamo ad affrontare quotidianamente non sono nulla in confronto a vere e proprie imprese compiute da chi ha trasformato una vita che non era più “normale” ma che lo è diventata con un’accezione di straordinarietà.

A raccontare le loro storie c’erano Patty Vittore e Giuseppe Lomagistro. Patty, turese di adozione in quanto da 6 anni residente nel nostro paese, ha dovuto affrontare improvvisamente la sua condizione di disabilità all’età di 25 anni in seguito ad un incidente stradale. Anni difficilissimi i primi, ai quali ha reagito con grande forza realizzando desideri che fino ad allora aveva solo accarezzato come: guidare un kart, fare paracadutismo e sperimentare ogni attività sportiva con grande curiosità e tenacia, dallo sci alla speleologia, fino a diventare atleta paralimpica di canottaggio. In ultimo ha partecipato a concorsi di bellezza ed ha sfilato come modella per abiti da sposa. La stessa tenacia e forza mentale dimostrata da Giuseppe, anch’egli vittima di un incidente stradale 8 anni fa, un ragazzo che non si è mai arreso e ha combattuto facendo dello sport la sua vita diventando giocatore nel ruolo di guardia del basket in carrozzina dell’HBari 2003 e atleta paralimpico di Arrampicata sportiva. A conclusione ha preso la parola il delegato provinciale CIP (Comitato Italiano Paralimpico) Gianni Romito. Questi esempi restano eclatanti, sono visibili agli occhi di tutti ma, come è stato sottolineato dagli intervenuti, esistono moltissimi esempi di battaglie quotidiane combattute nel silenzio e senza clamore ma parimenti degne di essere ricordate per conferire un meritato e rispettoso riconoscimento ai protagonisti di tanta “eccezionale normalità”. Il ricavato della vendita del libro del Prof. Manfredi è stato devoluto alle associazioni del territorio.

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L’uovo della ‘Notte di San Giovanni’

La notte di san Giovanni Battista, è una festa del cristianesimo, ma ha origine pagana, legata alle sensazioni di mistero – e di protezione – che i popoli antichi provavano in occasione di eclissi o di solstizi, o di altri fenomeni celesti inspiegabili con le conoscenze primordiali. E, da allora, fino a tempi recentissimi, la notte del 23 giugno (siamo intorno al solstizio d’estate) si legava per tradizione a diversi riti di arti magiche, come pure attirare a sé la persona amata, divinare gli incontri amorosi, il futuro delle donne in età di fidanzamento. Dopo l’avvento del cattolicesimo, nonostante la fede acquisita e praticata, la gente non ha mai smesso di leggere il libro della natura a proprio modo, così come facevano gli avi, combinando preghiere e magia, devozione e divinazione. Tra l’altro, “l’alternativa fra ‘magia’ e ‘razionalità’ è uno dei grandi temi da cui è nata la civiltà moderna” [Ernesto de Martino]. Ma cos’è il rito dell’uovo di San Giovanni? In una ricerca di tradizioni turesi antiche, fatte da alunni della nostra Scuola Media qualche anno fa, veniva spiegato dalle nonne dei ragazzi come si svolgeva a Turi (ma credo ovunque) questo famoso rito della notte tra il 23 e il 24 giugno.

Sul davanzale di una finestra, all’esterno, si metteva un piatto, o una ciotola, e dentro si posava un albume d’uovo fresco, la “chiara” u biànghe de l’uève, affinché san Giovanni, passando, potesse lasciare un segno. Al sorgere del sole, la donna più anziana della famiglia scrutava finalmente il destino, leggendo con le sue convinzioni la forma assunta dalla chiara d’uovo. Ovviamente – è comprensibile – ognuno interpretava i segni a modo suo, come presagio di novità, di buona fortuna, di fecondità e altro. Tra i simboli presunti lasciati dal Santo, per esempio: ciò che sembrava due torri voleva dire matrimonio imminente; la presunta figura di un attrezzo lasciava intuire quale lavoro avrebbe fatto il futuro sposo; chi ci vedeva una barca parlava di prossima partenza (un viaggio lascia sempre sognare); il simbolo di una casa era un segnale di lunga vita, e così via.

Concludendo, però, diciamo che tutto quanto questo è solo tema di vivo folclore. Amorevole quanto vogliamo. Perché per celebrare l’inizio della stagione più bella dell’anno, oltre che raccogliere noci per il futuro nocino (suggestiva la raccolta di noci a mezzanotte tra 23 e 24) basta passare qualche ora con le persone giuste e un buon bicchiere di vino tosto con spicchi di percoche immerse. Con le streghe di Benevento in adunata, con le erbe spiritate e gli elfi sui rami ci giochiamo piacevolmente, così come giochiamo con le stelle cadenti ad agosto. Ma poi, tra realtà e magia, è anche vero che ognuno è libero di cercare la strada che preferisce.

Nella foto di Fabio Zita: la statua di San Giovanni Battista (Chiesa Matrice di Turi), realizzata, con ogni probabilità, intorno al 1825. Lo storico dell’arte F. Di Palo l’attribuisce allo scultore napoletano Francesco Verzella (1776-1835) – vedi ‘il paese’ n. 234/giugno 2015.

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Il Crocifisso dei Francescani di Turi, possibile nuova datazione al Cinquecento

Era nella Parrocchia di S. Giovanni Battista – già chiesa conventuale dei Francescani ‘Riformati’ di Turi – il Crocifisso ligneo che dal 2007 è parte integrante degli arredi sacri della Chiesa di Sant’Oronzo sulla Grotta. Qui è pervenuto per volontà del suo restauratore, Romano De Carolis, all’epoca presidente dell’Associazione Bersaglieri ‘A. Pedrizzi’, affidataria del complesso monumentale oronziano turese. «Era malridotto e coperto da strati di smalto – dichiarò a ‘il paese’ (n. 153/maggio 2007) il prof. De Carolis al termine del restauro – e perciòho dovuto compiere una paziente ripulitura per poter far riemergere il corpo scolpito nel legno, utilizzando al minimo materiale di ripristino per le parti mancanti. Alla fine sono state eliminate le sovrastrutture che avevano appiattito il disegno dei muscoli tesi». La breve dichiarazione giornalistica di allora fornisce minimi dati sulle fasi della pulitura, purtroppo non documentata da una campagna fotografica. Né vi sono al momento dati d’archivio che ci permettono una più precisa classificazione dell’opera e della sua genesi. Un ‘vuoto’ che ci costringe a ragionare solo per ipotesi.

L’esile Cristo inchiodato alla croce, del tipo Christuspatiens, è una ‘poesia del sacro’, un oggetto d’arte modellato nel legno di chissà quale albero da frutto o di bosco, che attira immediatamente il nostro sguardo appena varcato l’ingresso della chiesa cara ai turesi, che Papa Francesco nel dicembre 2017 dichiarò ‘porta santa’. Addossato a uno dei quattro possenti pilastri che reggono la volta dell’edificio settecentesco, il Crocifisso ‘dei Francescani’ – definizione da me coniata nel 2007 per titolare la nota giornalistica sopra menzionata – appare in un alone di calda tenerezza che stempera, ma solo per un momento, la drammaticità di un corpo che ha appena terminato gli spasimi di una morte lenta e crudele. Un’icona del Cristo al Golgota ancora più significante in questo tempo di prolungata e angosciante ‘quaresima’ pandemica; e non è un caso, infatti, che è stato proprio questo Crocifisso ad essere portato in processione penitenziale per le vie deserte di Turi dall’arciprete-parroco don Giovanni Amodio, il 3 maggio dello scorso anno – erano i giorni del lockdown – scendendo fin dentro l’ipogeo-cripta a chiedere al Padre Celeste e a Sant’Oronzo la protezione dal coronavirus. Quel gesto simbolico, ricco di pathos, ha avuto il merito di far recuperare a questo Crocifisso un posto nei riti religiosi comunitari, anche perché quella processione silenziosa intendeva rievocare un ‘evento prodigioso’ del primo Settecento – la visione del Santo Martire leccese a Fra Tommaso da Carbonara – utile a rinvigorire un culto piuttosto affievolito.

Nell’arcinota ‘Descrizione, ed Apprezzo della Terra, o’ sia Feudo di Turi’, il Regio Tavolario Luca Vecchione, parlando del Convento dei Padri Riformati, non fa alcuna menzione del nostro Crocifisso, ma nomina solo il Calvario di Fra Angelo da Pietrafitta, forse perché ritenuto non degno di nota o più probabilmente per il fatto che era relegato in qualche ambiente del Convento che, è bene sottolinearlo, era di clausura dunque non accessibile al sopra menzionato tecnico venuto da Napoli. Circa sessant’anni dopo, invece, troviamo un riscontro in un altro noto documento più volte utilizzato dagli studiosi, vale a dire il ‘Notamento di quadri, ed altri oggetti d’arte’ compilato nel 1811 dal Sindaco Giovanni Lomastro, dove, a proposito di questa comunità francescana, troviamo un’annotazione interessante: “Nel coro superiore vi è un Crocefisso antico di legno”. Un breve passaggio, un indizio prezioso, che potrebbe rimandare al Crocifisso di cui ci stiamo occupando.

Nel 2007, come anticipato, nelle brevi note sul restauro portato innanzi dal De Carolis avevo ipotizzato una datazione tra XVII e XVIII secolo. A distanza di anni, però, osservando meglio i dettagli anatomici e stilistici della figura del Cristo – in particolare, la marcata descrizione della cassa toracica, il perizoma, la postura delle gambe e delle braccia – mi è balzata agli occhi e alla mente una probabile differente datazione, sicuramente più antica, maturata dall’accostamento visivo con altre croci cinquecentesche, compresa quella inserita nel gruppo della ‘Trinità’ (1520), scolpita da Stefano da Putignano nella pietra e non nel legno. A questo punto ho ritenuto utile un confronto d’idee con l’amico Giovanni Boraccesi, restauratore professionista ed esperto storico dell’arte, il quale, come speravo, ha fornito un autorevole sostegno alla mia ipotesi. Per lo studioso rutiglianese, infatti, il Crocifisso ‘dei Francescani’, per lo stile dell’intaglio, può ritenersi più un’opera del Cinquecento che del Sei-Settecento, proiettando addirittura la sua realizzazioneattorno alla metà del XVI secolo, quando cioè i Frati Francescani non erano ancora giunti nella Terra di Turi. Se così fosse, il manufatto in esame sarebbe un’opera di recupero.

Sappiamo dagli studi condotti da Benigno F. Perrone e poi ripresi da Pietro A. Logrillo, che la costruzione del convento sulla via che menava a Rutigliano ebbe inizio non prima del 1575, l’anno cioè dell’autorizzazione papale chiesta ed ottenuta da Gabriele e Giulio Molesrispettivamente fratello e figlio di Francesco”, primo ‘dominus’ di Turi della stirpe di Gerona (Catalogna). Il nostro Crocifisso, quindi, potrebbe essere stato scolpito contestualmente alla costruzione del convento, cioè nella seconda metà del XVI secolo, ma potrebbe anche, come suggerisce Boraccesi, essere nato qualche decennio prima per un’altra sede della stessa famiglia francescana e poi trasferito a Turi. È noto, infatti, che furono proprio i seguaci di Francesco d’Assisi a dare grande diffusione al culto del Crocifisso, riempiendo conventi e chiese di tale Ordine di struggenti Gesù inchiodati sulla croce, a volte realizzati da frati-artisti. Quello ‘dei Francescani’, dunque, potrebbe essere uno dei più antichi reperti dell’arte sacra, di poco successivo alle belle sculture dipinte di Stefano da Putignano, la Cappella Moles, la dedicazione della Chiesetta di San Rocco, la tela della Madonna del Rosario, opere queste di alto valore in quanto testimonianze tangibili di un Cinquecento turese intriso di fede e di cultura. (Le foto sono di Fabio Zita)

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HANS KÜNG, il ricordo di un teologo di frontiera

Il 6 aprile 2021 nella casa di Tubinga ha avuto fine la lunga vicenda terrena del Prof. D. Hans Küng, il teologo di frontiera più discusso della seconda metà del secolo passato e già perito al Concilio Vaticano II (1962-1965). Era nato il 19 marzo 1928 a Sursee in Svizzera e, dopo aver studiato filosofia e teologia alla Pontificia Università Gregoriana di Roma (1948-1955), era stato ordinato sacerdote il 10 ottobre dell’anno 1954. Dopo aver conseguito il 21 febbraio 1957 il dottorato all’Institut Catholique di Parigi con una tesi sulla giustificazione in dialogo il teologo protestante Karl Barth con la votazione di summa cum laude, Hans Küng nel 1960 era diventato docente ordinario di teologia nella prestigiosa università di Tubinga.

Qui egli ha modo di riprendere la collaborazione problematica con l’altro enfant prodige della teologia tedesca il prof. D. Joseph Ratzinger, che più tardi diventerà arcivescovo di Monaco di Baviera, cardinale prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede e papa con il nome di Benedetto XVI. Proprio quest’ultimo ricorda nella sua vita l’incontro con Hans Kung: “A insistere sulla mia chiamata e a ottenere il consenso degli altri colleghi era stato Hans Küng. Lo avevo conosciuto nel 1957, durante il convegno dei teologi dogmatici a Innsbruck, nel momento in cui avevo appena concluso la mia recensione della sua tesi di dottorato su Karl Barth. Avevo alcune questioni da sollevare circa questo libro, il cui stile teologico non era il mio, ma lo avevo comunque letto con gusto, riconoscendo i meriti dell’autore, di cui mi piacquero la simpatica apertura e la schiettezza. Ne era nato così un buon rapporto personale, anche se già poco tempo dopo la recensione del libro ci fu tra noi una controversia piuttosto seria sulla teologia del Concilio. Ma ambedue consideravamo questo come legittima differenza di posizioni teologiche, necessarie per un fecondo avanzamento del pensiero, e non sentivamo affatto compromesse da queste differenze la nostra simpatia personale e la nostra capacità di collaborare”. (p.102) Saranno gli sconvolgimenti del sessantotto studentesco a separare i due teologi cattolici, che pure avevano avuto modo di collaborare alla stesura di decisivi documenti del concilio vaticano II sulla Chiesa e il suo dialogo con il mondo. Nell’ambito dell’università di Tubinga Ratzinger elabora le sue lezioni dogmatiche di cristologia che poi confluiranno nel volume “Introduzione al cristianesimo”.  Appena due anni, e Ratzinger lascia Tubinga e si sposta all’università di Ratisbona. Negli anni a venire Hans Küng rivolgerà al suo amico l’accusa di essere conservatore e così la sua moderazione gli faciliterà la carriera verso l’episcopato e il cardinalato. Egli continua la sua docenza a Tubinga su posizioni di frontiera, quasi demiurgo dello spirito di apertura respirato negli anni del Concilio Vaticano II (1962-1965). Si impegna in una gigantesca opera di produzione teologica che interessa diverse problematiche: ecclesiologia, cristologia, ecumenismo. Riesce particolarmente difficile dar conto della sua vasta produzione libraria i cui titoli diventano bestseller a livello mondiale. Qualcuno lo qualifica “teologo ribelle”, qualche altro “uomo di dialogo” o anche “teologo coraggioso”.

Sulla spinta del Concilio Vaticano II si impegna in lavori di ecclesiologia: “Strutture della Chiesa “ (1962), “La Chiesa” (1967), che poi viene pubblicato in sintesi con il titolo ”Che cos’è la Chiesa?”. Egli analizza alla luce della Scrittura le note tradizionali (unità, cattolicità, santità, apostolicità). Dopo aver criticato la istituzione della Commissione, voluta dal papa Paolo VI, per studiare la pillola contraccettiva (1968) con il volume “Veracità” (1968) , egli sferra il suo attacco al papato e alla sua pretesa infallibilità con il provocatorio bestseller “Infallibile? Una domanda”, uscito in libreria il 18 luglio 1970, nella ricorrenza del centenario della definizione del Concilio Vaticano I sull’infallibilità del pontefice della Chiesa Cattolica.  La posizione teologica di Hans Kung è esaminata con preoccupata attenzione dalla Congregazione per la Dottrina della Fede e, ai primi  rilievi del card. Franjo Seper, egli risponde: «Non pretendo di avere sempre ragione e mi lascio puntualmente correggere da chi ha una migliore conoscenza del problema. Non voglio “demolire Roma”, come insinuano certi ambienti, ma ovviamente presumo di esserne capace; solo Roma stessa potrebbe farlo mediante l’incomprensione, l‘irrigidimento e l’arretratezza. Nella mia attività teologica mi occupo anche di “Roma” (altri cattolici non la vogliono più nemmeno sentir nominar), perché sono convinto della necessità e dell’utilità di un servizio petrino non soltanto per la nostra Chiesa ma per l’intera cristianità, La meta a cui tendo è una Chiesa che, nello spirito del Vangelo di Gesù Cristo, si identifichi con le ansie e i travagli degli uomini più di quanto non abbia saputo fare finora».

La dottrina, proposta dal prof. D. Hans Küng nei suoi libri, è decisamente censurata dal prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, card. Franjo Seper, con una prima dichiarazione firmata il 15 febbraio 1975. Passano alcuni anni e il 15 dicembre 1979 lo stesso prefetto con un decreto lo priva della missio canonica dichiarando “che il Professore Hans Küng è venuto meno, nei suoi scritti, all’integrità della verità della fede cattolica, e pertanto non può più esser considerato teologico cattolico né può, come tale, esercitare il compiuto di insegnare”.

Ed ecco la risposta del teologo svizzero alla “condanna di Roma”: «Non ho mai inteso negare le definizioni di fede del concilio Vaticano I, mettere in questione l’autorità del ministero di Pietro e, ancor meno, di fare della mia opinione personale la norma della teologia e rendere insicura la fede del popolo cristiano. Al contrario! Io ho semplicemente domandato come si possa fondare sulla Scrittura e nella tradizione la possibilità delle affermazioni infallibilmente vere, così come sono state espresse nel Vaticano I, tenendo presenti le note difficoltà teologiche. Questo, secondo me, non è un problema pretestuoso, ma reale, è il dibattito sull’infallibilità che ne è seguito a livello internazionale ha avuto almeno un vantaggio: moltissimi teologi, sulla cui cattolicità non si può assolutamente avanza dubbi, hanno riconosciuto che la domanda era necessaria e giustificata. Io prego quindi con insistenza che, facendo così, – ed ero ben conscio del rischio che correvo – ho inteso rendere un servizio alla nostra chiesa al fine di portare un chiarimento, con spirito di responsabilità cristiana, a questo problema che pesa su tante persone dentro e fuori la chiesa cattolica. È un problema centrale proprio ai fini di un avvicinamento alle chiese d’oriente, cui papa Giovanni Paolo II ha dato nuovo impulso pieno di speranze creando una apposita commissione. Quindi una nuova discussione del problema è imposta anche da punto di vista ecumenico».

Questa “incomprensione con Roma” e il contrasto con la linea di papa Giovanni Paolo II darà una decisa svolta al suo lavoro teologico ed egli si impegna nella ricerca ecumenica, esplorando le diverse religioni del mondo: l’islam, l’ebraismo, le religioni dell’Oceania, dell’Africa, delle Americhe e poi ancora quelle dell’India e della Cina.

Non si distacca dalla Chiesa cattolica per la quale lavora e sogna una riforma che trascorra dalla revisione del primato petrino, alla celebrazione dell’eucaristia presieduta da un laico (sacerdozio del popolo di Dio), alla partecipazione alla stessa di fedeli di altre chiese diverse dalla cattolica, all’ordinazione delle donne, ecc.

Saluta con speranza l’elezione a papa del suo vecchio collega Joseph Ratzinger e con lui ha un colloquio nella sede di Castelgandolfo il 24 settembre 2005. Nel comunicato emesso il 26 settembre 2005 si legge: «Il colloquio si è concentrato, pertanto, su due tematiche che recentemente rivestono particolare interesse per il lavoro di Hans Küng: la questione del Weltethos (etica mondiale) e il dialogo della ragione delle scienze naturali con la ragione della fede cristiana… Il Papa ha apprezzato lo sforzo del Professor Kung di contribuire ad un rinnovato riconoscimento degli essenziali valori morali dell’umanità attraverso il dialogo delle religioni e nell’incontro con la ragione secolare… Nel contempo il Papa ha riaffermato il suo accordo circa il tentativo del Professor Küng di ravvivare il dialogo tra fede e scienze naturali e di far valere, nei confronti del pensiero scientifico, la ragionevolezza e la necessità della Gottesfrage (la questione circa Dio). Da parte sua, il Professor Küng ha espresso il suo plauso circa gli sforzi del Papa a favore del dialogo  delle religioni e anche circa l’incontro con i differenti gruppi sociali del mondo moderno». 

Mi piace concludere questo ricordo del prof. D. Hans Küng richiamando alcune sue riflessioni sulla fine della vita: «In passato vedevo la morte dal punto di vista della vita, ora vedo la vita dal punto di vista della morte. Non so quando e come morirò. Forse verrò chiamato da Dio all’improvviso e mi risparmierò la necessità di prendere una decisione. Non mi lamenterei. Tuttavia, nel caso in cui debba decidere della mia morte, prego la mia volontà sia rispettata…

Poiché sono un cristiano credente, mi sento ispirato dal messaggio della risurrezione di Gesù Cristo, che ha infuso a molti, nella vita e nella morte, la speranza di una vita eterna…. Perciò, da cristiano credente, so che quando raggiungerò il mio eschaton, la fine della mia vita, non troverò ad attendermi il nulla, bensì il tutto che è Dio. La morte è l’ingresso nella vera patria, il ritorno al mistero di Dio e alla magnificenza dell’uomo il tutto che è Dio».

(Ed ecco la preghiera funebre di S. Nicola di Flüe, patrono della Svizzera)

“Mio Signore e mio Dio, fa’ che non resti me peso

che m’impedisca di salire verso di Te.

Mio Signore e mio Dio, conserva tutto in me

quanto accresce nel cuore l’anelito di Te.

Mio Signore e mio Dio, togli me stesso a me,

prendimi, umile cosa tutta di Te, per Te.”

Alla fine suggerisce la benedizione funebre sul suo feretro: “Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolge a te il suo volto e ti conceda pace” (Nm. 6, 24-26).

Sac. Pasquale Pirulli