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Turi onora la Scuola musicale napoletana e il suo fondatore. Due serate culturali all’Auditorium nel segno di Giovanni Maria Sabino, maestro e compositore turese

Domenica 26 luglio 2026, l’Auditorium Comunale, con una scelta dell’Amministrazione comunale dal forte valore culturale e identitario, è stato intitolato al Maestro Giovanni Maria Sabino, restituendo finalmente ed ufficialmente il giusto riconoscimento a uno dei figli più illustri della comunità turese, considerato il fondatore ante litteram della grande Scuola musicale napoletana. Quel Sabino che accolse nel Mezzogiorno le innovazioni del primo Barocco, avvicinandosi al nuovo stile recitativo e alla musica di Claudio Monteverdi, il quale lo volle partecipe della propria prestigiosa raccolta veneziana “Ghirlanda sacra”. Nell’innovazione musicale del tempo improntata all’abbandono dello stile polifonico, le opere del compositore turese rappresentano un pilastro fondamentale nella ricerca continua verso il nuovo stile del Mottetto concertato con basso continuo e parti strumentali obbligate, aprendo di fatto la strada alla grande stagione della Musica napoletana dei secoli successivi, antesignana della grande Scuola operistica italiana del XIX secolo, oggi riconosciuta ‘Patrimonio Unesco’.

Brevemente si ricorda che Giovanni Maria Sabino, riceve il battesimo a Turi il 30 giugno 1588, settimo dei dieci figli di Francesco Sabino e Caterina Cecire. Nel 1602, ancora giovanissimo, riceve la prima tonsura nella Collegiata di Turi e poco dopo si trasferisce a Napoli, probabilmente grazie all’interessamento della famiglia Moles, allora feudataria del paese. Nella capitale del Regno studia Musica con il canonico Prospero Testa. La sua carriera musicale lo conduce alla guida di alcune delle più prestigiose istituzioni napoletane. Sarà infatti maestro di cappella e direttore musicale del Conservatorio della Pietà dei Turchini, maestro nella chiesa di Santa Barbara a Castel Nuovo, organista e maestro di cappella presso la monumentale Chiesa dei Girolamini e dal 1634 maestro di cappella della Santa Casa dell’Annunziata di Napoli. Insegna canto figurato nel Conservatorio di Santa Maria di Costantinopoli. Muore a Napoli nei primi giorni dell’aprile 1649. Nella sua lunga carriera forma musicisti destinati a proseguire la catena didattica maestro allievo che si dipana per tutto il Seicento e Settecento, e con essi lo sviluppo della Scuola Napoletana.

Un grazie da turese, va senz’altro al dott. Paolo Valerio autore delle approfondite e costanti ricerche archivistiche e biografiche sul noto compositore turese. Un lavoro paziente che Valerio porta avanti con l’Ensemble Giovanni Maria Sabino dal lontano 2004; una ricerca quasi archeologica della memoria scomparsa del nostro illustre concittadino, che ha permesso di ricostruirne la vita, la famiglia e l’attività musicale. Grazie a Valerio si deve anche la voce dedicata alla famiglia di musicisti Sabino nel Dizionario Biografico degli Italiani della Treccani, pubblicata nel 2022.

Interessante per certi versi, nella serata commemorativa, l’intervento del musicologo turese prof. Francesco Luisi, il quale ha posto l’accento sugli aspetti essenziali verso cui dirigere l’approfondimento storico e critico musicale sulla figura dell’illustre compositore. Elementi di studio che debbono poi poter essere le fondamenta di un’ambiziosa programmazione culturale di ampio respiro sul nostro Sabino e tutti i suoi illustri successori pugliesi, che grande fecero la Scuola Napoletana, mediante un Festival che li riscopra ponendo l’accento sul ruolo decisivo del Maestro G. M. Sabino.

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Nella serata del 2 agosto, presso l’Auditorium ‘G.M. Sabino’, l’Ensemble Barocco ‘Giovanni Maria Sabino’, in linea con il suo ventennale operato di riscoperta e valorizzazione del patrimonio musicale della Scuola musicale napoletana del Sei-Settecento, ha portato in scena, con il contributo economico del Comune di Turi, nell’ambito del Festival ‘Giovanni Maria Sabino’, l’opera buffa “La furba e lo sciocco” del compositore Domenico Sarro (Trani 1679 – Napoli 25 gennaio 1744), uno dei tanti celebri musicisti susseguitisi grazie ad una catena didattica maestro-allievo inaugurata proprio dal nostro Giovanni Maria Sabino.

Maestro di cappella nel Pio Monte della Misericordia e in S. Paolo Maggiore, dal 1704, il Sarro, con l’avvento degli austriaci nel Regno di Napoli viene estromesso dalla cappella reale, ma di fatto proprio nella Napoli asburgica si impone disertando i conservatori, e ricorrendo alle abbondanti committenze nobiliari. Il compositore, domina il mercato musicale partenopeo, a proprio agio sia nella scrittura sacra con oltre una ventina tra chiese, monasteri e congregazioni puntualmente rifornite di musiche, sia nei diversi generi teatrali. Il 2 febbraio 1724, musica il primo e memorabilissimo dramma del giovane poeta romano Pietro Metastasio: la “Didone abbandonata” (con gli intermezzi buffi “Donna” e “Nibbio”). Nel 1737 ottiene l’incarico di stendere la partitura di Achille in Sciro”, su testo di Metastasio, per l’inaugurazione del Teatro San Carlo di Napoli, voluto da Re Carlo III di Borbone come grande spazio di rappresentazioni artistiche e di rappresentanza politica e simbolica.

L’opera portata in scena dall’Ensemble ‘Giovanni Maria Sabino’ a Turi, appartiene a quel particolare genere musicale utilizzato nella prima metà del Settecento per allietare gli intervalli delle opere serie in genere composte da tre atti. L’intermezzo buffo veniva suddiviso in due parti: la prima andava in scena nell’intervallo tra il primo ed il secondo atto, mentre la seconda parte tra il secondo ed il terzo atto.

La prima dell’intermezzo buffo “La furba e lo sciocco” scritto su libretto di Tommaso Mariani, va in scena il 7 gennaio 1731 presso il teatro di San Bartolomeo in Napoli, quale intermezzo dell’opera seria “Artemisia” composta sempre da D. Sarro su libretto di Apostolo Zeno e Tommaso Mariani.

Le musiche sono state eseguite dal vivo per l’occasione dall’Ensemble barocco ‘Giovanni Maria Sabino’, diretto da Paolo Valerio, che ha curato anche la trascrizione dell’opera a partire dal manoscritto originale conservato nell’archivio musicale del Conservatorio di Musica San Pietro a Majella di Napoli.

“La furba e lo sciocco” si basa su un intreccio semplice e convenzionale, che evidenzia il contrasto tra la scaltrezza della giovane intraprendente madama Sofia e la dabbenaggine del vegliardo danaroso e scimunito conte Barlacco. La musica di Sarro è piena di fuoco e si dipana con respiro agile e vario, molto incline a potenziare gli effetti suggeriti dal testo poetico come ad esempio il trattamento onomatopeico alle due arie di Barlacco. Nella vocalità piuttosto semplice di questa creazione, la dimensione comica trova la propria cifra in una piacevole diatriba fra sessi, con compiaciuti scivolamenti verso la comicità, la bizzarria. Gli interpreti hanno colto e assecondato lo spirito che caratterizza la composizione sarriana: il soprano Elena Finelli dal timbro nitido, con un’intonazione precisa e “verve” piacevolmente maliziosa e ammiccante; il basso/baritono Francesco Masilla, molto efficace, che conferisce al protagonista maschile una schietta connotazione farsesca. Il tutto accompagnato dalla innata verve canzonatoria delle due comparse mimo, Irene Mastronardi e Pasquale Del Re. A firmare le scene e il trucco è stata la scenografa turese Ambra Di Noia, con le coreografie di Maria Caterina Carenza e i costumi di cantanti, mimi e comparse a cura di “Il labirinto” di Angela Carbonara.

È stata una piacevolissima serata d’agosto, in cui il numeroso pubblico turese piacevolmente divertito ha respirato l’aria delle rappresentazioni buffe della Napoli settecentesca, riempendo oltremodo il contenitore culturale turese. L’Amministrazione comunale dovrà, per forza di cose, cercare alla svelta nuove risorse per i lavori di recupero anche dell’atrio adiacente l’Auditorium ‘G.M. Sabino’, in modo da garantire una fruizione completa della struttura ed un suo più ampio utilizzo per opere di questa portata.

Pietro Pasciolla

Ensemble bassa

‘Passio del Venerdì Santo’ di Veneziano. Il M° Valerio porta all’Auditorium di Turi la grande musica barocca

All’Auditorium comunale di Turi la sera del 29 marzo più volte ho tenuto le orecchie bene aperte ma gli occhi chiusi per immaginare l’atmosfera carica di tesa sacralità delle basiliche barocche napoletane durante i riti della Settimana Santa. Suoni di violini, viole, violoncelli e clavicembalo; voci di soprani, bassi tenori e controtenori avvolte in una nebbiolina d’incenso penetrante, misto a un odore grasso di cera che arde con le molteplici candele a rischiarare navate cariche di decori. Qui a Turi, purtroppo, non è stato possibile eseguire la ‘Passio del Venerdì Santo’ di Gaetano Veneziano in una delle chiese storiche della città, tuttavia l’Ensemble barocco ‘Giovanni Maria Sabino’, guidato dal M° Paolo Valerio – grande esperto della musica barocca napoletana – ha saputo lo stesso trasformare i muri spogli, essenziali, dell’ex-macello comunale in una ideale ‘Real Cappella’ al tempo del Viceregno spagnolo. La Settimana Santa trasformava Napoli, la città più popolosa del continente europeo, in un palcoscenico di solenni processioni, canti e rappresentazioni alla ‘spagnola’. Esse coinvolgevano non solo la metropoli partenopea ma tutte le altre terre del Sud Italia dove la cultura religiosa iberica, carica di patos e spettacolarità, ha lasciato segni tutt’ora evidenti.

Le ‘Passio’ barocche rappresentavano tra Seicento e Settecento il punto più alto del calendario liturgico della ‘Semana Santa’, che nel nostro Sud, come in Spagna, era un momento di profonda immedesimazione con il dramma del Cristo lacerato che sale al Calvario caricato della croce.

La ‘Passio del Venerdì Santo’ di Gaetano Veneziano, eseguita all’Auditorium con spettacolare emozione dall’ensemble di strumentisti e coristi, è stata cercata e trovata da Paolo Valerio – un ‘Indiana Jones’ della grande Musica barocca napoletana – presso l’Archivio dei Girolamini a Napoli: una miniera di preziosi documenti musicali e storici unici, molti dei quali dimenticati, come la ‘Passio’ di Veneziano. Da più di vent’anni il M° Valerio è impegnato a dare alla musica napoletana del periodo barocco il posto che merita, essendo Napoli, una delle capitali della cultura musicale europea, se non mondiale. Cultura musicale di altissimo livello che ha in Giovanni Maria Sabino – sacerdote e musicista nato a Turi sul fine del Cinquecento – uno dei massimi esponenti, se non il punto di partenza di una ‘rivoluzione’ culturale che ha trasformato, modernizzato, la musica planetaria.

La ‘Passio’ di Veneziano, datata al 1685, porta in canto e musica il passo del Vangelo che racconta la Passione di Nostro Signore Gesù Cristo secondo l’evangelista Giovanni, descritta nel percorso drammatico dal Getsemani alla Croce  – “Consummatum est”, tutto è compiuto – la cui composizione in musica “fu richiesta a Veneziano, afferma Valerio, per soddisfare le esigenze cerimoniali della Real Cappella di Napoli il cui calendario liturgico, già di per sé ricolmo di occasioni festive in ogni periodo dell’anno, prevedeva per l’organico della cappella vicereale una fitta serie di esecuzioni durante la Settimana Santa nelle chiese dove doveva recarsi in Vicerè con la corte”.

Nell’Auditorium di Turi, alla fine dell’intensa rappresentazione della Passione di Gesù – appuntamento che s’inquadra nella programmazione del ‘Festival Giovanni Maria Sabino’ –  il numeroso e attento pubblico presente si è tutto alzato in piedi per applaudire non solo una prima eccellente, ma anche la ricerca, lo studio, il recupero di un immenso repertorio musicale antico di grande valore culturale, che è alla base di ciò che più in avanti, tra Settecento e Novecento, sarà il grande melodramma italiano, genere noto ed apprezzato in tutto il mondo. Ricerca, trascrizione ed esecuzione portata avanti da Valerio nel nome di Sabino, a cui l’Amministrazione comunale ha deciso di dedicare lo stesso Auditorium affinché il suo nome sia degnamente onorato nella sua città di nascita.

Giovanni Lerede

Foto del concerto di Giovanni Lerede. Al centro un particolare del ‘Compianto su Cristo morto’ di autore napoletano del XVII secolo, Chiesa San Domenico – Turi (foto Giovanni Palmisano)