Trinità veduta generale rid

La SS. Trinità di Stefano da Putignano come non si è mai vista. Prosegue a Turi il progetto di restauri ‘Luce sugli Altari’

La SS. Trinità come non si è mai vista! Tutta luci e colori delle origini finora camuffate da un pesante strato di vernici ossidate e sporco grasso. Ed ecco, all’avvio di questo 2026, come nella Madonna di Terra Rossa restituita ad agosto, anche in questo singolare gruppo scultoreo, il Rinascimento di Stefano da Putignano emerge in tutta la sua forza comunicativa, a più di cinquecento anni dalla sua realizzazione, in un altro capolavoro della nostra città che il tempo, per fortuna, ha preservato intatto.

Era il 1506 quando D. Vito De Paulo (o De Paula) fonda nella chiesa, un beneficio che lega a una cappella-altare dedicata alla SS. Trinità, originariamente situata nei pressi dell’ingresso dell’allora Collegiata, l’attuale Chiesa Madre, come recita una piccola iscrizione in pietra ancora in loco vicino alla porta a sinistra. Nel 1520, lo stesso ecclesiastico commissiona a Stefano, che pochi anni prima aveva realizzato la Madonna di Terra Rossa, una scultura concepita dall’artista in tre figure simboliche – il Padre Eterno, il Figlio crocifisso e, tra l’uno e l’altro, la colomba dello Spirito Santo – rese tangibili, concrete, nella pietra durissima della nostra Murgia con grande maestria e dovizia di particolari. Il risultato, ora più che mai, incanta per la sua unicità, essendo l’austero Dio Padre che regge il Crocifisso un modello di estrazione nordica, secondo una definizione della storica dell’arte Clara Gelao, e quindi poco diffuso al Sud. Ma questa contaminazione stilistica non deve certo stupire, i contatti della Puglia con il Nord Italia (ed Europa) erano, per il tramite di Venezia (regina assoluta dell’Adriatico), assai frequenti all’epoca, non solo nell’arte.

Nel 1962 l’altare ligneo e la preziosa scultura lapidea, dovendosi liberare la controfacciata della Chiesa Madre per l’apertura delle due porte laterali, su indicazione dell’allora soprintendente ai Beni Monumentali della Puglia, il turese Francesco Schettini, viene smontato, trasferito in fondo alla navata destra della chiesa, e sottoposto a restauro per mano di Domenico Volpicella.

Ed è lì, in situ, senza ulteriori traumi per la splendida opera d’arte, che da agosto 2025 è stato attivo il cantiere di restauro dell’altare della SS. Trinità ad opera dell’impresa di restauro ‘Rosanna V. Guglielmo’, la cui equipe, sotto la guida della dott.ssa Guglielmo e la supervisione degli esperti della Soprintendenza della Città Metropolitana di Bari, ha nuovamente dato prova di grande maestria nel risolvere le complesse problematiche del restauro, come già avvenuto per l’altare di Terra Rossa, altra gemma della nostra città. Come per il primo, anche per questo secondo altare fondamentale è stato l’apporto economico dell’imprenditore Emanuele Ventura, titolare della ditta ‘Willy Green Technology’ e animatore, nel Palazzo Cozzolongo, dell’APS ‘Cultura e Armonia’, il quale ha preso a cuore – come ha lui stesso dichiarato –  il patrimonio artistico di Turi e in particolar modo quello della Chiesa Madre. In accordo con l’arciprete Don Luciano Rotolo il sig. Venturahapromosso un vasto programma di recupero denominato ‘Luce sugli Altari’, decidendo altresì di finanziarlo completamente.  A breve, infatti, sarà avviato il terzo cantiere, quello dell’altare di San Giacomo (o dell’Immacolata) e, come annunciato dallo stesso imprenditore il giorno dell’Epifania, appena possibile saranno avviati i lavori di restauro dell’altare cinquecentesco dei SS. Medici nella cappella Moles. Inoltre s’interverrà sulla ‘bussola’ d’ingresso alla chiesa per liberarla dalle brutte vernici industriali spennellate nei decenni scorsi sull’originaria decorazione settecentesca.

L’altare del 1741

La dott.ssa Rosanna Guglielmo ha spiegatoil lavoro compiuto dal gruppo di lavoro composto dai restauratori: Antonella Carone, Anna Fasanella e Fabrizio Piccinni. Un lavoro di squadra per un intervento di recupero non solo artistico “ma materico, perché noi di materia ci occupiamo” ha detto la titolare dell’impresa. Materia che è in primis il legno di larice e tiglio stagionato con i quali nel 1741, in piena ristrutturazione della Chiesa Madre, fu realizzata la bella macchina lignea tripartita dell’altare a spese dei discendenti dell’Arciprete De Paulo, eredi del beneficio fondato nel lontano 1506. La Chiesa Madre stava cambiando aspetto e dunque era necessario adeguare l’altare di famiglia al nuovo stile, al nuovo gusto estetico, ridando dignità all’antica statua.

Quei legni settecenteschi, sagomati, indorati, con maestria da anonimi maestri locali e restaurati nel 1962, negli ultimi decenni anni hanno subito l’ingiuria del tarlo, delle candele, della polvere, dell’ossidazione delle vernici applicate dal restauratore. “Il supporto ligneo – ha detto la Guglielmo – era piuttosto degradato sia per l’azione degli insetti xilofagi sia per quanto la tipologia di vernice lucida e ossidata utilizzata nel precedente restauro del 1963 ad opera di Volpicella – data e nome sono segnati sul retro dell’altare – oltre ai danni arrecati dallo allo stesso nelle fasi di smontaggio dell’altare per lo spostamento”.

Molto seri anche i danni alla superficie pittorica del paliotto, interessata da uno spesso substrato di vernici ossidate molto lucide e oscure. I saggi preliminari – ha riferito la restauratrice – hanno evidenziato i colori più chiari e leggeri del Settecento liberati dalla patina giallastra e scura delle ossidazioni; sono emersi, infatti, gli azzurri, i bianchi e altre tonalità del finto marmo di cui è ricoperto tutto l’altare ligneo. La pulitura ha poi messo più in evidenza anche le teste d’angelo scolpite in legno, il cartiglio in alto (con la dedica, i nomi dei committenti e le date), lo stemma dei De Paulo, le modanature in tiglio.

Direttamente sul legno sono dipinte, con tempere grasse le figure di San Vito e Santa Lucia – forse da Donato Paolo Conversi, come da me ipotizzato in altri scritti – anch’esse interessate da una patina di sporco, asportata con solventi che non penetrano ma rimangono in superficie, ha assicurato la dott.ssa Guglielmo. Lungo le giunture delle varie assi di legno si erano venute a creare sollevamenti della pellicola pittorica, soprattutto sulla figura di Santa Lucia, pittura che è stata consolidata con iniezioni di prodotti specifici. Una ‘scoperta’ è stata annunciata dalla dott.ssa Guglielmo: “Durante il restauro ci siamo accorti che dietro l’altare c’è una nicchia decorata a tempera con disegni che imitano la carta da parati”. Sappiamo dagli scritti di D. Vito Ingellis che questa nicchia, in passato, era l’alloggio della statua del patrono San Giovanni Battista.

La statua del 1520

Tutto il lavoro di consolidamento, disinfestazione, pulitura e integrazione, portato avanti con perizia dall’Impresa ‘Guglielmo’ ha ridato luce a quanto realizzato nel 1741, integrando in un insieme più armonico il capolavoro di Stefano da Putignano che ora meglio si armonizza nella tavolozza dei colori predominanti del rosso e del verde. 

La SS. Trinità – ha detto la Guglielmo – aveva uno spessissimo strato di vernici ossidate e sporco dovuto anche al fumo delle candele, che aveva praticamente alterato la percezione dei colori”. Con metodo scientifico, com’è d’obbligo per un’opera d’arte di grande valore, lo staff dei restauratori e la Soprintendenza si sono imposti di capire quali strati di colore potevano appartenere a Stefano e quali le aggiunte. Dal prelievo dei campioni in vari punti della scultura, fatti analizzare in un laboratorio specializzato di Copertino, si è potuto appurare che il blu e il violaceo superficiale a cui eravamo abituati in realtà occultava il rosso arancio del mantello e il verde della veste di Dio Padre, colori questi che più si avvicinerebbero alle tonalità originali del 1520. Le analisi hanno anche accertato, inoltre, che Stefano non ha applicato sulla pietra da dipingere una preparazione vera e propria ma ha steso solo un sottile strato biancastro di base. “Una volta stabilito scientificamente che i colori di superficie erano posticci – il blu di Prussia, infatti, non poteva essere originale essendo stato scoperto nel tardo Settecento – abbiamo rimosso tutto quello che era sopramesso scoprendo una scultura fortemente integra. Anche il volto del Dio Padre era stato alterato nel Settecento, con l’aggiunta del rosso sulle guance per adeguarlo al gusto del tempo”.

Il Crocifisso della Trinità di Stefano è quasi un’opera a se stante, un capolavoro nel capolavoro si potrebbe dire. È una miniatura così ben lavorata, come ha sottolineato anche la Guglielmo, da risultare una poetica meraviglia di particolari, ben definiti nonostante la durezza della pietra, con gli effetti del sangue che cola dalle piaghe, la corona di spine, i lineamenti del volto e la muscolatura tesa; dettagli che ci parlano della grande abilità scultorea del Maestro di Putignano, che sapeva far parlare la pietra. Anche i capelli e la barba del Padre Eterno sono ben definiti, così come i lineamenti di un volto tornato a splendere di luce propria, mostrando a chi ha fede, chi c’è ma non si vede. Il restauro ormai compiuto ha restituito ai nostri occhi una nuova percezione: leggera, luminosa, vivace. Un Rinascimento brillante, un Settecento dorato e marmoreo, che riverbera tutta la chiesa.

La cerimonia di restituzione dell’altare della SS. Trinità alla comunità turese, avvenuta il 5 gennaio scorso, è stata l’occasione per mettere in evidenza l’importanza del patrimonio storico-artistico-religioso di Turi, che rimane ancora poco considerato. Nella prospettiva di una valorizzazione non più rinviabile, Don Luciano Rotolo ha parlato della cura e del recupero delle opere d’arte quale impegno prioritario di ogni comunità, a salvaguardia della propria storia e della propria identità religiosa e culturale. Anche la dott.ssa Valentina Gaudio dell’Alta Sorveglianza della Soprintendenza ha sottolineato l’esigenza di mettere pubblico e privato in collaborazione per restaurare e preservare un patrimonio d’arte e cultura che in Italia è vastissimo. Il sindaco Giuseppe De Tomaso ha ringraziato i promotori dell’iniziativa, evidenziando il privilegio di avere a Turi opere di un grande artista rinascimentale. Ha poi ricordato la Legge Ronchey (n. 4/1993, ndr), che ha trasformato positivamente l’idea stessa d’intervento dei soggetti privati nel recupero delle opere d’arte con un’azione sinergica che ha permesso risultati come quelli ottenuti qui a Turi.

Mons. Giuseppe Favale, infine, dichiarando gratitudine ai promotori ed esecutori del restauro, ha parlato della Trinità quale mistero centrale della nostra fede, con il Padre che offre il Figlio, divenuto uno di noi. E dal Padre e dal figlio scaturisce la forza vitale dello Spirito Santo. “Stefano da Putignano ha saputo in maniera mirabile esprimere visivamente questo mistero grande”. Un patrimonio di opere, una ricchezza d’immagini di devozione che nelle nostre chiese ci parlano di fede. Opere che vanno preservate e tramandate con la collaborazione di tutti.

Testo e foto di Giovanni Lerede

Svelamento tela da parte della famiglia Dell'Aera rid

S. Giuseppe Calasanzio e il “Miracolo” della cura. Restituita a Turi la memoria degli Scolopi

«Sia io che i miei zii, Luciana e Paolo Dell’Aera, dovevamo festeggiare due eventi lieti. Io avevo pensato, ed anticipato all’epoca a Don Giovanni Amodio, l’intenzione di devolvere i denari raccolti dagli invitati alle due ricorrenze, ad un intervento che potesse lasciare il segno della nostra felicità nella chiesa di San Domenico, alla quale siamo molto legati per tante ragioni familiari».

Ilenia Dell’Aera, portavoce della famiglia Dell’Aera-Arrè, così ha motivato il finanziamento del restauro della tela raffigurante la “Apparizione della Vergine a San Giuseppe Calasanzio”, che è tornata a farsi ammirare nella sua dimora, la splendida chiesa degli Scolopi, la sera del 6 dicembre scorso, ammirata da un gran numero di persone accorse per assistere allo svelamento della tela restaurata ed anche per ascoltare i qualificati relatori.

La dott.ssa Dell’Aera ha concluso il suo intervento sottolinenando la coralità familiare dell’iniziativa: «Stasera stiamo assistendo al miracolo della cura, a cui hanno partecipato tante persone, in varia misura, con diverse modalità. Questa è un’opera che abbiamo finanziato tutt’insieme, e di cui d’ora in poi saremo genitori, custodi, tutori, perché il quadro, e San Domenico sono un patrimonio che appartiene alla nostra comunità».

Don Luciano Rotolo, presentando i relatori, ha raccontato di altre due piccole tele ovali in restauro raffiguranti i “Miracoli” del Calasanzio, che fino alla fine dell’Ottocento ornavano l’altare dedicata al fondatore delle Scuole Pie insieme al quadro dell’Apparizione; questo altare era collocato dove poi è stata inserita in una nicchia la statua della SS. Addolorata. «La Confraternita che ha cura di questa chiesa – ha detto l’Arciprete – sta finanziando il restauro di due tele ovali che si pensava fossero andate perdute e invece i confratelli le avevano nascoste così bene che non ci si ricordava più dove erano state collocate. A volte la paura dei ladri spinge a nascondere le cose e poi ci si dimentica… A febbraio ci auguriamo che anche questi due preziosi dipinti settecenteschi ritornino nella loro chiesa».

Il Commissario vescovile della Confraternita dell’Addolorata, Angelo Murro, nel ringraziare con gratitudine la famiglia Dell’Aera, ha sottolineato la bellezza di San Domenico, dove «alzando gli occhi, si vede una chiesa curata, una chiesa che non è lasciata a se stessa e che piano piano, con l’aiuto di privati, con l’aiuto nostro e di Don Luciano che insiste nel recupero, stiamo cercando di salvaguardare perché niente di tutto quello che ci è stato donato vada perduto».

La presenza di un padre scolopio alla cerimonia del 6 dicembre ha dato modo di allargare lo sguardo dal quadro restaurato alla presenza per due secoli a Turi di un Collegio delle Scuole Pie, la prima scuola pubblica europea. P. Martino Gaudiuso, proveniente da Campi Salentina, ha per prima cosa ricordato Don Vito Ingellis, conosciuto personalmente negli anni Settanta del secolo scorso durante una visita a Turi per ragioni di studio. «Sono un po’ emozionato – ha detto avviando il suo intervento di storico delle Scuole Pie – perché la prima volta che sono entrato in questa chiesa è stato l’11 luglio 1973, e fui accolto dalla felice memoria dell’arciprete Ingellis e quando sono entrato qui gli ho detto: – Ma di qua gli Scolopi non se ne sono mai andati, tutto è rimasto com’era sia come presentazione architettonica sia ornamentale e anche nell’arredo».

La nostra bella chiesa barocca, in effetti, ha il pregio di essere, nonostante qualche cambiamento negli arredi sacri, come all’origine quando venne edificata per ferrea volontà dai coniugi Santo Cavallo e Beatrice Aromata e donata insieme al loro palazzo (l’attuale Municipio) alle Scuole Pie. «Gli Scolopi sono arrivati a Turi nel 1645 grazie al notaio Santo Cavallo… che volle per la sua patria un’istituzione di questo genere, antesignana in quel tempo… e voi qui a Turi siete stati in anticipo… Quando i padri iniziarono le lezioni a Turi, cioè l’11 giugno del 1646, c’erano già 200 alunni iscritti… Don Vito mi diceva orgoglioso che grazie agli Scolopi a Turi non c’erano analfabeti nei secoli passati, e io: – Ma scusi Don Vito, da che cosa lo deduce? E lui: – Dal fatto che nei registri parrocchiali non c’era più la croce come firma, tutti firmavano con nome e cognome. E questo spiega perché dopo la soppressione del 1809, ad opera di Murat, le Scuole Pie a Turi sono rimaste ancora fino al 1830. I turesi sono stati capaci di tenersi stretta la scuola anche perché l’alternativa scolastica ed educativa più vicina erano i Gesuiti a Bari».

Abbiamo avuto il privilegio di avere a Turi, piccolo borgo di provincia, la prima scuola pubblica, popolare, gratuita d’Europa e questo dovrebbe essere un orgoglio per tutta la comunità. Come dovrebbe essere un orgoglio aver avuto ben due ‘prepositi generali’ dell’Ordine dei chierici regolari poveri della Madre di Dio delle scuole pie (questo il nome ufficiale degli Scolopi). «La piccola comunità turese – ha ricordato P. Martino – è stata capace di dare all’Ordine delle Scuole Pie due padri generali: uno nella seconda metà del 1600, il padre Gregorio Bornò, un uomo veramente di governo, capace di aprire collegi fino in Ungheria; l’altro, sul finire del 1700 e fino al 1828, cioè padre Vincenzo Maria D’Addiego. Questa vostra piccola città è stata capace di esprimere due personalità di rilievo europeo, come anche belle testimonianze cristiane, come il ‘venerabile’ padre Vito Antonio Colapinto e il ‘servo di Dio’ padre Franzini. Di questo passato rilevante dovete sentirvi orgogliosi, gelosi e farne una base di sviluppo».

Padre Martino si è soffermato ovviamente anche sulla tela dell’Apparizione. «Io non voglio deludervi, ma nella documentazione è registrato che la Madonna sia apparsa a San Giuseppe Calasanzio soltanto tre giorni prima di morire (aveva 91 anni): – Mi ha detto la Madonna che fra tre giorni vi lascio in pace, diceva a chi lo andava a trovare. Se vedete, nel quadro San Giuseppe Calasanzio non ha l’aureola, non ha nemmeno la luce dietro la testa, si vede bene che il dipinto lo hanno realizzato prima che fosse dichiarato santo (16 luglio 1767, ndr). In tutte le chiese calasanziane c’è sempre questo tipo di quadro con San Giuseppe Calasanzio raffigurato con i bambini e con la Madonna, ma solo per sottolineare la devozione del Calasanzio verso la Madonna, ma soprattutto per dire che ai nostri bambini, nei primi anni, dobbiamo dare l’educazione del cuore, le buone impressioni, non l’alfabeto, il far di conto ma le buone impressioni, perché quelle rimarranno registrate ed è sicuro che tutto il corso della loro vita sarà felice. Questo da sempre è il primo punto della nostra regola».

Quindi, in realtà, il tema della tela appena restituita non è una ‘miracolosa’ apparizione della Vergine a Santo, ma un omaggio degli Scolopi a Maria. «Calasanzio – dice infatti P. Gaudiuso – sempre con una mano prende i bambini e con l’altra indica la mamma, indica la Madonna, la quale a sua volta non è mai la Madonna sola, con lei c’è anche un Bambino in braccio. Per cui la prima insegnante, la prima educatrice delle persone è lei, la Madre di Gesù. Questo vuole indicare il quadro. Chi è stato nelle nostre scuole sa che Maria l’abbiamo sempre sostenuta e il rapporto con la Madre di Gesù l’abbiamo sempre portato come esemplare».

La dott.ssa Rosanna Guglielmo, restauratrice di lunga e apprezzata esperienza, è entrata nello specifico del lavoro di sua competenza: «Il dipinto della Madonna con il Bambino e San Giuseppe Calasanzio è la copia di un quadro presente a Napoli, opera probabilmente di Paolo De Matteis o della sua Scuola. A differenza di quel quadro, però, qui c’è una figura in più alle spalle di Calasanzio: un giovane con fare benedicente che si appoggia a un mobile, forse un tavolino, su cui è iscritta la data 1749 parzialmente coperta dalla cornice dorata; ci sono anche due sigle, una A o una N, che potrebbe essere non una firma ma un riferimento agli Scolopi». Quel giovane ‘benedicente’, dunque, non può che essere il committente dell’opera, forse un giovane esponente di una famiglia benestante turese, il quale ad un anno dalla beatificazione di Calasanzio, avvenuta il 18 agosto 1748, volle rendergli omaggio donando un quadro per ornare l’altare in onore del fondatore delle Scuole Pie, innalzato dove in origine era la tela del “Compianto sul Cristo Morto” (contenente il ritratto del benefattore Santo Cavallo), che per far spazio venne spostata dov’è ancora oggi.

«La tela – ha spiegato la Guglielmo – si presentava in un pessimo stato di conservazione, aveva degli strappi, la superficie era molto scura e la cornice era tarlata. Il primo intervento, quindi, è stato quello di procedere alla messa in sicurezza degli strappi e delle cadute di colore, poi si è proceduto al consolidamento di tutta la pellicola pittorica, ripulita in seguito dalla vernice apposta in un precedente restauro. In questa fase ci siamo accorti che tutta la parte superiore sinistra del quadro, ovvero il volto della Vergine e i tre angeli superiori, sono il frutto di una ridipintura. Probabilmente, nell’altro restauro, è stato necessario ridipingere queste parti anatomiche perché erano andate perdute ed è stato faticosissimo cercare di salvare questa ridipintura perché si scioglieva con qualsiasi solvente da noi usato. Questa, ed altre problematiche, hanno reso il restauro molto difficoltoso e più lungo del previsto; alla fine delle tribolazioni però siamo riusciti, con l’aiuto delle Soprintendenza, a ottenere un restauro dignitoso e la figura della Vergine e anche del Santo ora emergono in maniera più luminosa».

Il Sindaco De Tomaso è intervenuto sottolinenado due aspetti: 1) lo svelamento del bellissimo dipinto  «reso possibile grazie al mecenatismo della famiglia Dell’Aera-Arrè: una grande lezione di come si fa cultura, di come anche una famiglia, un privato, può intervenire laddove il pubblico non ha le risorse o la possibilità di intervenire per ridare alla cittadinanza, un dipinto di questa portata». 2) l’opera degli Scolopi in Europa è stato una sorta di miracolo e a Turi sono stati un punto di riferimento fondamentale. «E bisogna dare atto – ha detto – a Don Vito di aver fatto una grande opera di rivisitazione, di riconsiderazione, di recupero di tutta quell’esperienza educativa che ci ricorda l’importanza dello studio, l’importanza dell’istruzione diffusa». Infine P. Martino Gaudiuso, ha ripreso la parola perrivelare di aver portatoin dono al Sindaco la copia stampata di un documento che riguarda i due procuratori delle Scuole Pie inviati a Turi da Roma per aprire la scuola: padre Giuseppe Politi, un calabrese che aveva fatto per tredici anni il medico a Pieve di Cento, il quale appena ordinato sacerdote venne spedito dal Calasanzio a Turi in quanto uomo con un’esperienza concreta, fattiva. A lui si affiancò un fratello laico, Marco Antonio Corcioni, capacissimo anche lui. In una lettera che questo fratello, nel 1648, scrive a Calasanzio, gli manda a dire tra l’altro di aver inaugurato il quadro fatto fare con San Domenico, Sant’Antonio, Angeli e Madonna. Quindi abbiamo testimonianza diretta che la tela dell’altare maggiore è del 1648, pur rimanendo ancora anonimo il pittore che la realizzò tenendo fede a un devoto desiderio del benefattore Santo Cavallo.

Giovanni Lerede

Foto di Giovanni Lerede