Trinità veduta generale rid

La SS. Trinità di Stefano da Putignano come non si è mai vista. Prosegue a Turi il progetto di restauri ‘Luce sugli Altari’

La SS. Trinità come non si è mai vista! Tutta luci e colori delle origini finora camuffate da un pesante strato di vernici ossidate e sporco grasso. Ed ecco, all’avvio di questo 2026, come nella Madonna di Terra Rossa restituita ad agosto, anche in questo singolare gruppo scultoreo, il Rinascimento di Stefano da Putignano emerge in tutta la sua forza comunicativa, a più di cinquecento anni dalla sua realizzazione, in un altro capolavoro della nostra città che il tempo, per fortuna, ha preservato intatto.

Era il 1506 quando D. Vito De Paulo (o De Paula) fonda nella chiesa, un beneficio che lega a una cappella-altare dedicata alla SS. Trinità, originariamente situata nei pressi dell’ingresso dell’allora Collegiata, l’attuale Chiesa Madre, come recita una piccola iscrizione in pietra ancora in loco vicino alla porta a sinistra. Nel 1520, lo stesso ecclesiastico commissiona a Stefano, che pochi anni prima aveva realizzato la Madonna di Terra Rossa, una scultura concepita dall’artista in tre figure simboliche – il Padre Eterno, il Figlio crocifisso e, tra l’uno e l’altro, la colomba dello Spirito Santo – rese tangibili, concrete, nella pietra durissima della nostra Murgia con grande maestria e dovizia di particolari. Il risultato, ora più che mai, incanta per la sua unicità, essendo l’austero Dio Padre che regge il Crocifisso un modello di estrazione nordica, secondo una definizione della storica dell’arte Clara Gelao, e quindi poco diffuso al Sud. Ma questa contaminazione stilistica non deve certo stupire, i contatti della Puglia con il Nord Italia (ed Europa) erano, per il tramite di Venezia (regina assoluta dell’Adriatico), assai frequenti all’epoca, non solo nell’arte.

Nel 1962 l’altare ligneo e la preziosa scultura lapidea, dovendosi liberare la controfacciata della Chiesa Madre per l’apertura delle due porte laterali, su indicazione dell’allora soprintendente ai Beni Monumentali della Puglia, il turese Francesco Schettini, viene smontato, trasferito in fondo alla navata destra della chiesa, e sottoposto a restauro per mano di Domenico Volpicella.

Ed è lì, in situ, senza ulteriori traumi per la splendida opera d’arte, che da agosto 2025 è stato attivo il cantiere di restauro dell’altare della SS. Trinità ad opera dell’impresa di restauro ‘Rosanna V. Guglielmo’, la cui equipe, sotto la guida della dott.ssa Guglielmo e la supervisione degli esperti della Soprintendenza della Città Metropolitana di Bari, ha nuovamente dato prova di grande maestria nel risolvere le complesse problematiche del restauro, come già avvenuto per l’altare di Terra Rossa, altra gemma della nostra città. Come per il primo, anche per questo secondo altare fondamentale è stato l’apporto economico dell’imprenditore Emanuele Ventura, titolare della ditta ‘Willy Green Technology’ e animatore, nel Palazzo Cozzolongo, dell’APS ‘Cultura e Armonia’, il quale ha preso a cuore – come ha lui stesso dichiarato –  il patrimonio artistico di Turi e in particolar modo quello della Chiesa Madre. In accordo con l’arciprete Don Luciano Rotolo il sig. Venturahapromosso un vasto programma di recupero denominato ‘Luce sugli Altari’, decidendo altresì di finanziarlo completamente.  A breve, infatti, sarà avviato il terzo cantiere, quello dell’altare di San Giacomo (o dell’Immacolata) e, come annunciato dallo stesso imprenditore il giorno dell’Epifania, appena possibile saranno avviati i lavori di restauro dell’altare cinquecentesco dei SS. Medici nella cappella Moles. Inoltre s’interverrà sulla ‘bussola’ d’ingresso alla chiesa per liberarla dalle brutte vernici industriali spennellate nei decenni scorsi sull’originaria decorazione settecentesca.

L’altare del 1741

La dott.ssa Rosanna Guglielmo ha spiegatoil lavoro compiuto dal gruppo di lavoro composto dai restauratori: Antonella Carone, Anna Fasanella e Fabrizio Piccinni. Un lavoro di squadra per un intervento di recupero non solo artistico “ma materico, perché noi di materia ci occupiamo” ha detto la titolare dell’impresa. Materia che è in primis il legno di larice e tiglio stagionato con i quali nel 1741, in piena ristrutturazione della Chiesa Madre, fu realizzata la bella macchina lignea tripartita dell’altare a spese dei discendenti dell’Arciprete De Paulo, eredi del beneficio fondato nel lontano 1506. La Chiesa Madre stava cambiando aspetto e dunque era necessario adeguare l’altare di famiglia al nuovo stile, al nuovo gusto estetico, ridando dignità all’antica statua.

Quei legni settecenteschi, sagomati, indorati, con maestria da anonimi maestri locali e restaurati nel 1962, negli ultimi decenni anni hanno subito l’ingiuria del tarlo, delle candele, della polvere, dell’ossidazione delle vernici applicate dal restauratore. “Il supporto ligneo – ha detto la Guglielmo – era piuttosto degradato sia per l’azione degli insetti xilofagi sia per quanto la tipologia di vernice lucida e ossidata utilizzata nel precedente restauro del 1963 ad opera di Volpicella – data e nome sono segnati sul retro dell’altare – oltre ai danni arrecati dallo allo stesso nelle fasi di smontaggio dell’altare per lo spostamento”.

Molto seri anche i danni alla superficie pittorica del paliotto, interessata da uno spesso substrato di vernici ossidate molto lucide e oscure. I saggi preliminari – ha riferito la restauratrice – hanno evidenziato i colori più chiari e leggeri del Settecento liberati dalla patina giallastra e scura delle ossidazioni; sono emersi, infatti, gli azzurri, i bianchi e altre tonalità del finto marmo di cui è ricoperto tutto l’altare ligneo. La pulitura ha poi messo più in evidenza anche le teste d’angelo scolpite in legno, il cartiglio in alto (con la dedica, i nomi dei committenti e le date), lo stemma dei De Paulo, le modanature in tiglio.

Direttamente sul legno sono dipinte, con tempere grasse le figure di San Vito e Santa Lucia – forse da Donato Paolo Conversi, come da me ipotizzato in altri scritti – anch’esse interessate da una patina di sporco, asportata con solventi che non penetrano ma rimangono in superficie, ha assicurato la dott.ssa Guglielmo. Lungo le giunture delle varie assi di legno si erano venute a creare sollevamenti della pellicola pittorica, soprattutto sulla figura di Santa Lucia, pittura che è stata consolidata con iniezioni di prodotti specifici. Una ‘scoperta’ è stata annunciata dalla dott.ssa Guglielmo: “Durante il restauro ci siamo accorti che dietro l’altare c’è una nicchia decorata a tempera con disegni che imitano la carta da parati”. Sappiamo dagli scritti di D. Vito Ingellis che questa nicchia, in passato, era l’alloggio della statua del patrono San Giovanni Battista.

La statua del 1520

Tutto il lavoro di consolidamento, disinfestazione, pulitura e integrazione, portato avanti con perizia dall’Impresa ‘Guglielmo’ ha ridato luce a quanto realizzato nel 1741, integrando in un insieme più armonico il capolavoro di Stefano da Putignano che ora meglio si armonizza nella tavolozza dei colori predominanti del rosso e del verde. 

La SS. Trinità – ha detto la Guglielmo – aveva uno spessissimo strato di vernici ossidate e sporco dovuto anche al fumo delle candele, che aveva praticamente alterato la percezione dei colori”. Con metodo scientifico, com’è d’obbligo per un’opera d’arte di grande valore, lo staff dei restauratori e la Soprintendenza si sono imposti di capire quali strati di colore potevano appartenere a Stefano e quali le aggiunte. Dal prelievo dei campioni in vari punti della scultura, fatti analizzare in un laboratorio specializzato di Copertino, si è potuto appurare che il blu e il violaceo superficiale a cui eravamo abituati in realtà occultava il rosso arancio del mantello e il verde della veste di Dio Padre, colori questi che più si avvicinerebbero alle tonalità originali del 1520. Le analisi hanno anche accertato, inoltre, che Stefano non ha applicato sulla pietra da dipingere una preparazione vera e propria ma ha steso solo un sottile strato biancastro di base. “Una volta stabilito scientificamente che i colori di superficie erano posticci – il blu di Prussia, infatti, non poteva essere originale essendo stato scoperto nel tardo Settecento – abbiamo rimosso tutto quello che era sopramesso scoprendo una scultura fortemente integra. Anche il volto del Dio Padre era stato alterato nel Settecento, con l’aggiunta del rosso sulle guance per adeguarlo al gusto del tempo”.

Il Crocifisso della Trinità di Stefano è quasi un’opera a se stante, un capolavoro nel capolavoro si potrebbe dire. È una miniatura così ben lavorata, come ha sottolineato anche la Guglielmo, da risultare una poetica meraviglia di particolari, ben definiti nonostante la durezza della pietra, con gli effetti del sangue che cola dalle piaghe, la corona di spine, i lineamenti del volto e la muscolatura tesa; dettagli che ci parlano della grande abilità scultorea del Maestro di Putignano, che sapeva far parlare la pietra. Anche i capelli e la barba del Padre Eterno sono ben definiti, così come i lineamenti di un volto tornato a splendere di luce propria, mostrando a chi ha fede, chi c’è ma non si vede. Il restauro ormai compiuto ha restituito ai nostri occhi una nuova percezione: leggera, luminosa, vivace. Un Rinascimento brillante, un Settecento dorato e marmoreo, che riverbera tutta la chiesa.

La cerimonia di restituzione dell’altare della SS. Trinità alla comunità turese, avvenuta il 5 gennaio scorso, è stata l’occasione per mettere in evidenza l’importanza del patrimonio storico-artistico-religioso di Turi, che rimane ancora poco considerato. Nella prospettiva di una valorizzazione non più rinviabile, Don Luciano Rotolo ha parlato della cura e del recupero delle opere d’arte quale impegno prioritario di ogni comunità, a salvaguardia della propria storia e della propria identità religiosa e culturale. Anche la dott.ssa Valentina Gaudio dell’Alta Sorveglianza della Soprintendenza ha sottolineato l’esigenza di mettere pubblico e privato in collaborazione per restaurare e preservare un patrimonio d’arte e cultura che in Italia è vastissimo. Il sindaco Giuseppe De Tomaso ha ringraziato i promotori dell’iniziativa, evidenziando il privilegio di avere a Turi opere di un grande artista rinascimentale. Ha poi ricordato la Legge Ronchey (n. 4/1993, ndr), che ha trasformato positivamente l’idea stessa d’intervento dei soggetti privati nel recupero delle opere d’arte con un’azione sinergica che ha permesso risultati come quelli ottenuti qui a Turi.

Mons. Giuseppe Favale, infine, dichiarando gratitudine ai promotori ed esecutori del restauro, ha parlato della Trinità quale mistero centrale della nostra fede, con il Padre che offre il Figlio, divenuto uno di noi. E dal Padre e dal figlio scaturisce la forza vitale dello Spirito Santo. “Stefano da Putignano ha saputo in maniera mirabile esprimere visivamente questo mistero grande”. Un patrimonio di opere, una ricchezza d’immagini di devozione che nelle nostre chiese ci parlano di fede. Opere che vanno preservate e tramandate con la collaborazione di tutti.

Testo e foto di Giovanni Lerede

foto due rid

Si è conclusa in grande stile la XV edizione del Festival del Belcanto di Turi. Un plauso al M° Redavid per il serio impegno alla divulgazione della grande Musica

Si è chiusa in grande stile la XV edizione del Festival del Belcanto, con l’attesissimo evento conclusivo invernale, tenutosi in un duplice appuntamento presso il Teatro Rossini di Gioia del Colle nella serata del 29 dicembre e presso l’Auditorium di Via Indro Montanelli a Turi, nella serata successiva del 30 dicembre. Appuntamento realizzato con il patrocino del PACT “Polo Arti Cultura Turismo Regione Puglia” e del Comune di Turi, con la sinergia e collaborazione fra il Taranto Opera Festival condotto dal direttore artistico Paolo Cuccaro e l’Associazione Chi è di Scena?!, diretta da Ferdinando Redavid, con il sostegno economico di Cultura & Armonia Aps e di Willy Green Technology Srl. Il Concerto dal titolo “Beethoven, il Mito!!!” ha visto la celebrazione del genio e dell’umanità del compositore di Bonn, attraverso alcune delle sue più celebri pagine orchestrali. La serata ha avuto inizio dopo la presentazione del programma della serata al pubblico da parte della presentatrice Ivana Pantaleo.

L’introduzione alla musica del genio di Bonn è stata affidata alla celebre “Romanza in Fa Maggiore per violino e orchestra N2. op.50”, conosciutissima e molto utilizzata come sottofondo in molte campagne pubblicitarie, presentatasi all’ascolto per la sua proverbiale melodia elegante, sciolta e luminosa, con il buonissimo fraseggio del violino della solista Cristina Ciura, passionale e cangiante nelle sue espressioni, con il sostegno drammaturgico dell’Orchestra.

Nel Festival del Belcanto non poteva però mancare quello che può essere considerato l’unico vero contributo beethoveniano al mondo, ormai volto verso il tramonto, dell’opera seria metastasiana. Nell’aria da concerto “Ah perfido”, tratta dall’Achille in Sciro di Pietro Metastasio, Van Beethoven rende un perfetto tributo al genere ed apporta una cura finissima nel dettaglio della partitura, col recitativo attentissimo alle sfumature semantiche del testo. Il risultato è quello in cui la voce della solista si piega verso una vera e propria prova di “bravura”, con scale e arpeggi che esprimono il versante più aggressivo e le lacerazioni interiori dell’eroina metastasiana, magistralmente interpretata dal soprano Valentina De Pasquale che, con lusinghe e minacce, implora il suo eroe di non abbandonarla. Ma il pezzo forte della serata non poteva che essere l’esecuzione della “Sinfonia n. 5 in do minore Op. 67”, una delle opere più importanti e celebri della storia della musica, che pure ha avuto una particolarissima storia iniziata non bene a Vienna il 22 dicembre 1808, data della sua prima esecuzione, tra innumerevoli altri brani. Infatti, nella prima, la difficoltà delle composizioni, un numero insufficiente di prove, la lunghezza del programma e il freddo del teatro ne decretarono un mezzo fiasco, tanto da far scrivere a qualche critico che «Nessuno è profeta in patria».

Nella celebre opera, conosciuta come “Sinfonia del Destino” il compositore sviluppa un tema filosofico, quale l’allegoria del percorso esistenziale dell’Uomo, dall’oscurità alla luce, mediante la lotta e la vittoria finale, asservendo la Sinfonia al concetto da esprimere. In essa non sorprendono le iconiche quattro note iniziali (tre brevi e una lunga), per enunciare il “destino che bussa alla porta” secondo quanto riportato dal biografo Anton Schindler, quanto invece la capacità del Maestro, di ricavare dal motivo iniziale non solo il primo movimento, ma in un certo qual modo, l’intera sinfonia, dove lo stesso funge da elemento unificante, rappresentando la manifestazione ineluttabile delle avversità con particolare riferimento alla crescente sordità del compositore.

Nel primo movimento “Allegro con brio” al tema iniziale molto incisivo, si contrappone un secondo tema più melodico e rilassato, giocato sull’alternanza fra i fiati e gli archi, che lascia presto il passo allo sviluppo con la tensione che cresce rafforzata anche dal suono delle trombe. Nel successivo “Andante con moto” una melodia innocente, affidata ai violoncelli ed ai contrabbassi apre una pagina del tutto diversa. Anche qui Van Beethoven gioca utilizzando gli archi in contrapposizione ai legni, come in un meraviglioso dialogo. È un momento di transizione, in cui qualcosa comincia a manifestarsi tra momenti di quiete e momenti di forza, fino a giungere alla conclusione: dove si manifesta la volontà di vincere il Destino. Nel terzo movimento “Allegro”inizia la battaglia, introdotta dai corni dopo una breve introduzione, molto cupa, dei violoncelli. È la battaglia titanica dell’individuo contro le forze ostili, sviluppata con un linguaggio musicale intenso e conciso, in cui vi è un episodio fugato molto coinvolgente e di difficile esecuzione, introdotto dai violoncelli e dai contrabbassi, al quale partecipano poi tutti gli archi. Il percorso della sinfonia non si ferma al conflitto. Attraverso i quattro movimenti, si assiste a una progressione che culmina nel trionfo finale. Il passaggio dal tono cupo e drammatico del primo movimento vede nel movimento, quarto “Allegro-Presto” la voce degli archi spegnersi per dare inizio ad un rapido crescendo che non ha eguali. La conclusione luminosa e maestosa in Do Maggiore del finale simboleggia la vittoria dello spirito umano, della perseveranza e della speranza sul destino. Quello che Van Beethoven ci lascia è un messaggio morale nel quale l’uomo deve combattere i condizionamenti naturali agendo secondo la propria ragione per realizzare il proprio potenziale.

Un plauso va al direttore artistico del Festival del Belcanto, il M° Ferdinando Redavid per la conclamata capacità di organizzare momenti di seria divulgazione musicale nella nostra Comunità, riconosciuti ormai ovunque. Un plauso anche per la capacità di studio e fedele interpretazione della partitura che richiede una preparazione profonda che va alla ricerca soprattutto anche della storicità del compositore, di quello che ha composto, della sua vita, nel caso in particolare della sordità del compositore e della sua genialità nella partitura.

Un suggerimento che mi sento di dare, è quello di diffondere tra i partecipanti alle serate, istituzioni comprese, la conoscenza del “Galateo del Teatro”, in modo da incentivare la puntualità; il non entrare in sala durante la rappresentazione, aspettando l’intervallo; il silenzio assoluto durante l’esecuzione; l’applaudire solo alla fine dei movimenti o dell’atto per non disturbare e rispettare artisti e pubblico, in modo da garantire una migliore fruizione esperenziale dell’ascolto.

Pietro Pasciolla

Didascalie foto: 1-2) Il M° Redavid dirige la “Sinfonia del destino”; 3) Valentina De Pasquale, soprano; 4) Cristina Ciura, violinista.

Palazzo Cozzolongo

Prosegue a Palazzo Cozzolongo di Turi la proposta culturale di ‘Cultura e Armonia’

La stagione continua ad arricchirsi di proposte in collaborazione con le associazioni e i partner del territorio e tanti sono gli incontri e i momenti di socialità ospitati all’interno delle eleganti sale di Palazzo Cozzolongo (via M. Orlandi 10/12, Turi). Al centro della programmazione resta la rassegna “Disordine – Il caos che rigenera”, organizzata dall’Associazione’ Cultura e Armonia’ e curata da Tekmore Studio, grazie al supporto di Willy Green Technology, con il patrocinio gratuito della Regione Puglia (concesso con decreto 380 del 5/9/2024) e la collaborazione dell’Accademia di Belle Arti di Bari. “Disordine” continuerà a proporre eventi capaci di aprire nuovi spazi di riflessione per ispirare trasformazioni e visioni inedite per il futuro del nostro territorio.

Il calendario del mese di marzo a Palazzo Cozzolongo, Turi

Nell’ambito della rassegna “Disordine – Il caos che rigenera”, l’appuntamento del mese è dedicato alla letteratura:

*Giovedì 20 marzo, alle 19:00, l’incontro letterario curato dalla professoressa Irene Martino è con Claudia Durastanti. L’autrice, tra le voci più autorevoli della letteratura italiana contemporanea, ci coinvolgerà con il suo ultimo romanzo “Missitalia” (La nave di Teseo, 2024). Un’opera ricchissima di intuizioni che ci fa scoprire un Meridione inedito, in cui nel bene e nel male, sono le donne a prendere l’iniziativa. Un luogo, la Val d’Agri, in Lucania. Tre donne, Amalia Spada, Ada Barbaro e A. Tre tempi, l’epoca di Garibaldi, gli anni cinquanta e un futuro prossimo: l’ultimo lavoro di Claudia Durastanti si articola così, mescolando realtà e fantasia, generi, echi e stili letterari diversi. Amalia Spada detta Madre ospita nel suo mausoleo di caverne Rosa, Elisabetta, Amanda e altre persone raminghe. Collabora con don Andrea che costruisce una fabbrica tessile in questo Sud dimenticato dal mondo ma finisce per essere abbandonata da tutti, mentre le sue ragazze consumano una vendetta sanguinosa su un tenente. A diciannove anni Ada lavora alla rivista del Magnate e nel corso di una missione antropologica in Lucania percorre i luoghi della comunità di Madre. Resta incinta, abortisce, diventa una spia. Nata nel 2051, A ha vissuto con il padre militare in val D’Agri, da lì è partita per la Luna, ma quando scopre di essere malata, desidera tornare indietro per riassaporare la parola Fine.

Claudia Durastanti (Brooklyn, 1984) è scrittrice e traduttrice dall’inglese. Il suo romanzo d’esordio “Un giorno verrò a lanciare sassi alla tua finestra” (2010), ha vinto il premio Mondello Giovani. Ha pubblicato “A Chloe, per le ragioni sbagliate” (2013), “Cleopatra va in prigione” (2016) e “La straniera” (La nave di Teseo 2019), finalista al Premio Strega, tradotto in più di 25 paesi e tra i migliori libri del 2022 per il “New Yorker”. Ha una rubrica di musica su “Internazionale”. Cura i libri della Tartaruga.

Eventi extra a Palazzo Cozzolongo, Turi

*Venerdì 7 marzo, ore 19:00: inaugurazione della mostra di Monica Notarnicola (visitabile fino al 31 marzo). Fotografa appassionata, capace di comunicare attraverso la luce in modo profondo e toccante, esplora l’animo umano attraverso immagini intense e suggestive. La sua fotografia utilizza la luce come strumento narrativo e va oltre il visibile, trasformando la materia in poesia ed evocazione. Nella serie “Danza dei Cinque Elementi”, ispirata dal Feng Shui, bilancia i cinque elementi naturali, creando armonia tra corpo e spirito. Relatrice dell’incontro Lilly Susca. Interverrà Monica Notarnicola, autrice degli scatti.

*Martedì 18 marzo, ore 18:30: incontro con l’autore Beppe Convertini, curato e condotto della giornalista Maria Liuzzi, volto di Telenorba. Il conduttore di “Uno mattina in famiglia” (Rai1), Beppe Convertini, ci propone il suo ultimo libro “Il Paese azzurro” (Edizioni RaiLibri), presentato a Casa Sanremo nella sezione “Writers”. Un viaggio alla scoperta delle coste della nostra Italia e del suo mare. Un racconto del mare italico, il più bello al mondo, delle sue tradizioni storiche, culturali, che ha raccolto per il suo programma tv “Storie di Mare”, su Rai1.

*Giovedì 27 marzo ore 19.00: convegno a cura di Vito Amoruso dal titolo “L’impronta spagnola nei riti della Settimana Santa in Puglia”: si discuterà di analogie e differenze sul tema con il professor Salvatore Camposeo, docente UniBa, il professor Giovanni Schinaia dell’Arciconfraternita del Carmine di Taranto e Don Luciano Rotolo. Durante la serata si darà spazio all’esposizione fotografica di Domenico Tangro.

*Venerdì 28 marzo ore 19:00: incontro poetico con Ivana Luisi, autrice della collana corale “I poeti di Ponte Vecchio”. Ivana Luisi presenterà una selezione delle sue poesie, concentrandosi sul tema centrale della solitudine. Esplorerà le diverse sfaccettature di questo sentimento, accompagnando i versi con una breve riflessione sulla sua esperienza personale che ha dato origine a queste opere. Relatore: Paolo Valerio.

*Sabato 29 marzo, ore 18:30: conferenza dal titolo “La morte è un giorno che vale la pena vivere – Un inno rosacrociano alla vita”. Marco Paolini, membro dell’AMORC, condividerà il suo rapporto personale con la morte, riflettendo anche sull’esperienza della perdita di suo figlio. La presentazione è concepita per essere un “inno alla vita”, offrendo ispirazione sia a coloro che credono nell’esistenza di un mondo oltre la materia, sia a chi non condivide questa visione. Presenta la dott.ssa Maria Pia Iurlaro, responsabile APS AMORC Bari.

Per tutte le info e gli aggiornamenti è possibile consultare i canali social di Cultura e Armonia e il sito culturaearmonia.it. Per restare aggiornati è possibile consultare i canali social di Cultura e Armonia e il sito culturaearmonia.it.

Comunicato stampa a cura di Tekmore Studio

Concerto di Natale Accademia Chi è di Scena 22 dicembre

“Belcanto” e “Melodie di Pace”: nella Chiesa degli Scolopi si chiude a Turi un anno ricco di eventi musicali a cura di ‘Chi è di Scena?!’ e ‘Cultura e Armonia’

Si è conclusa nella serata di domenica 22 dicembre la straordinaria annata musicale dell’Accademia “Chi è di Scena?!”, diretta dal M° Ferdinando Redavid. Una stagione artistica che ha visto l’esordio del particolarissimo sodalizio culturale con l’APS “Cultura e Armonia” della Willy Green Technology e dalla cui sinergia ne è derivato un articolato calendario di eventi musicali, scadenzato in vari periodi dell’anno. Del resto la stessa kermesse musicale del Festival del Belcanto, punto di forza da anni dell’Accademia, ha visto quest’anno prendere il via già dal 17 di marzo quando nella Chiesa Madre si è tenuto un concerto evento di musica sacra con l’esecuzione della Messa di Requiem in Re minore K 626” di W.A. Mozart per soli, coro e orchestra, seguito nel mese mariano di maggio dall’esecuzione presso la Chiesa di Santa Maria Ausiliatrice del dolcissimo concerto “Ave Maria”. Tra la fine di luglio e gli inizi di agosto, come da tradizione, si entrati nel clou della kermesse, con la messa in scena nella serata del 28 luglio dell’Opera lirica Madama Butterfly”, nel centenario dalla morte del suo compositore Giacomo Puccini, cui ha fatto da prologo nella giornata precedente l’incontro propedeutico all’ascolto Madama Butterfly e il tormento d’amore nel dramma pucciniano. In quest’occasione, dal 2 al 4 di agosto, presso Palazzo Cozzolongo è stata aperta al pubblico la mostra internazionale “Visse d’arte” dell’artista Corrado Veneziano, e a seguire la serata di conferimento del Premio dell’omonimo Festival alla cantante lirica pugliese Amelia Felle, ora preparatrice di futuri talenti della lirica.

Due eventi ulteriori hanno chiuso il Festival. Il 13 di settembre, dinanzi Palazzo Gonnelli, è andato in scena il concerto della sorprendente Orchestra delle Chitarre De Falla guidata dal M° Pasquale Scarola, mentre nella serata del 25 di ottobre, “Giornata Internazionale degli Artisti, presso la Sala Conferenze della Biblioteca di Turi, è stata la volta del concerto-spettacolo del Duo InCanto Piano, composto dal soprano e voce narrante Natalizia Carone e dal pianista Giuseppe Bini, medesimi autori del lavoro “Racconti in musica di una bambola viaggiatrice” liberamente ispirato a una vicenda reale vissuta dallo scrittore Franz Kafka di cui quest’anno ricorre il centenario della morte.

Al Festival ha fatto seguito la rassegna “Melodie di Pace”, pensata per dar voce alla musica quale linguaggio  universale capace di unire e pacificare i cuori. Il primo dei due eventi di questa rassegna di fine anno, intitolato “Concerto per Santa Cecilia”, ha visto nella serata del 22 novembre scorso, presso le sale del Palazzo Cozzolongo (sede di “Cultura e Armonia”) il clarinettista Ferdinando Redavid, la pianista Annamaria Fortunato e la voce calda del soprano Valentina De Pasquale proporre un ascolto guidato direttamente dagli stessi musicisti, al fine di favorire un’interazione più intima e meno formale tra gli artisti e il pubblico, mediante un confronto tra il repertorio dei grandi compositori e la musica napoletana di fine’800 e inizi ‘900. Il secondo appuntamento, invece, il 22 dicembre, alle porte del Santo Natale. In una magica atmosfera di festa, nella Chiesa Barocca di San Domenico degli Scolopi, gli allievi delle classi di canto dell’Accademia, sotto la guida dei maestri Lorenzo Salvatori e Valentina De Pasquale si sono esibiti in un emozionatissimo concerto di noti brani natalizi tratti dal repertorio pop e gospel.

Pietro Pasciolla