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San Giacomo Maggiore, 1640. A Turi la bella scultura di Aniello Stellato torna a risplendere

Il restauro è anche un’operazione di conoscenza che ci consente di apprendere, di avere un rapporto intimo con l’opera che stiamo esaminando. Ad essa ci avviciniamo attraverso le mani d’oro dei restauratori, cioè coloro che restituiscono vita all’arte e alla materia, ridando bellezza a ciò che il tempo ha sottratto. Ogni restauro è un atto di responsabilità”.

A Turi, da un paio d’anni, il restauro è diventata un’azione corrente, diremmo familiare, come familiari sono diventate le cerimonie di restituzione alla città dei capolavori di arte e fede che custodisce. Tutto questo lavoro di recupero, a cui stiamo man mano dando lo spazio informativo che merita, sta producendo non solo nuova consapevolezza del patrimonio storico-artistico in nostro possesso ma anche nuova conoscenza, nuova bellezza, come ha ben sottolineato Federica Testa, storica dell’arte e funzionaria della Soprintendenza della Città Metropolitana di Bari intervenendo alla cerimonia di restituzione di un capolavoro dell’arte seicentesca appena restaurato – la statua lignea di San Giacomo Maggiore – operazione che s’inserisce nel programma ‘Luce sugli Altari’ promosso dalla Curia di Conversano e dall’Arcipretura di Turi, con l’apporto fondamentale di finanziatori privati: Emanuele Ventura e Giovanna Giannandrea, responsabili rispettivamente dell’APS ‘Cultura e Armonia’ e dell’azienda ‘Willy Green Technology’, i quali utilizzano parte del profitto aziendale per interventi nel campo culturale, artistico e sociale. “Il progetto del restauro dei tre altari della Chiesa Madre – continua la dott.ssa Testa – è un esempio stupendo, virtuoso di collaborazione tra la comunità ecclesiale, gli imprenditori,  l’associazionismo culturale e gli enti pubblici. Si tratta sostanzialmente di persone di buona volontà, ciascuno nel suo ruolo, competenze e professionalità, che collaborano per restituire opere d’arte alla comunità”.

La sera del 20 luglio, nello spazio intimo del sacrato della Matrice animato dalle sottolineature musicali di Annamaria Fortunato (pianoforte) e Valentina De Pasquale (soprano) la cerimonia ha visto in primo luogo l’intervento di presentazione dell’arciprete-parroco D. Luciano Rotolo, il quale ha fatto il punto sul progetto di recupero degli arredi sacri della Chiesa Madre, con gli interventi già conclusi (gli altari di Terra Rossa e della Trinità, la tela della ‘Madonna del Latte’, la statua e la base di San Giovanni) e quelli ancora attivi (l’altare dell’Immacolata, l’organo e la cantoria. È intervenuto il Sindaco De Tomaso, mettendo in evidenza la figura del grande musicista di Turi Giovanni Maria Sabino, coprotagonista della serata, come vedremo più avanti. L’importanza dell’operazione di recupero in corso a Turi è stato sottolineato dalla presenza di Francesca Romana Paolillo, Soprintendente ai Beni Artistici della Città Metropolitana di Bari, la quale, apprezzando molto la spinta al recupero dei beni della nostra cittadina, ha ringraziato tutti i soggetti impegnati nel percorso di tutela, auspicando che i cantieri di restauro durino il più a lungo possibile.

Ma è toccato alla storica dell’arte Federica Testa inquadrare in modo più specifico e mirato l’intervento appena concluso.“Da un anno e mezzo – ha detto la funzionaria ormai di casa a Turi, non solo per la Chiesa Madre ma anche per i restauri delle tele a San Domenico, con altri finanziatori – stiamo portando avanti questo lavoro di recupero degli altari della Matrice. Ritengo importante la continuità del lavoro di sorveglianza, e giudico molto positivamente la collaborazione che si è creata nel corso del tempo con Emanuele, Giovanna, don Luciano. La Chiesa Madre conserva innumerevoli opere d’arte, molto importanti non soltanto per la comunità turese ma per la storia dell’arte in generale, come quelle di Stefano da Putignano, che è tra i principali esponenti della scultura lapidea del Cinquecento in Puglia e non solo”.

La macchina d’altare che contiene la statua di San Giacomo è di dimensioni importanti ed è datata al 1747, come si legge nella tela del ‘San Girolamo’; include altre due statue, San Lorenzo e l’Immacolata, di materiali ed epoche diversi, che per una serie di vicende ancora in corso di verifica sono state assemblate in questo altare, che è a sua volta il frutto di un assemblaggio di elementi di epoche differenti. “Stiamo portando avanti il restauro statua per statua – ha specificato la dott.ssa Testa – perché ognuna ha bisogno di una sua attenzione, di un’analisi specifica e puntuale”. La scultura di San Giacomo Maggiore è di legno e questo “è di per sé abbastanza eccezionale”. Infatti, nonostante la fragilità del materiale, essa ha superato quasi indenne quattro secoli di vita, e rappresenta un’importante eccezione, una quasi rarità non solo in Puglia ma nella storia dell’arte in generale. “È difficile trovare delle statue lignee ben conservate perché più di altre sono sottoposte all’azione del tempo, del tarlo, dell’incuria umana. Il fatto che sia integra è importante”.

Sul San Giacomo e sul recupero del suo altare la dott.ssa Testa ha fornito notizie storiche per lo più già note grazie agli studi portati avanti e pubblicati negli anni innanzitutto da Paolo Valerio, ma anche dal prof. De Mieri e da altri studiosi locali, persone che la dott.ssa Testa, pur non citando nessuno, ha voluto ringraziare. “Un accurato lavoro di ricerca portato avanti dagli storici eruditi locali, che ci tengo a ringraziare, ci hanno fornito tanto materiale su cui abbiamo costruito il progetto prima e il lavoro dopo. Grazie a loro sono state ritrovate tante informazioni: sappiamo che la scultura è stata realizzata dallo scultore napoletano Aniello Stellato, probabilmente uno dei più importanti scultori lignei a Napoli della prima metà del Seicento; sappiamo la data di realizzazione, che è attorno al 1640; sappiamo anche il nome del committente Giovanni Maria Sabino, che era un musicista nato a Turi, il quale andò agli inizi del Seicento a Napoli per imparare e perfezionare la sua arte. Ed è proprio in quel contesto napoletano che commissionò quest’opera d’arte al più importante scultore napoletano per regalarla alla sua città. Ed è stato un regalo davvero importante”.

Lo ha detto la dott.ssa Testa, lo hanno constatato i presenti: l’opera ora è davvero molto bella! “Essa rappresenta perfettamente lo stile della scultura del Seicento a Napoli. Non ha ancora quella ricchezza tipica del pieno barocco, rimane legata agli stilemi cinquecenteschi – la fierezza, la frontalità – ma al tempo stesso mostra quella leggerezza dettata dalla gamba ripiegata in avanti, che ne fa quasi una scultura in movimento”. Non a caso San Giacomo Maggiore è legato alla particolare devozione del pellegrinaggio e la scultura di Turi ne ha tutti gli attributi: il bastone, il libro, il cappello sulla spalla, il mantello per proteggersi dalla pioggia. A questi elementi tipici dell’iconografia del Santo “si aggiunge una decorazione, in parte perduta ma in origine molto ricca, realizzata con la tecnica particolare che prevede uno strato di tempera su foglia oro”, cioè l’estofado, che il restauro ha in parte restituito, senza tuttavia ricorrere ad integrazioni di colore.

La restauratrice Rosanna Guglielmo, titolare della ditta,ha percorso le fasi canoniche dell’intervento – analisi, progetto, autorizzazioni e intervento vero e proprio – su un’opera in legno faggio davvero molto compromessa dal tarlo e da pesanti ridipinture e stuccature avvenute, con ogni probabilità, negli anni Sessanta del secolo scorso, come documentato sul n. 339 de ‘il paese’. La restauratrice ha evidenziato l’abbondanza delle stuccature ritrovate sotto lo strato di vernice, debordanti a tal punto da aver coperto in vari punti la decorazione pittorica originaria, realizzata con foglia oro, lacche blu, un po’ alterate verso il verde, e rosse nella particolare tecnica di derivazione spagnola dell’estofado de oro’. Rimosso lo sporco e le vernici, l’oro ha per fortuna ripreso a splendere almeno nelle parti dove si è salvato. L’uso dei più moderni materiali ha permesso, infine, di consolidare tutta la statua, in molti punti indebolita dal tarlo.

La serata si è conclusa con l’intervento del finanziatore Emanuele Ventura il quale ha annunciato che il programma di interventi in Chiesa Madre continuerà ancora per molto tempo. Terminato entro il 2026 il restauro dell’organo e dell’altare di San Giacomo – qui ci potrebbe essere qualche sorpresa nella statua dell’Immacolata – nel 2027 si procederà con il restauro della cinquecentesca Cappella Moles, della ‘bussola’ e dei tre portoni d’ingresso alla chiesa. E probabilmente altro ancora. Work in progress!

Giovanni Lerede

Madonna del Latte  durante il restauro

Madonna del Latte, un quadro del Seicento a Turi. Una devozione perduta, l’Aquila degli Asburgo e due pie donne

La tela della Madonna con il Bambino e i Santi Fabiano e Sebastiano è tornata a mostrare con sorprendente vivacità i suoi colori, svelando inoltre parti finora nascoste. L’anonimo pittore della prima metà del Seicento raffigura qui la Vergine Maria che offre al mondo il suo seno, fonte di nutrimento spirituale, ma anche materiale. La cosiddetta ‘Madonna del Latte’, che protegge il parto – passaggio non scontato in passato, che spesso portava alla morte – e rende abbondante il nutrimento materno, in passato aveva una così forte presa popolare da resistere alle proibizioni maturate con il Concilio di Trento, che non tollerava più l’idea di Maria ‘messa a nudo’. A Turi l’impatto ‘carnale’ del seno che fuoriesce dalla veste rosa di Maria, appare tuttavia attenuato dallo stuolo di angeli e angioletti tutto intorno e riporta così, la Vergine, ad un ruolo esclusivamente spirituale avvolta com’è in una luce calda divina non terrena. La nube, invece, è poco eterea e gli angeli che vi si appoggiano sembrano zavorre.

Più interessante dal punto di vista della resa formale e cromatica è la figura in piedi a sinistra, San Fabiano papa, martire dei primi secoli del Cristianesimo, vittima a Roma delle persecuzioni imperiali. Esso ha tutti i segni del comando di un papa re del XVII secolo – un angioletto ha tra le mani il triregno, un altro regge il pastorale (la ferula con croce tripla) – niente a che vedere, dunque, con i Vescovi di Roma costretti alla semiclandestinità, incarcerati e lasciati morire di fame, come nel caso di Fabiano. Per rendere i Santi riconoscibili, secondo i modelli stabiliti dalla Chiesa, i pittori erano tenuti a calare i personaggi nel presente, estraendoli dal loro contesto storico per essere caricati di attributi iconografici facilmente decifrabili. Al contrario della Vergine, che mi pare più approssimativa soprattutto nella resa del volto, in San Fabiano il pittore mostra una maggiore cura del dettaglio, ad esempio quello delle vesti liturgiche (del piviale fiorato in particolare) e del volto barbuto; tuttavia, come nella Madonna, il gioco di luce e d’ombra sulle pieghe dei tessuti appare piuttosto rigido, geometrico, lontano dalla morbidezza che solo i maestri della pittura sanno dare ai tessuti.

Non convince, invece, il San Sebastiano legato al tronco e martoriato di frecce. Pur riacceso dal restauro, il corpo giovanile del Martire denota un’anatomia piuttosto approssimativa nella resa della muscolatura. Ma qui interessante è capire, interrogando l’agiografia, cosa rappresentano le due donne dietro il Santo, che la mano esperta dei restauratori ha reso nuovamente visibili. Il ‘Martirologio’ romano ci viene in soccorso. Si racconta che il soldato imperiale Sebastiano, segretamente cristiano, venne scoperto e condannato a morte dall’imperatore Diocleziano; colpito da molteplici frecce (il suo ‘segno’ di riconoscimento principale) miracolosamente rimane in vita ma è creduto morto dal plotone e abbandonato. Irene di Roma (poi santa) gli andò in soccorso e lo curò. Non a caso Irene, nella tela di Turi, ha tra le mani un porta unguento mentre si fa accompagnare da un’altra pia donna, non menzionata però nel ‘Martirologio’. In seguito, però, Sebastiano è nuovamente arrestato e questa volta messo a morte senza scampo.

Il committente e il blasone

Nella tela della Chiesa Madre di Turi si registra un’altra scoperta interessante, ma enigmatica: il blasone in basso al centro recante, su fondo celeste-argenteo, un’aquila a due teste coronate con al centro uno scudo di piccole dimensioni a strisce orizzontali di azzurro e argento. A chi appartiene? Quando è stata realizzato il quadro?

Sebastiano, come sappiamo, è il Santo invocato dal popolo a protezione dalle pestilenze e sappiamo quanto il Seicento sia stato il ‘secolo della peste’. Ed è in questo secolo che il quadro è commissionato per adornare un altare della Collegiata turese. … (la) Cappella dedicata a S. Sebastiano…è di juspatronato e ebbe come fondatore D. Sabino di Vitullo…ha un altare in pietra sul quale c’è una tavola di legno, con pietra sacra, le tovaglie, due candelabri di legno argentati e con un panno di color bianco e cremisi e sul detto altare c’è l’immagine della beata Vergine Maria e intorno alla cappella si sono altre immagini di santi e sante…”. Nel resoconto della ‘Santa Visita’ del Vescovo Capulli dell’agosto 1606, si apprende anche il nome del cappellano dell’epoca, D. Giacomo Lezze, che ha “l’onere di due Messe la settimana” in suffragio dell’anima del fondatore. Dalla visita pastorale di mons. Palermo, del settembre 1659, apprendiamo altri dettagli collegabili alla tela di cui stiamo parlando. A fianco della Cappella dei SS. Medici, si legge nel verbale: “…c’è l’altare dei Santi Fabiano e Sebastiano con le immagini dei santi Titolari. Su questo altare è fondato il legato juspatronato della famiglia Lezza e vi celebra il canonico Giovanni Lezza. L’impegno del beneficio è quello di celebrare 104 Messe annuali per il fondatore e ancora 52 per la defunta Pasqua d’Urso e solo 4 per la defunta Caterina Cecere” (o Cecire), che poi è madre del musicista e compositore Giovanni Maria Sabino.

Le poche note del 1659 appaiono più riconducibili alla nostra tela della ‘Madonna del Latte’, in quanto si fa esplicito riferimento anche ai Santi Martiri rappresentati e non solo alla “beata Vergine Maria” come nel resoconto del 1606. Un altro elemento da valutare è la peste. Sappiamo che Turi e la Terra di Bari furono investite dalla morte pestifera sia intorno al 1630 sia intorno al 1650. È perciò plausibile, che questa pittura devozionale sia stata realizzata a ridosso di una delle date sopra indicate, quale ringraziamento per il pericolo scampato o attenuato nelle conseguenze grazie all’intervento della Vergine – misericordiosa e protettiva – e dei Martiri.

A questo punto è lecito però chiedersi: chi ha pagato questa immagine? Nel 1659 la ‘Santa Visita’ dice che la famiglia Lezza (o Lezze/Lezzi) è titolare del beneficio dei Santi Fabiano e Sebastiano, tuttavia lo stemma riemerso durante il restauro sembra rimandare ad altro. L’aquila a due teste coronate è il sigillo degli Asburgo di Spagna, che nel XVII secolo sono padroni di mezza Italia; questo particolare non da poco porta a ipotizzare per la nostra tela possa aver avuto una committenza collettiva. Nel Seicento, infatti, le autorità locali (ma anche le ricche famiglie) a volte rendevano omaggio al re riportando nelle tele il simbolo della famiglia regnante quale segno di sottomissione all’autorità della corona. È un’ipotesi forse azzardata, tuttavia maturata tenendo anche conto della modesta condizione della famiglia Lezza/Lezzi, beneficiaria dell’altare: essi erano sicuramente tra i maggiorenti del paese ma non così potenti da potersi permettere l’utilizzo dell’aquila imperiale senza un particolare motivo, che potrebbe essere, appunto, quello di un sottomesso omaggio all’autorità del re di Spagna.   

Il pittore e l’originaria collocazione

Escluderei che l’autore della tela, non firmata, possa essere un maestro del pennello. La resa complessiva della sacra composizione farebbe pensare, piuttosto, a un pittore minore, un ‘copista’ locale magari influenzato dalla pittura di Gliri, Rosa o Altobello (esponenti di spicco della florida ‘Scuola Bitontina’) ma non necessariamente allievo di uno dei tre.

Sulla originaria collocazione in Chiesa Madre della tela possiamo essere invece molto più precisi. Le ‘Sante Visite’ testimoniano, tra Sei e Settecento, che la cappella di San Sebastiano e San Fabiano con l’altare in pietra e la balaustra – di fattura identica a quelli della navata di destra dedicati al Crocifisso e a Sant’Anna – era posta dove nei primi decenni del XX secolo viene realizzata la più ampia cappella di Sant’Oronzo, sfondando il muro dove era appesa proprio la nostra tela, che finì dimenticata in sacrestia. Dopo il restauro, la tela di cui si è parlato finora è tornata (quasi) al suo posto: non sul suo altare ormai demolito ma su una delle pareti della cappella oronziana. Com’è giusto che sia.

Giovanni Lerede

Fonti

D. Pasquale Pirulli, “Esiti della prima visita pastorale di Mons. Pietro Capulli, Vescovo di Conversano”, in ‘Sulletracce’ n. 8/2005 del Centro Studi di Storia e Cultura di Turi.

D. Pasquale Pirulli, “La visita di Monsignor Palermo alla Chiesa di Turi nel 1659”, in ‘Sulletracce’ n. 12/2011 del Centro Studi di Storia e Cultura di Turi.

Andrea Duè, “San Sebastiano” (“San Fabiano papa”), in ‘I Santi nella Storia’ – Gennaio, San Paolo ed., 2006.

Foto della tela restaurata di Giovanni Lerede