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Turi riabbraccia Tatiana Schucht. ‘La madonna del calamaio’, dialogo tra l’autore Raffaele Valentini e Gianni Giampietro

Le poltrone occupate in ogni fila, le immagini evocative che scorrono sullo schermo ed un silenzio partecipe: così il pubblico ha accolto il ritorno letterario di Raffaele Valentini. In una serata, quella dell’8 maggio all’Auditorium, patrocinata dall’Amministrazione comunale, lo scrittore ed il suo ospite, il giornalista RAI Gianni Giampietro hanno intrecciato le pagine de ‘La madonna del calamaio’ (Capponi Editore), con la grande Storia, riportando virtualmente Tatiana Schucht tra le strade di Turi, quelle che la videro, meno di un secolo fa, custode instancabile del prigioniero più celebre d’Italia: Antonio Gramsci. La serata, com’è stato ricordato nella presentazione, è nata dalla collaborazione tra la LUTE e questa testata giornalistica, due realtà di cui Raffaele Valentini è parte integrante ed attiva.

Di questo suo ultimo romanzo il titolo, fortemente evocativo, è l’autore stesso a spiegarlo: “Sono stato qualche anno fa a Bruges e mi imbatto in questo racconto, diventato nel mio libro una sorta di punto di riferimento. La ‘madonna del calamaio’ non è altro che un miracolo avvenuto vicino alla città fiamminga dove un giovane, condannato a morte, per un omicidio che non aveva commesso, viene salvato da una pergamena rinvenuta in modo miracoloso. La Madonna che soccorre il condannato, intervenendo con una lettera ed un calamaio, mi ha riportato ad un parallelismo con Tatiana che scrive ogni sera, perché è lei che smista le lettere di Gramsci ai suoi parenti, ai compagni di partito che gli stanno ancora vicino. Da lei passa tutto. Io l’ho immaginata seduta al tavolino, la sera con il calamaio vicino e una candela intenta a scrivere tutta questa corrispondenza. Il binomio miracolo delle Fiandre e la funzione di Tatiana ‘madonna della scrittura’ è un punto di fascino in più”.

Gianni Giampietro ha ribadito il ruolo centrale della scrittura, nel racconto, non solo come strumento di testimonianza. “È un romanzo – ha detto – sull’importanza della parola scritta, sul potere taumaturgico quasi salvifico della parola scritta. Tatiana come Gramsci sopravvivono grazie alla scrittura. Penso davvero – ha continuato – che Gramsci, che non stava bene in salute fin da bambino, sia sopravvissuto agli anni in carcere grazie alla scrittura, grazie a quegli scritti raccolti nei ‘Quaderni del Carcere’, ed è sopravvissuto grazie all’assistenza di Tatiana perché lui era rimasto isolato non solo fisicamente ma anche spiritualmente …abbandonato da molti dei suoi compagni di partito…poche informazioni dalla Russia soprattutto in merito alla sua famiglia, la moglie Giulia sorella di Tatiana e i suoi due figli. Quindi sia la scrittura sia Tatiana secondo me sono stati essenziali per lui.”

 È così che il ‘calamaio’ del titolo diventa simbolo tangibile di Tatiana e della sua presenza nella narrazione, le sue lettere non sono semplici reperti storici ma l’occasione per scendere nel labirinto dei sentimenti.

Tatiana Schucht è emersa dal dibattito come figura viva e palpitante. “Il fascino di Tatiana è a 360 gradi – dice Raffaele Valentini. – La cosa che mi ha colpito di lei da sempre è la sua presenza fisica nel nostro paese, come se un pezzo di Storia importante ci avesse attraversato. Un pezzo di grande Storia di cui abbiamo poca consapevolezza. Tatiana è stata una figura intellettuale molto acuta, arriva a Turi ai primi di dicembre del 1928, suo cognato Antonio viene recluso a luglio dello stesso anno, lei rimane qui due mesi. Poi ci torna a marzo del 1929 per rimanerci fino a giugno 1930”.

Attraverso le parole dell’Autore e le sollecitazioni di Giampietro, che più volte ha richiamato i personaggi del romanzo, il pubblico ha potuto avvertire il peso della solitudine della donna, prigioniera anch’essa in un orizzonte angusto quale poteva essere quello di un piccolo paese di una provincia del Mezzogiorno, ma allo stesso modo ha avvertito la pietas della gente che l’ha avvolta, quasi a volerla proteggere. “Il mio – ha detto Valentini – non è un saggio storico o politico. L’idea del romanzo parte dalla mia bisnonna Mariuccia che vendeva frutta e verdura  fresca e che aveva conosciuto Tatiana, questa bella signorina straniera che si aggirava per il paese… Mi interessava raccontare come Tatiana o ‘la signorina’ come veniva chiamata qui al tempo, si è inserita nel tessuto sociale del nostro paese realmente. Tutti sapevano di Gramsci in carcere e tutti sapevano perché Tatiana era qui, però veniva accolta con molta benevolenza dai turesi. Molti la proteggevano da pedinamenti e dalle spiate fasciste…purtroppo di Tania abbiamo perduto molte testimonianze orali. La mia bisnonna e pochi altri hanno tramandato testimonianze, ci sono state anche quelle dei secondini dell’epoca, che poi sono state raccolte in articoli del giornale ‘L’Unità’.

Il romanzo è anche la storia di una profonda complicità femminile tra l’io narrante e le altre figure femminili che abitano il racconto. Un ‘io’ narrante femminile, quello di Raffaele Valentini, quasi mimetico e complice con cui ha esplorato un territorio particolare ,quello della capacità delle donne di tessere legami di  cura e protezione. È stata la conduzione chiara ed incisiva di Gianni Giampietro a far emergere tutto questo e a guidare il pubblico nel cuore della narrazione. Merito di Raffaele, aver restituito Tania in tutto il suo valore e la sua autenticità. Sommessa, silenziosa ma paziente e resistente, Tatiana Schucht non un’eroina ma una donna dalla concretezza commovente. Non l’assistente di Gramsci ma “l’architetto della sua memoria”. Senza la sua determinazione, – ha detto Giampietro – l’opera gramsciana non sarebbe mai giunta fino a noi per diventare patrimonio dell’Umanità intera.  

‘La Madonna del Calamaio’ ci consegna Tatiana, protagonista così della nostra memoria collettiva come della grande Storia, l’Autore in chiusura ha detto: “Mi piacerebbe che Tania, in qualche modo, diventasse cittadina turese, magari dedicandole una strada o la cittadinanza onoraria per merito”.

A fine serata, resta la sensazione che Tatiana si sia ripresa il suo posto, al centro di un racconto che parla di noi e della nostra memoria collettiva.

Lia Daddato

Didascalie foto dall’alto: 1) la sala dell’Auditorium; 2) l’autore del romanzo Raffaele Valentini; 3) il giornalista RAI Gianni Giampietro; 4) Lia Daddato, presentatrice della serata (foto di Ilenia Dell’Aera)

Ensemble bassa

‘Passio del Venerdì Santo’ di Veneziano. Il M° Valerio porta all’Auditorium di Turi la grande musica barocca

All’Auditorium comunale di Turi la sera del 29 marzo più volte ho tenuto le orecchie bene aperte ma gli occhi chiusi per immaginare l’atmosfera carica di tesa sacralità delle basiliche barocche napoletane durante i riti della Settimana Santa. Suoni di violini, viole, violoncelli e clavicembalo; voci di soprani, bassi tenori e controtenori avvolte in una nebbiolina d’incenso penetrante, misto a un odore grasso di cera che arde con le molteplici candele a rischiarare navate cariche di decori. Qui a Turi, purtroppo, non è stato possibile eseguire la ‘Passio del Venerdì Santo’ di Gaetano Veneziano in una delle chiese storiche della città, tuttavia l’Ensemble barocco ‘Giovanni Maria Sabino’, guidato dal M° Paolo Valerio – grande esperto della musica barocca napoletana – ha saputo lo stesso trasformare i muri spogli, essenziali, dell’ex-macello comunale in una ideale ‘Real Cappella’ al tempo del Viceregno spagnolo. La Settimana Santa trasformava Napoli, la città più popolosa del continente europeo, in un palcoscenico di solenni processioni, canti e rappresentazioni alla ‘spagnola’. Esse coinvolgevano non solo la metropoli partenopea ma tutte le altre terre del Sud Italia dove la cultura religiosa iberica, carica di patos e spettacolarità, ha lasciato segni tutt’ora evidenti.

Le ‘Passio’ barocche rappresentavano tra Seicento e Settecento il punto più alto del calendario liturgico della ‘Semana Santa’, che nel nostro Sud, come in Spagna, era un momento di profonda immedesimazione con il dramma del Cristo lacerato che sale al Calvario caricato della croce.

La ‘Passio del Venerdì Santo’ di Gaetano Veneziano, eseguita all’Auditorium con spettacolare emozione dall’ensemble di strumentisti e coristi, è stata cercata e trovata da Paolo Valerio – un ‘Indiana Jones’ della grande Musica barocca napoletana – presso l’Archivio dei Girolamini a Napoli: una miniera di preziosi documenti musicali e storici unici, molti dei quali dimenticati, come la ‘Passio’ di Veneziano. Da più di vent’anni il M° Valerio è impegnato a dare alla musica napoletana del periodo barocco il posto che merita, essendo Napoli, una delle capitali della cultura musicale europea, se non mondiale. Cultura musicale di altissimo livello che ha in Giovanni Maria Sabino – sacerdote e musicista nato a Turi sul fine del Cinquecento – uno dei massimi esponenti, se non il punto di partenza di una ‘rivoluzione’ culturale che ha trasformato, modernizzato, la musica planetaria.

La ‘Passio’ di Veneziano, datata al 1685, porta in canto e musica il passo del Vangelo che racconta la Passione di Nostro Signore Gesù Cristo secondo l’evangelista Giovanni, descritta nel percorso drammatico dal Getsemani alla Croce  – “Consummatum est”, tutto è compiuto – la cui composizione in musica “fu richiesta a Veneziano, afferma Valerio, per soddisfare le esigenze cerimoniali della Real Cappella di Napoli il cui calendario liturgico, già di per sé ricolmo di occasioni festive in ogni periodo dell’anno, prevedeva per l’organico della cappella vicereale una fitta serie di esecuzioni durante la Settimana Santa nelle chiese dove doveva recarsi in Vicerè con la corte”.

Nell’Auditorium di Turi, alla fine dell’intensa rappresentazione della Passione di Gesù – appuntamento che s’inquadra nella programmazione del ‘Festival Giovanni Maria Sabino’ –  il numeroso e attento pubblico presente si è tutto alzato in piedi per applaudire non solo una prima eccellente, ma anche la ricerca, lo studio, il recupero di un immenso repertorio musicale antico di grande valore culturale, che è alla base di ciò che più in avanti, tra Settecento e Novecento, sarà il grande melodramma italiano, genere noto ed apprezzato in tutto il mondo. Ricerca, trascrizione ed esecuzione portata avanti da Valerio nel nome di Sabino, a cui l’Amministrazione comunale ha deciso di dedicare lo stesso Auditorium affinché il suo nome sia degnamente onorato nella sua città di nascita.

Giovanni Lerede

Foto del concerto di Giovanni Lerede. Al centro un particolare del ‘Compianto su Cristo morto’ di autore napoletano del XVII secolo, Chiesa San Domenico – Turi (foto Giovanni Palmisano)

il processo 1 . Foto di Franco Deriu

Vito Minoia avvia un percorso con la ‘sua’ Turi. L’11 settembre all’Auditorium lo spettacolo “Il processo” del Teatro Aenigma

Vito Minoia e Teatro Aenigma. Un binomio imprescindibile, che per la prima volta porta a Turi, nella ‘sua’ Turi, uno spettacolo teatrale e, a seguire, altre importanti iniziative che vedranno al centro il Carcere e Gramsci. Una collaborazione tra Minoia e Turi da noi fortemente auspicata da tempo – Vito Minoia è una grande risorsa culturale di caratura internazionale, con radici nella nostra terra – che ora ha trovato terreno fertile per germogliare.

Prof. Minoia, a proposito di Gramsci e di carcere, ci parli un po’ dello spettacolo che sarà presentato l’11 settembre sera a Turi nell’Auditorium Comunale.

«Prima di tutto vorrei ringraziare il Sindaco De Tomaso per aver accolto la proposta di ospitare nella serata di giovedì 11 settembre prossimo “Il processo” dal romanzo di Franz Kafka presso l’Auditorium comunale. Si tratta di un lavoro da me fortemente voluto come direttore artistico del Teatro Aenigma, presentato in Bulgaria e Colombia nel 2024, affidato alla regia e drammaturgia del Maestro Francesco Gigliotti, già docente di teatro al DAMS di Cosenza, formatosi con grandi personalità del Teatro Europeo del Novecento come J.L. Barrault, E. Decroux. L. Lecoq, J. Grotowski. L’idea di messa in scena, che vede recitare lo stesso Gigliotti insieme agli attori Eleonora Andruccioli, Marilù Memeo, Jessica Sorbello, Sergio Persini, è fondata su una attenta e profonda elaborazione espressiva, gestuale e mimica dell’attore protagonista. L’intera performance è costruita come una macchina che si avvicina sempre più al corpo dell’imputato. Joseph K aspetta una sentenza… intanto vive ponendosi delle mete ma ogni volta scopre che nessun sentiero vi conduce. Ogni sentiero si interrompe o si smarrisce, così fino all’inevitabile epilogo violento e tragicomico della sua morte».

Il nostro Carcere come rientra in questo percorso?

«Nella mattinata della stessa giornata lo spettacolo incontrerà i detenuti della Casa di Reclusione di Turi per inaugurare il programma di “Partecipazione e Umanizzazione. Gramsci, carcere, teatro e immaginario letterario” che prevede con la mia direzione nei mesi successivi l’attivazione di due percorsi laboratoriali e altrettanti eventi conclusivi di Teatro Forum in carcere. Un progetto condiviso con la Direttrice Siliberti e l’equipe educativa dell’Istituto e che apre le porte ad una rafforzata collaborazione culturale tra carcere e territorio».

Cosa la lega al nostro paese e che ricordo ne ha dopo aver fatto tanta strada?

«Qui ho trascorso la mia infanzia e adolescenza ed ho parenti e tanti amici che vivono a Turi. Ho un particolare legame con loro. Qui ho iniziato da adolescente a fare teatro (avevo 15 anni) partecipando alla fondazione nel 1979/80 del Teatro Temporaneamente Traballante, una compagnia teatrale dedita per diversi anni alla creazione collettiva e ad una ricerca di tipo antropologico improntata sulla teatralità di piazza  e sulla messa in scena di drammi che in chiave satirica invitavano a riflettere sul rapporto tra civiltà e progresso (il primo spettacolo, dal titolo “Il cane e il suo padrone” denunciava in modo fortemente critico le pratiche di vivisezione). Il mio destino è stato segnato da quell’intensa esperienza, aprendo le porte a studi in Sociologia della Cultura e in Pedagogia del Teatro, poi alla docenza universitaria in Urbino, dove tuttora insegno Discipline dell’Educazione e dello Spettacolo e partecipo a ricerche scientifiche sulle modalità di promozione del teatro sociale come strumento per la ricerca sociologica su problematiche sociali globali». Ma il teatro resta il punto centrale del suo impegno.

«Non ho mai smesso di fare teatro, dagli anni Novanta come regista, poi come autore e direttore artistico di convegni, festival e rassegne internazionali, fondando, sempre a Urbino nel 1990 il Teatro Universitario Aenigma e nel 1996 la Rivista Europea “Catarsi, Teatri delle Diversità” – che tuttora dirigo – attivando studi e ricerche e ricoprendo incarichi di responsabilità in organizzazioni nazionali e internazionali (dal 2011 come presidente del Coordinamento Nazionale Teatro in Carcere, dal 2018 al 2024 come presidente dell’Associazione Mondiale del Teatro Universitario, attualmente come ideatore e Coordinatore dell’International Network Theatre in Prison, organismo Partner dell’International Theatre Institute dell’UNESCO. In questa ultima veste sono stato invitato a Boston, Parigi, Segovia, Shanghai, Montreal, Madeira prima ancora del significativo recente intervento su “Prospettive Culturali, artistiche e socio educative del teatro in carcere” alla Conferenza Mondiale dell’UNESCO su Cultura e Arti in Educazione. La luce che ha illuminato il mio primo approccio al teatro a 15 anni non si è mai spenta e tuttora mi motiva e orienta, così come il ricordo del supporto ricevuto dai miei genitori. Vorrei qui includere anche la passione per gli studi gramsciani…».

Che rapporto ha con la figura di Gramsci?

«Ero un ragazzino quando ho visitato a Turi la cella di Gramsci per la prima volta, stimolato in quegli anni anche da uno straordinario maestro che a scuola, in quinta elementare, mi ha fatto conoscere la storia del movimento antifascista e della Resistenza italiana. Di Gramsci sono tornato ad occuparmi ripetutamente. Nel 2011 ho vinto con un testo teatrale l’XI edizione del Premio letterario biennale nazionale Gramsci organizzato ad Ales dall’Associazione Casa Natale Gramsci, dove sono stato poi invitato ripetutamente a tenere conferenze sul rapporto tra l’intellettuale sardo e la cultura in carcere. A Urbania nel 2016 ho fondato il Premio Internazionale Gramsci per il Teatro in Carcere, giunto alla sua nona edizione, in collaborazione con l’Associazione Nazionale dei Critici di Teatro».

Lia Daddato

TURI (Bari), Giovedì 11 settembre ore 20.30
Auditorium Comunale
(Largo Pozzi)
IL PROCESSO
Spettacolo del Teatro Universitario Aenigma
Dal romanzo di Franz Kafka, direzione artistica di Vito Minoia, regia di Francesco Gigliotti, assistenza alla regia di Romina Mascioli, con Eleonora Andruccioli, Marilù Memeo, Sergio Persini, Jessica Sorbello.

Lo spettacolo è già stato presentato nel 2024 a Urbino, a Urbania per il XXV Convegno Internazionale su “I Teatri delle Diversità” e nei prestigiosi Festival Internazionali “Alter Ego 2024” di Sofia in Bulgaria, XIX Festival Internazionale di Teatro Universitario dell’Ateneo di Caldas, a Manizales in Colombia, Silence Teatro 40 il 3 luglio scorso a Lovere (BG).
Il processo, opera poetica di Franz Kafka, continua ancora oggi a farci riflettere sul tema della colpa primordiale e di come questa possa condurre inevitabilmente l’individuo, vittima innocente, a una condanna”. Con queste parole il regista e pedagogo Francesco Gigliotti, Maestro del Teatro Europeo Contemporaneo, formatosi grazie agli insegnamenti di J. L. Barrault, E. Decroux, J. Lecoq, J. Grotowski, presenta lo spettacolo.
L’idea di messa in scena è fondata su una attenta e profonda elaborazione espressiva, gestuale e mimica dell’attore protagonista. L’intera performance è costruita come una macchina che si avvicina sempre più al corpo dell’imputato.
Joseph K aspetta una sentenza… intanto vive ponendosi delle mete ma ogni volta scopre che nessun sentiero vi conduce. Ogni sentiero si interrompe o si smarrisce, così fino all’inevitabile epilogo violento e tragicomico della sua morte.

Per i biglietti (ingresso unico 10€) prenotazioni al tel 3297218097. Potranno essere ritirati o acquistati dalle ore 17:00 dell’11 settembre, presso l’Auditorium Comunale in via Indro Montanelli (largo Pozzi) a Turi.

Didascalie foto: 1) Un’immagine dello spettacolo “Il processo”, tratto dal romanzo di Kafka, in scena ad Urbino nel 2024; 2) Vito Minoia con la compagnia ‘Lo Spacco’, Casa Circondariale di Pesaro, 2011 (foto Franco Deriu); 3) Vito Minoia (foto Lella Gandini); 4) il manifesto dello spettacolo che si terrà a Turi l’11 settembre prossimo.