
Si è aperta sabato 26 luglio la XV edizione del Festival del Belcanto di Turi, rassegna ideata dal suo direttore artistico, il M° Ferdinando Redavid, e dall’Accademia Chi è di scena!?, con la messa in scena dell’opera emblema del verismo musicale italiano “Cavalleria Rusticana”, di Pietro Mascagni, presso l’atrio dell’ITC Pertini-Anelli di Turi, con il patrocinio della Regione Puglia e del Comune di Turi, la collaborazione del Taranto Opera Festival e l’importante sostegno del main sponsor ‘Cultura e Armonia’, con la Willy Green Technology Srl.
La scelta dell’opera lirica da portare in scena è ricaduta nuovamente dopo la rappresentazione del 2021, sull’opera tratta dall’omonima novella di Giovanni Verga, con riduzione in libretto da parte di Giovanni Targioni-Tozzetti e Guido Menasci, e composta dal compositore livornese Pietro Mascagni, mentre risiedeva in terra di Puglia, nella bella Cerignola. L’opera risultata essere la vincitrice, nel 1888, del 2° Concorso per atti unici di compositori italiani esordienti, promosso da Edoardo Sonzogno editore della Casa editrice Musicale Milanese, venne rappresentata per la “Prima” il 17 maggio 1890 al Teatro Costanzi di Roma, divenendo un successo mondiale e aprendo la stagione del Verismo e della “Giovane Scuola Italiana” di cui Sonzogno fu il più attivo promotore, commissionando, pubblicando e allestendo anche all’estero numerose opere di altri compositori destinati a notevoli successi. La scelta è stata dettata dalle celebrazioni in questo 2025 dell’ottantesimo anniversario della morte del compositore livornese avvenuta il 2 agosto 1945, ed a proposito lo scrivente vuole ricordare brevissimamente la grande figura del professore Cesare Orselli, docente di “Storia del Teatro musicale e di Storia ed Estetica della Musica”, autore della pubblicazione “Pietro Mascagni”, quale suo massimo studioso, purtroppo venuto a mancare nel marzo di quest’anno e che ricordo, proprio nel 2021 in occasione dell’XI Festival del Belcanto, nelle due serate preparatorie all’ascolto attento della Cavalleria rusticana, ci deliziò con la sua approfondita conoscenza sull’opera.

Raccontando della serata
Grande merito va dato al regista Luigi Travaglio che potendo anche avvalersi di uno scenografo del calibro di Damiano Pastoressa, non ha stravolto l’opera con quelle tanto diffuse regie minimaliste e scarnificate dei nostri giorni nostri, con rappresentazioni sistematicamente snaturate e decontestualizzate, garantendo nel nostro caso, invece tutta la necessaria profondità al messaggio dell’Opera, e all’evolversi del dramma, concetto questo che vede da qualche tempo, d’accordo buona parte della critica.
Le note del Preludio intonate dall’Orchestra del Taranto Festival, ottimamente diretta dal maestro Ferdinando Redavid, hanno introdotto il pubblico in punta di piedi nell’atmosfera sonnecchiante di del paese siciliano di Vizzini e delle sue campagne al primo albeggiare della Domenica di Pasqua, seguito dal suono delle campane a festa che scandisce il ritmo della vita di paese e riannoda i fili di quella società arcaico-rurale protagonista della novella verghiana, della quale la musica di Mascagni, riesce a incarnarne appieno gli odori, i colori, i sentimenti contrastanti e passionali, che l’accurata direzione del maestro Redavid, riesce a cogliere e trasmettere al pubblico. Sentimenti che divampano e tengono il pubblico col fiato sospeso nel vorticoso concatenarsi di eventi e tragiche fatalità, proprio come nella miglior tradizione del teatro greco-antico, con lo sviluppo della trama affidato attivamente anche al “Coro Tarenti Cantores” diretto dal M° Tiziana Spagnoletta, che con trasporto ha interpretato le arie, “Gli aranci olezzano” e “In mezzo al campo tra le spighe d’oro” con le donne appena uscite dalla chiesa e gli uomini tornati in paese dalle campagne. Magistralmente evocativa è stata l’aria “Inneggiamo, il Signor non è morto”(Regina Coeli), canto intriso della spiritualità e sacralità dei Riti della Santa Pasqua, alla quale si antepone il dramma carnale della passione e della gelosia ma anche del disonore e della vendetta che va ad aumentarne il ‘pathos’. I protagonisti entrano poco per volta in scena a partire da Turiddu interpretato magistralmente dall’ormai certezza nel panorama lirico nazionale, Ugo Tarquini, mentre intona la serenata dedicata a Lola intitolata “la Siciliana”, il tutto sotto gli occhi celati della sua fidanzata, un’atterrita Santuzza interpretata dalla straordinaria Valentina De Pasquale, la quale si reca presso la locanda di Mamma Lucia, madre di Turiddu, il cui personaggio è stato intensamente reso al pubblico, dall’esperta mezzosoprano turese Angela Alessandra Notarnicola, intenta a preparare il vino per i festeggiamenti che avranno luogo in piazza dopo la messa. All’invito della donna a entrare in casa, la ragazza rifiuta, rivelandole un’amara verità: Turiddu la tradisce. Prima di partire per il servizio militare, il ragazzo si era promesso a Lola, che tuttavia per il protrarsi della leva, stanca di aspettare, dopo un anno si era sposata con Alfio. Al suo ritorno, per ripicca, Turiddu si era allora fidanzato con Santuzza, ma successivamente aveva preso ad approfittare delle assenze di Alfio per riannodare una relazione clandestina e libertina con Lola. Lucia non crede alle parole di Santuzza, ma il loro discorso è interrotto dagli schiocchi di frusta e dai sonagli annunzianti la baldanzosa entrata in scena del carrettiere Alfio, interpretato dal baritono d’impatto, dalla voce potente Cesare Kwon, ottimamente calato nella parte, che intona la spigliata e briosa canzonetta “Il cavallo scalpita”. Poco dopo, arriva lo stesso Turiddu, che insieme con Santuzza danno passionalmente vita al duetto clou dell’opera “Tu qui, Santuzza” nel quale l’una accusa, l’altro reagisce con ira non sopportandone la gelosia, in un rapido crescendo interrotto dall’intonazione in lontananza dello stornello “Fior di giaggiolo” da parte dell’agghindata Lola, interpretata da Marcella Diviggiano, soprano dalle buonissime doti vocali e dall’ottima presenza scenica, la quale provoca Santuzza, con Turiddu che ha il suo bel da fare per fermare l’ira di Santuzza, la quale all’apice del parossismo scaglia su Turiddu la maledizione “A te la mala Pasqua, spergiuro!”

Poi riappare in scena compare Alfio, che chiede a Santuzza dove sia sua moglie venendone a scoprire l’intera tresca. S’apre cosi il duetto nel quale da una parte Santuzza pentita si dichiara infame per aver denunciato gli amanti, dall’altra il carrettiere duramente colpito nell’onore in preda all’ira giura ripetutamente che avrà la sua vendetta, uscendo di scena.
Con questi stati d’animo contrastanti ci si avvia dunque al celeberrimo intermezzo orchestrale, che separa le due parti dell’atto unico. Qui Mascagni realizza una grandiosa pagina della storia dell’orchestrazione, con l’intermezzo sinfonico composto di una prima parte preludiante con sonorità celestiali affidate ai violini e all’oboe solista e di una seconda parte caratterizzata invece da una melodia di grande intensità, affidata sempre ai violini, ma accompagnati dall’arpa, riuscendo nell’intento di dipingere, come in un grande affresco, l’ambientazione del dramma che si svolge nel santo giorno della Domenica di Pasqua, rapendo l’ascoltatore in trance, e inducendolo a passare in rassegna tutti gli affetti viventi e vissuti della sua esistenza, ripercorrendoli con pathos, letizia, dolore, speranza, delusione, e infinita commozione.
L’ultima parte dell’unico atto s’apre con i paesani tutti o quasi che si recano all’osteria di Lucia, dove Turiddu intona uno stornello popolare “Viva il vino spumeggiante” brindando alle gioie della vita, (per lui le ultime). In piazza ritorna Alfio, al quale Turiddu ignaro, offre un bicchiere di vino, che questi rifiuta sdegnosamente, e tutti comprendono che voglia sfidare il rivale. Turiddu accetta la sfida e getta per terra il vino appena versato. Inizia l’inesorabile cerimoniale della “Cavalleria Rusticana” che vede le donne scappare impaurite con la Lola in evidente disagio, e gli uomini a creare capannelli vocianti attorno ai due imminenti contendenti all’arma bianca. Mentre l’orchestra tace, i due s’abbracciano e Turiddu morde l’orecchio destro di Alfio che chiede “soddisfazione”. Turiddu sa di essere nel torto e si lascerebbe anche uccidere per espiare la propria colpa, ma non può lasciare sola Santuzza, disonorata dal suo tradimento, dunque combatterà con tutte le sue forze secondo la legge d’onore.
Prima del duello Turiddu chiama la madre per essere benedetto e raccomandarle Santuzza se non dovesse tornare, poi corre via. Lucia atterrita comprende solo allora quanto fossero vere le parole di Santuzza, e mentre le due donne si abbracciano già in preda alla disperazione, nel silenzio dell’orchestra, un urlo agghiacciante dapprima lontano, s’ode dalla campagna, seguito da un secondo molto più vicino, straziante e funesto, lanciato da una popolana accorsa dalla campagna nella piazza del paese “Hanno ammazzato compare Turiddu” con le donne del paese che accorrono in piazza per stringersi attorno alle due donne e gli uomini che si affrettano a raggiungere il luogo del duello, con l’orchestra che sottolinea il grande dramma di Santuzza, riprendendone e scandendone fortissimamente in un turbinio finale il tema della maledizione da essa lanciata, ed il suo rapido ed inesorabile compimento.

Premio Belcanto a Colaianni
La serata è stata introdotta con verve, senza fronzoli, dalla versatile e brava Ivana Pantaleo, attrice ed eco-stilista, che ha anche introdotto e condotto il secondo appuntamento della kermesse, dedicato al conferimento del XV Premio Festival del Belcanto, realizzato dall’artista turese Fabio Basile, che come da tradizione e volontà del direttore artistico, celebra le personalità musicali pugliesi distintisi nel panorama lirico internazionale, divenendo ambasciatori del belcanto pugliese nel mondo. Serata tenutasi sabato 2 agosto presso Piazza Antico Ospedale, con la consegna del premio “alla carriera”, al celebre baritono Domenico Colaianni, artista di straordinario spessore e sensibilità musicale, da più di trent’anni figura di spicco della scena lirica italiana e internazionale. Nato a Bari, e diplomato con lode al Conservatorio “N. Piccinni”, Colaianni ha calcato i palcoscenici di teatri prestigiosi come la Scala di Milano, San Carlo di Napoli, Regio di Torino, Fenice di Venezia e molti altri. Interprete raffinato e ricercatore di repertori rari, è anche docente di canto presso il Conservatorio “N. Piccinni” di Bari, contribuendo alla formazione delle nuove generazioni di artisti lirici. Il pubblico ha avuto il privilegio di ascoltarlo dal vivo durante la serata, accompagnato al pianoforte dalla Maestra Barbara Rinero. Ma il più grande privilegio l’hanno sicuramente i suoi allievi, in cui egli cerca di non crear mai false illusioni, visto l’alto grado di impegno e sacrificio occorrente per raggiungere, certi traguardi. Due giovani promesse allievi del maestro barese, il soprano Joscelyne Kanynda ed il tenore Giuseppe Settanni, si sono esibiti durante la serata ed hanno chiuso cantando insieme accompagnati dal maestro, in un finale che è stato molto emozionante.
Pietro Pasciolla
Didascalie foto: 1) Serata Premio Belcanto, da sinistra: Settanni, Rinero, Kanynda, Colaianni, Pantaleo e Redavid; 2) Santuzza, Turiddu e Lola, “Tu qui, Santuzza – Fior di giaggiolo”; 3) Santuzza e Alfio, duetto “Il Signore vi manda, compar Alfio”; 4) Il baritono Domenico Colaianni con l’ambito Premio Belcanto di Turi.
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