Giuseppe Conversi ‘il Materano’, da Turi a Valenzano. Tra chiese, conventi e cappelle rurali

Giuseppe Conversi a 15 anni è già “pittore di professione”. Lo attesta il ‘Catasto’ – il registro fiscale istituito dai Borbone nel Settecento – che assegna al ragazzo una rendita di 7 once, – “un’industria di oncie 7” – l’unità di misura sulla quale si calcolava il peso delle tasse dovute al governo di Napoli dagli artigiani (al padre Donato Paolo la stima assegna 14 once). Con i parametri di oggi, 15 anni ci sembreranno davvero pochi, ma al tempo a quell’età si lavorava già da tempo e si metteva su famiglia, non c’era molto da aspettare. Dunque Giuseppe produce un suo reddito derivante, con tutta probabilità, da qualche commessa ‘minore’ – quadretti di devozione domestica, ad esempio – ma forse anche da compartecipazioni ai lavori commissionati al padre, perché al giovane doveva essere assicurato un futuro autonomo.

• Cosa produce Giuseppe a Turi?

Al momento possiamo lavorare d’ipotesi, di deduzioni, seguendo i pochi indizi a disposizione, non essendoci esplicite indicazioni documentarie sulla sua attività nella bottega paterna a Turi. Donato Paolo, quando è interrogato per la compilazione del ‘Catasto’ dichiara di avere 53 primavere, cariche d’impegni portati a termine ma anche di dolorose perdite d’affetti. Il peso della vita è già tanto – all’epoca a 50 anni si era già anziani – e perciò possiamo immaginarlo ricevere l’incarico dai Padri Scolopi di realizzare due tele ovali con una certa riluttanza. Siamo nel 1751 e questa è l’ultima commissione riconducibile a lui o alla sua bottega. La vista sta cedendo, la mano non è più ferma come una volta, allora perché non farsi aiutare da Giuseppe, che già sa il fatto suo? Questo passaggio di testimone, al di là delle libere congetture anagrafiche, lo deduciamo dalla genericità della firma che accompagna una delle due tele gemelle del presbiterio di San Domenico, cioè quella raffigurante “San Domenico mentre brucia i libri eretici”, dove è segnato solo il cognome “Conversi fecit” e non anche il nome come in tutte le altre tele di Donato Paolo. È un modo per comunicare un lavoro realizzato in famiglia? Gli ovali degli Scolopi sono da considerare una pittura solo di Giuseppe o di entrambi?

A destra dell’altare maggiore, “Sant’Antonio e la mula adorante l’Eucarestia” ci conferma come i due ovali siano composizioni che registrano un deciso cambiamento di stile rispetto alle tele firmate ‘Donato Paolo Conversi’. Esse, infatti, appaiono più fresche, più colorate, più dinamiche; le figure si ‘agitano’ in gesti più naturali, i Santi sono meno ieratici, più umani mentre agiscono in ambientazioni urbane che appaiono riprodotte dal vissuto dell’autore, niente a che vedere con le statuarie figure dipinte anni prima per i Riformati, – “Simmate”, “Carmine”, “Santa Teresa” – sicuramente di Donato Paolo e ancora così legate allo schema compositivo della pittura seicentesca, dal quale il pittore lucano non sembra mai discostarsi, restando sempre fedele ad una comunicazione controllata, gerarchica, rigorosamente aderente alle ‘Scritture’ ufficiali e alle imposizioni della Controriforma. Un modo di fare che è assai distante dalla luminosa teatralità scenica della pittura settecentesca, che un po’ s’intravede negli ovali scolopiani.

A Giuseppe, o comunque alla bottega dei Conversi, azzarderei assegnare anche i due piccoli ovali raffiguranti “Miracoli di San Giuseppe Calazanzio”, dipinti su tela della metà del XVIII secolo della Chiesa di San Domenico da poco restaurati e portati in Chiesa Madre, che restituiscono un insieme, tra composizione e colori, a mio parere non distante dai modi dei Conversi. Con più convinzione accosterei a Giuseppe i tre “Miracoli di Sant’Antonio” della cappella del Santo nella chiesa conventuale di San Giovanni Battista a Turi. Intanto sono su muro, cioè realizzate direttamente sull’intonaco secco, e questo è un indizio importante a proposito di Giuseppe che ha lasciato per lo più pitture murarie. Le scene, anch’esse in forma ovale, sono purtroppo rovinate e maldestramente offuscate da interventi di laccatura con vernici sintetiche, tuttavia ancora abbastanza riconoscibili. Sono tre sorprendenti “Storie di Sant’Antonio”: 1) l’autolesionistico taglio di un piede, pietosamente riattaccato all’arto dal Santo rimasto colpito dal sincero pentimento del giovane protagonista, il quale aveva preso a calci la madre; 2) la resurrezione ‘temporanea’ a Lisbona di un assassinato, riportato in vita da Fra Antonio affinché potesse discolpare suo padre dall’accusa di omicidio; 3) la visione nella casa sull’albero a Camposampiero, dove Fra Antonio, vede Gesù Bambino.

Questi tre dipinti murari, meritevoli di un accurato restauro, nell’impostazione compositiva e cromatica, evidenziano una familiarità stilistica con gli ovali (su tela) di San Domenico – stesse ambientazioni, stessi arti gesticolanti, stesse espressioni nei volti – ma ancora di più con le pitture su muro che Giuseppe Conversi firmerà a Valenzano e in alcuni luoghi poco distanti da Turi.

• Le storie francescane di Valenzano

“IOSEPH CONVERSI PINXIT PRO SUA DEVOTIONE”. Questa ‘firma’ è in bella evidenza tra le vivaci pitture del chiostro che affianca la Chiesa parrocchiale di Santa Maria di San Luca a Valenzano, esattamente nella scena della “Venerazione di San Francesco” posta nella quarta lunetta nei pressi dell’ingresso che dà sulla grande piazza dedicata a Frate Francesco, dove spicca l’altissimo campanile dell’ex-complesso conventuale dei Frati Minori Riformati, edificato dagli inizi del XVII secolo da un benefattore locale. Varcato il cancelletto, si entra in un portico a tre braccia voltato a botte, ricchissimo di dipinti: 21 lunette raffiguranti episodi della vita dell’Ordine di San Francesco; tra una storia e l’altra e sui 9 pilastri sono, invece, dipinte 28 figure, tra Santi, Beati e Martiri francescani. Le molteplici immagini sono raccordate tra loro da un apparato decorativo a finto marmo, con elementi vegetali e piccoli paesaggi. Le sequenze di questo vivace ‘film’ pittorico di 133 mq, dove non mancano scene ‘horror’, databile alla seconda metà del XVIII secolo, riportano in basso didascalie e precisi riferimenti alle committenze: ecclesiastici e famiglie benestanti di Valenzano, Capurso, Ceglie e altri paesi vicini, indicati con il blasone, il nome e il luogo di provenienza.

Non vi è alcun dubbio che l’autore di questo ciclo di tempere su intonaco secco sia Giuseppe Conversi, come attesta prima di tutto la firma in grande evidenza nella lunetta della “Venerazione” e come attesta anche lo stile pittorico.

Questa di Valenzano è l’opera più significativa del pittore turese il quale, con ogni probabilità, allo svoltare della metà del secolo, scomparsi gli adulti della famiglia – i genitori e uno zio prete convivente – non avendo più commesse nè appoggi in loco, poté lasciare Turi per trasferirsi a Valenzano non solo per eseguire più agevolmente l’impegnativa opera decorativa per i Riformati, ma forse anche per congiungersi in matrimonio con la cognata Domenica Liuzzi, rimasta vedova di Giovanni Battista, fratello maggiore di Giuseppe. Un’ipotesi verosimile, ma ancora tutta da verificare.

Le 50 ‘storie’ multicolori del chiostro di Valenzano ci parlano dell’impronta stilistica sull’arte di Giuseppe di suo padre Donato Paolo, unico suo maestro. Sorprendente, ad esempio, è la somiglianza della lunetta con “San Francesco che riceve le stimmate” con l’omonima tela a olio della Chiesa San Giovanni Battista a Turi, firmata da Donato Paolo e databile agli anni ’30 del XVIII secolo. Allo stile paterno sono riferibili quel modo di raffigurare mani ossute e quei volti giocondi con labbra strette e rosso fuoco. E poi il disegno ancora rigido, a volte ingenuo, delle figure e lo stile decisamente didascalico, fumettistico della composizione, pur declinato da Giuseppe in forme più moderne, tuttavia richiama ancora lo stile paterno. Le vite dei Santi (e Sante), a Valenzano come a Turi – come vedremo anche nelle cappelle rurali – sono per Giuseppe come i teli srotolati dai cantastorie girovaghi, con miracoli ed episodi di vita raffigurati sempre con cruda essenzialità, in uno stile certamente non raffinato, colto, ma proprio per questo più confacente al linguaggio semplice dei frati francescani, di sicuro e immediato impatto popolare.

Giunto fino a noi senza troppo danno, a differenza di quello del convento dei Riformati di Turi il ciclo pittorico di Valenzano è ancora in gran parte visibile anche grazie ad un ampio restauro condotto nel 2002 da Maria Gaetana di Capua, lavori che interessarono anche altre pitture murarie presenti nell’attigua chiesa. E qui, negli ambienti del coro, il Catalogo generale dei Beni Culturali del Ministero della Cultura censisce altre opere di Giuseppe Conversi, più precisamente una lunga serie di ritratti di uomini di Chiesa dipinti a olio su legno per decorare la sala riunione dei frati. Una mole importante di lavoro, dunque, quella commissionata al pittore dai Padri Riformati valenzanesi, che ben supporta l’ipotesi avanzata prima di un trasferimento abitativo di Giuseppe a Valenzano, senza però abbandonare mai del tutto la zona di Turi dove realizzerà altri lavori artistici.

• Gonnelli e Riccardi, cappelle rurali intorno a Turi

Giuseppe fu decoratore di muri non solo nei chiostri ma anche nelle cappelle rurali. E delle tante chiesette del nostro contado, sempre affiancate da belle masserie, due sono state sicuramente abbellite, sacralizzate, con immagini di Santi e Madonne dipinte dal nostro pittore. L’itinerario sulle tracce della sua arte ci riporta nei pressi di Turi, in una fetta di territorio che fino a un secolo fa era parte del territorio comunale e che ora appartiene a Sammichele di Bari. Sto parlando della Masseria Gonnelli (o Gonnella come la chiamano i sammichelini), di fronte alla quale, al bordo opposto di una vasta aia vi è una cappella isolata, appena visibile dalla strada provinciale Turi-Gioia in quanto nascosta da una folta macchia mediterranea (il bosco Gonnelli).

La settecentesca chiesetta – la masseria ha origini più antiche ma nel XVIII secolo è riqualificata e ingrandita – appare come una costruzione piuttosto allungata con una facciata rettangolare arrotondata in alto e con decorazioni molto semplici, lineari. Oltre il portale d’ingresso, sormontato da una nicchia e una finestra, troviamo un’aula decisamente spoglia, con un unico altare in pietra scolpita appoggiato sulla parete di fondo, sormontato da una fastosa pittura a coprire tutto il muro fino alla volta e illuminata da due finestrelle laterali poste in alto. Al centro di un trompe l’oeil dipinto, che finge architetture mistilinee rococò, marmi rosati e stucchi, cornici dorate e rossi tendaggi, è un’immagine sacra con la Madonna e Gesù Bambino su una soffice nuvola in abiti leggeri e svolazzanti, con attorno angioletti; in basso, le figure simmetriche devozionali di San Nicola di Bari (a sinistra) e San Vito Martire con il tipico cagnolino (a destra). Sia il Bambino sia un angelo reggono tra le mani spighe di grano a simboleggiare la richiesta alla SS. Vergine della protezione sui campi e sui raccolti. La tempera mostra ben evidente tutto lo stile di Giuseppe Conversi, anche se l’opera è datata ma non è firmata. Nel cartiglio in basso troviamo scritto: “TOTA PULCRAES MARIA 1753”. Ma il linguaggio figurativo e cromatico di questa pittura dai toni decisamente caldi è senza dubbio dei Conversi, lo dice anche il confronto con un’altra decorazione in cappella, questa volta firmata.

Adiacente alla bella Masseria Riccardi, posta poco distante dalla statale 172, oltre i binari, nel tratto tra San Pietro Piturno e Putignano, vi è una cappella rurale datata 1764 con la facciata bassa sormontata da un campaniletto a vela e il tetto a croce greca ricoperto a ‘chiancarelle’, al cui interno si trovano varie pitture di Giuseppe. Esse sono datate 1765 e sono sovrapponibili in toto a quelle della Masseria Gonnelli. In fondo alla piccola aula, intorno a un bell’altare di pietra riccamente scolpita, vi è riprodotta a tempera su intonaco secco una decorazione ‘illusoria’ ben equilibrata che, tra architetture marmoree, decorazioni dorate e medaglioni tutte simulate con la pittura, racchiude alcune immagini sacre anch’esse tutte dipinte sul muro. Al centro della decorazione d’altare, un Crocifisso sormonta la figura della Madonna del Monte Carmelo con i riconoscibili ‘abitini’ e tante testoline d’angelo. In basso, sotto la nuvola, tre Santi e le Anime del Purgatorio: a sinistra è San Giuseppe con il bastone fiorito e ai piedi lo stemma del committente; al centro San Giovanni Battista con l’agnello e dietro di lui San Biagio in abiti vescovili. Ai lati, due ovali sorretti da angeli con San Francesco da Paola e Sant’Antonio da Padova. Altre pitture sono sulla volta e sulle pareti laterali e raffigurano altri Santi legati alla devozione padronale, tra cui San Vito, San Domenico Soriano, Santa Barbara. Lo Spirito Santo è al centro della ‘stella’ creata dall’incastro tra le due volte ‘a botte’. Tutte le pitture sono state recentemente restaurate da Rocco Colucci e risplendono nei loro colori originari.

Singolare è qui la firma del pittore, che il restauro ha messo maggiormente in risalto: “IOSEPH CONVERSI A MATERA PINGEBAT. A.D. 1765”. Il pittore Giuseppe Conversi, nato a Turi da un materano e una turese, ormai trentenne sembra voler riscoprire le radici altomurgiane e le dichiara apertamente definendosi ‘di Matera’. Non sappiamo il motivo di questa scelta che a noi turesi può sembrare un ‘tradimento’, ma possiamo immaginare che non si tratti di radici rinnegate ma un segno di legami spezzati, svaniti, non avendo Giuseppe a Turi più nessuno a cui far riferimento (la sorella scompare proprio nel 1765). Trasferito a Valenzano, è probabile che Giuseppe abbia voluto richiamare le radici paterne evidentemente avvertite come più solide, più naturali avendo lì la propria parentela. Matera, dopotutto, era all’epoca una città importante essendo il capoluogo della Provincia di Basilicata e rivendicarla come luogo delle origini poteva essere un segno di prestigio.

Non sappiamo quanto durerà ancora il suo percorso artistico, oltre il 1765 al momento non è stato individuato altro lavoro riconducibile al nostro pittore. Sappiamo, però, che la sua produzione, firmata o attribuita, è già abbastanza per indicarlo come un pittore che ha lasciato una buona traccia di sé. Traccia che è memoria di un concittadino a cui il Comune di Turi tempo fa ha dedicato una strada. Noi, che studiamo e scriviamo sulla storia di questo paese, abbiamo voluto dedicare a lui questo inserto.

Giovanni Lerede

Fonti

Oltre le mie ricerche, su Giuseppe Conversi ho trovato pubblicati alcune foto e pochi cenni sparsi, più che altro legati al chiostro di Valenzano (Catalogo dei Beni Culturali Italiani). Per questo inserto ho perciò attinto notizie principalmente dai miei appunti di ricerca e da:

• Giovanni Lerede, “I Conversi tra Matera e la Puglia. Giovanni Battista, Giuseppe, Vito Antonio e Donato Paolo: luoghi e opere di una famiglia di pittori del ‘700”, in ‘Sulletracce’, quaderno n. 6 del Centro Studi di Storia e Cultura di Turi, Schena Editore, Fasano 2003.

• Giovanni Lerede, “Giuseppe Conversi. Tutto suo padre!”, in ‘il paese’/settembre 2009.

• Maria Gaetana di Capua, “Relazione finale del restauro dei dipinti murali del chiostro del Convento di S. Maria di S. Luca in Valenzano”, 2002 – Archivio G. Lerede.

• Luigi Mongiello e Giovanni Mongiello, “La religiosità nel parlato architettonico della Murgia dei Trulli”, in ‘Umanesimo della Pietra/luglio 2001.

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