
La tela della Madonna con il Bambino e i Santi Fabiano e Sebastiano è tornata a mostrare con sorprendente vivacità i suoi colori, svelando inoltre parti finora nascoste. L’anonimo pittore della prima metà del Seicento raffigura qui la Vergine Maria che offre al mondo il suo seno, fonte di nutrimento spirituale, ma anche materiale. La cosiddetta ‘Madonna del Latte’, che protegge il parto – passaggio non scontato in passato, che spesso portava alla morte – e rende abbondante il nutrimento materno, in passato aveva una così forte presa popolare da resistere alle proibizioni maturate con il Concilio di Trento, che non tollerava più l’idea di Maria ‘messa a nudo’. A Turi l’impatto ‘carnale’ del seno che fuoriesce dalla veste rosa di Maria, appare tuttavia attenuato dallo stuolo di angeli e angioletti tutto intorno e riporta così, la Vergine, ad un ruolo esclusivamente spirituale avvolta com’è in una luce calda divina non terrena. La nube, invece, è poco eterea e gli angeli che vi si appoggiano sembrano zavorre.
Più interessante dal punto di vista della resa formale e cromatica è la figura in piedi a sinistra, San Fabiano papa, martire dei primi secoli del Cristianesimo, vittima a Roma delle persecuzioni imperiali. Esso ha tutti i segni del comando di un papa re del XVII secolo – un angioletto ha tra le mani il triregno, un altro regge il pastorale (la ferula con croce tripla) – niente a che vedere, dunque, con i Vescovi di Roma costretti alla semiclandestinità, incarcerati e lasciati morire di fame, come nel caso di Fabiano. Per rendere i Santi riconoscibili, secondo i modelli stabiliti dalla Chiesa, i pittori erano tenuti a calare i personaggi nel presente, estraendoli dal loro contesto storico per essere caricati di attributi iconografici facilmente decifrabili. Al contrario della Vergine, che mi pare più approssimativa soprattutto nella resa del volto, in San Fabiano il pittore mostra una maggiore cura del dettaglio, ad esempio quello delle vesti liturgiche (del piviale fiorato in particolare) e del volto barbuto; tuttavia, come nella Madonna, il gioco di luce e d’ombra sulle pieghe dei tessuti appare piuttosto rigido, geometrico, lontano dalla morbidezza che solo i maestri della pittura sanno dare ai tessuti.
Non convince, invece, il San Sebastiano legato al tronco e martoriato di frecce. Pur riacceso dal restauro, il corpo giovanile del Martire denota un’anatomia piuttosto approssimativa nella resa della muscolatura. Ma qui interessante è capire, interrogando l’agiografia, cosa rappresentano le due donne dietro il Santo, che la mano esperta dei restauratori ha reso nuovamente visibili. Il ‘Martirologio’ romano ci viene in soccorso. Si racconta che il soldato imperiale Sebastiano, segretamente cristiano, venne scoperto e condannato a morte dall’imperatore Diocleziano; colpito da molteplici frecce (il suo ‘segno’ di riconoscimento principale) miracolosamente rimane in vita ma è creduto morto dal plotone e abbandonato. Irene di Roma (poi santa) gli andò in soccorso e lo curò. Non a caso Irene, nella tela di Turi, ha tra le mani un porta unguento mentre si fa accompagnare da un’altra pia donna, non menzionata però nel ‘Martirologio’. In seguito, però, Sebastiano è nuovamente arrestato e questa volta messo a morte senza scampo.

• Il committente e il blasone
Nella tela della Chiesa Madre di Turi si registra un’altra scoperta interessante, ma enigmatica: il blasone in basso al centro recante, su fondo celeste-argenteo, un’aquila a due teste coronate con al centro uno scudo di piccole dimensioni a strisce orizzontali di azzurro e argento. A chi appartiene? Quando è stata realizzato il quadro?
Sebastiano, come sappiamo, è il Santo invocato dal popolo a protezione dalle pestilenze e sappiamo quanto il Seicento sia stato il ‘secolo della peste’. Ed è in questo secolo che il quadro è commissionato per adornare un altare della Collegiata turese. “… (la) Cappella dedicata a S. Sebastiano…è di juspatronato e ebbe come fondatore D. Sabino di Vitullo…ha un altare in pietra sul quale c’è una tavola di legno, con pietra sacra, le tovaglie, due candelabri di legno argentati e con un panno di color bianco e cremisi e sul detto altare c’è l’immagine della beata Vergine Maria e intorno alla cappella si sono altre immagini di santi e sante…”. Nel resoconto della ‘Santa Visita’ del Vescovo Capulli dell’agosto 1606, si apprende anche il nome del cappellano dell’epoca, D. Giacomo Lezze, che ha “l’onere di due Messe la settimana” in suffragio dell’anima del fondatore. Dalla visita pastorale di mons. Palermo, del settembre 1659, apprendiamo altri dettagli collegabili alla tela di cui stiamo parlando. A fianco della Cappella dei SS. Medici, si legge nel verbale: “…c’è l’altare dei Santi Fabiano e Sebastiano con le immagini dei santi Titolari. Su questo altare è fondato il legato juspatronato della famiglia Lezza e vi celebra il canonico Giovanni Lezza. L’impegno del beneficio è quello di celebrare 104 Messe annuali per il fondatore e ancora 52 per la defunta Pasqua d’Urso e solo 4 per la defunta Caterina Cecere” (o Cecire), che poi è madre del musicista e compositore Giovanni Maria Sabino.
Le poche note del 1659 appaiono più riconducibili alla nostra tela della ‘Madonna del Latte’, in quanto si fa esplicito riferimento anche ai Santi Martiri rappresentati e non solo alla “beata Vergine Maria” come nel resoconto del 1606. Un altro elemento da valutare è la peste. Sappiamo che Turi e la Terra di Bari furono investite dalla morte pestifera sia intorno al 1630 sia intorno al 1650. È perciò plausibile, che questa pittura devozionale sia stata realizzata a ridosso di una delle date sopra indicate, quale ringraziamento per il pericolo scampato o attenuato nelle conseguenze grazie all’intervento della Vergine – misericordiosa e protettiva – e dei Martiri.
A questo punto è lecito però chiedersi: chi ha pagato questa immagine? Nel 1659 la ‘Santa Visita’ dice che la famiglia Lezza (o Lezze/Lezzi) è titolare del beneficio dei Santi Fabiano e Sebastiano, tuttavia lo stemma riemerso durante il restauro sembra rimandare ad altro. L’aquila a due teste coronate è il sigillo degli Asburgo di Spagna, che nel XVII secolo sono padroni di mezza Italia; questo particolare non da poco porta a ipotizzare per la nostra tela possa aver avuto una committenza collettiva. Nel Seicento, infatti, le autorità locali (ma anche le ricche famiglie) a volte rendevano omaggio al re riportando nelle tele il simbolo della famiglia regnante quale segno di sottomissione all’autorità della corona. È un’ipotesi forse azzardata, tuttavia maturata tenendo anche conto della modesta condizione della famiglia Lezza/Lezzi, beneficiaria dell’altare: essi erano sicuramente tra i maggiorenti del paese ma non così potenti da potersi permettere l’utilizzo dell’aquila imperiale senza un particolare motivo, che potrebbe essere, appunto, quello di un sottomesso omaggio all’autorità del re di Spagna.

• Il pittore e l’originaria collocazione
Escluderei che l’autore della tela, non firmata, possa essere un maestro del pennello. La resa complessiva della sacra composizione farebbe pensare, piuttosto, a un pittore minore, un ‘copista’ locale magari influenzato dalla pittura di Gliri, Rosa o Altobello (esponenti di spicco della florida ‘Scuola Bitontina’) ma non necessariamente allievo di uno dei tre.
Sulla originaria collocazione in Chiesa Madre della tela possiamo essere invece molto più precisi. Le ‘Sante Visite’ testimoniano, tra Sei e Settecento, che la cappella di San Sebastiano e San Fabiano con l’altare in pietra e la balaustra – di fattura identica a quelli della navata di destra dedicati al Crocifisso e a Sant’Anna – era posta dove nei primi decenni del XX secolo viene realizzata la più ampia cappella di Sant’Oronzo, sfondando il muro dove era appesa proprio la nostra tela, che finì dimenticata in sacrestia. Dopo il restauro, la tela di cui si è parlato finora è tornata (quasi) al suo posto: non sul suo altare ormai demolito ma su una delle pareti della cappella oronziana. Com’è giusto che sia.
Giovanni Lerede
Fonti
• D. Pasquale Pirulli, “Esiti della prima visita pastorale di Mons. Pietro Capulli, Vescovo di Conversano”, in ‘Sulletracce’ n. 8/2005 del Centro Studi di Storia e Cultura di Turi.
• D. Pasquale Pirulli, “La visita di Monsignor Palermo alla Chiesa di Turi nel 1659”, in ‘Sulletracce’ n. 12/2011 del Centro Studi di Storia e Cultura di Turi.
• Andrea Duè, “San Sebastiano” (“San Fabiano papa”), in ‘I Santi nella Storia’ – Gennaio, San Paolo ed., 2006.

Foto della tela restaurata di Giovanni Lerede
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