S. Giuseppe Calasanzio e il “Miracolo” della cura. Restituita a Turi la memoria degli Scolopi

«Sia io che i miei zii, Luciana e Paolo Dell’Aera, dovevamo festeggiare due eventi lieti. Io avevo pensato, ed anticipato all’epoca a Don Giovanni Amodio, l’intenzione di devolvere i denari raccolti dagli invitati alle due ricorrenze, ad un intervento che potesse lasciare il segno della nostra felicità nella chiesa di San Domenico, alla quale siamo molto legati per tante ragioni familiari».

Ilenia Dell’Aera, portavoce della famiglia Dell’Aera-Arrè, così ha motivato il finanziamento del restauro della tela raffigurante la “Apparizione della Vergine a San Giuseppe Calasanzio”, che è tornata a farsi ammirare nella sua dimora, la splendida chiesa degli Scolopi, la sera del 6 dicembre scorso, ammirata da un gran numero di persone accorse per assistere allo svelamento della tela restaurata ed anche per ascoltare i qualificati relatori.

La dott.ssa Dell’Aera ha concluso il suo intervento sottolinenando la coralità familiare dell’iniziativa: «Stasera stiamo assistendo al miracolo della cura, a cui hanno partecipato tante persone, in varia misura, con diverse modalità. Questa è un’opera che abbiamo finanziato tutt’insieme, e di cui d’ora in poi saremo genitori, custodi, tutori, perché il quadro, e San Domenico sono un patrimonio che appartiene alla nostra comunità».

Don Luciano Rotolo, presentando i relatori, ha raccontato di altre due piccole tele ovali in restauro raffiguranti i “Miracoli” del Calasanzio, che fino alla fine dell’Ottocento ornavano l’altare dedicata al fondatore delle Scuole Pie insieme al quadro dell’Apparizione; questo altare era collocato dove poi è stata inserita in una nicchia la statua della SS. Addolorata. «La Confraternita che ha cura di questa chiesa – ha detto l’Arciprete – sta finanziando il restauro di due tele ovali che si pensava fossero andate perdute e invece i confratelli le avevano nascoste così bene che non ci si ricordava più dove erano state collocate. A volte la paura dei ladri spinge a nascondere le cose e poi ci si dimentica… A febbraio ci auguriamo che anche questi due preziosi dipinti settecenteschi ritornino nella loro chiesa».

Il Commissario vescovile della Confraternita dell’Addolorata, Angelo Murro, nel ringraziare con gratitudine la famiglia Dell’Aera, ha sottolineato la bellezza di San Domenico, dove «alzando gli occhi, si vede una chiesa curata, una chiesa che non è lasciata a se stessa e che piano piano, con l’aiuto di privati, con l’aiuto nostro e di Don Luciano che insiste nel recupero, stiamo cercando di salvaguardare perché niente di tutto quello che ci è stato donato vada perduto».

La presenza di un padre scolopio alla cerimonia del 6 dicembre ha dato modo di allargare lo sguardo dal quadro restaurato alla presenza per due secoli a Turi di un Collegio delle Scuole Pie, la prima scuola pubblica europea. P. Martino Gaudiuso, proveniente da Campi Salentina, ha per prima cosa ricordato Don Vito Ingellis, conosciuto personalmente negli anni Settanta del secolo scorso durante una visita a Turi per ragioni di studio. «Sono un po’ emozionato – ha detto avviando il suo intervento di storico delle Scuole Pie – perché la prima volta che sono entrato in questa chiesa è stato l’11 luglio 1973, e fui accolto dalla felice memoria dell’arciprete Ingellis e quando sono entrato qui gli ho detto: – Ma di qua gli Scolopi non se ne sono mai andati, tutto è rimasto com’era sia come presentazione architettonica sia ornamentale e anche nell’arredo».

La nostra bella chiesa barocca, in effetti, ha il pregio di essere, nonostante qualche cambiamento negli arredi sacri, come all’origine quando venne edificata per ferrea volontà dai coniugi Santo Cavallo e Beatrice Aromata e donata insieme al loro palazzo (l’attuale Municipio) alle Scuole Pie. «Gli Scolopi sono arrivati a Turi nel 1645 grazie al notaio Santo Cavallo… che volle per la sua patria un’istituzione di questo genere, antesignana in quel tempo… e voi qui a Turi siete stati in anticipo… Quando i padri iniziarono le lezioni a Turi, cioè l’11 giugno del 1646, c’erano già 200 alunni iscritti… Don Vito mi diceva orgoglioso che grazie agli Scolopi a Turi non c’erano analfabeti nei secoli passati, e io: – Ma scusi Don Vito, da che cosa lo deduce? E lui: – Dal fatto che nei registri parrocchiali non c’era più la croce come firma, tutti firmavano con nome e cognome. E questo spiega perché dopo la soppressione del 1809, ad opera di Murat, le Scuole Pie a Turi sono rimaste ancora fino al 1830. I turesi sono stati capaci di tenersi stretta la scuola anche perché l’alternativa scolastica ed educativa più vicina erano i Gesuiti a Bari».

Abbiamo avuto il privilegio di avere a Turi, piccolo borgo di provincia, la prima scuola pubblica, popolare, gratuita d’Europa e questo dovrebbe essere un orgoglio per tutta la comunità. Come dovrebbe essere un orgoglio aver avuto ben due ‘prepositi generali’ dell’Ordine dei chierici regolari poveri della Madre di Dio delle scuole pie (questo il nome ufficiale degli Scolopi). «La piccola comunità turese – ha ricordato P. Martino – è stata capace di dare all’Ordine delle Scuole Pie due padri generali: uno nella seconda metà del 1600, il padre Gregorio Bornò, un uomo veramente di governo, capace di aprire collegi fino in Ungheria; l’altro, sul finire del 1700 e fino al 1828, cioè padre Vincenzo Maria D’Addiego. Questa vostra piccola città è stata capace di esprimere due personalità di rilievo europeo, come anche belle testimonianze cristiane, come il ‘venerabile’ padre Vito Antonio Colapinto e il ‘servo di Dio’ padre Franzini. Di questo passato rilevante dovete sentirvi orgogliosi, gelosi e farne una base di sviluppo».

Padre Martino si è soffermato ovviamente anche sulla tela dell’Apparizione. «Io non voglio deludervi, ma nella documentazione è registrato che la Madonna sia apparsa a San Giuseppe Calasanzio soltanto tre giorni prima di morire (aveva 91 anni): – Mi ha detto la Madonna che fra tre giorni vi lascio in pace, diceva a chi lo andava a trovare. Se vedete, nel quadro San Giuseppe Calasanzio non ha l’aureola, non ha nemmeno la luce dietro la testa, si vede bene che il dipinto lo hanno realizzato prima che fosse dichiarato santo (16 luglio 1767, ndr). In tutte le chiese calasanziane c’è sempre questo tipo di quadro con San Giuseppe Calasanzio raffigurato con i bambini e con la Madonna, ma solo per sottolineare la devozione del Calasanzio verso la Madonna, ma soprattutto per dire che ai nostri bambini, nei primi anni, dobbiamo dare l’educazione del cuore, le buone impressioni, non l’alfabeto, il far di conto ma le buone impressioni, perché quelle rimarranno registrate ed è sicuro che tutto il corso della loro vita sarà felice. Questo da sempre è il primo punto della nostra regola».

Quindi, in realtà, il tema della tela appena restituita non è una ‘miracolosa’ apparizione della Vergine a Santo, ma un omaggio degli Scolopi a Maria. «Calasanzio – dice infatti P. Gaudiuso – sempre con una mano prende i bambini e con l’altra indica la mamma, indica la Madonna, la quale a sua volta non è mai la Madonna sola, con lei c’è anche un Bambino in braccio. Per cui la prima insegnante, la prima educatrice delle persone è lei, la Madre di Gesù. Questo vuole indicare il quadro. Chi è stato nelle nostre scuole sa che Maria l’abbiamo sempre sostenuta e il rapporto con la Madre di Gesù l’abbiamo sempre portato come esemplare».

La dott.ssa Rosanna Guglielmo, restauratrice di lunga e apprezzata esperienza, è entrata nello specifico del lavoro di sua competenza: «Il dipinto della Madonna con il Bambino e San Giuseppe Calasanzio è la copia di un quadro presente a Napoli, opera probabilmente di Paolo De Matteis o della sua Scuola. A differenza di quel quadro, però, qui c’è una figura in più alle spalle di Calasanzio: un giovane con fare benedicente che si appoggia a un mobile, forse un tavolino, su cui è iscritta la data 1749 parzialmente coperta dalla cornice dorata; ci sono anche due sigle, una A o una N, che potrebbe essere non una firma ma un riferimento agli Scolopi». Quel giovane ‘benedicente’, dunque, non può che essere il committente dell’opera, forse un giovane esponente di una famiglia benestante turese, il quale ad un anno dalla beatificazione di Calasanzio, avvenuta il 18 agosto 1748, volle rendergli omaggio donando un quadro per ornare l’altare in onore del fondatore delle Scuole Pie, innalzato dove in origine era la tela del “Compianto sul Cristo Morto” (contenente il ritratto del benefattore Santo Cavallo), che per far spazio venne spostata dov’è ancora oggi.

«La tela – ha spiegato la Guglielmo – si presentava in un pessimo stato di conservazione, aveva degli strappi, la superficie era molto scura e la cornice era tarlata. Il primo intervento, quindi, è stato quello di procedere alla messa in sicurezza degli strappi e delle cadute di colore, poi si è proceduto al consolidamento di tutta la pellicola pittorica, ripulita in seguito dalla vernice apposta in un precedente restauro. In questa fase ci siamo accorti che tutta la parte superiore sinistra del quadro, ovvero il volto della Vergine e i tre angeli superiori, sono il frutto di una ridipintura. Probabilmente, nell’altro restauro, è stato necessario ridipingere queste parti anatomiche perché erano andate perdute ed è stato faticosissimo cercare di salvare questa ridipintura perché si scioglieva con qualsiasi solvente da noi usato. Questa, ed altre problematiche, hanno reso il restauro molto difficoltoso e più lungo del previsto; alla fine delle tribolazioni però siamo riusciti, con l’aiuto delle Soprintendenza, a ottenere un restauro dignitoso e la figura della Vergine e anche del Santo ora emergono in maniera più luminosa».

Il Sindaco De Tomaso è intervenuto sottolinenado due aspetti: 1) lo svelamento del bellissimo dipinto  «reso possibile grazie al mecenatismo della famiglia Dell’Aera-Arrè: una grande lezione di come si fa cultura, di come anche una famiglia, un privato, può intervenire laddove il pubblico non ha le risorse o la possibilità di intervenire per ridare alla cittadinanza, un dipinto di questa portata». 2) l’opera degli Scolopi in Europa è stato una sorta di miracolo e a Turi sono stati un punto di riferimento fondamentale. «E bisogna dare atto – ha detto – a Don Vito di aver fatto una grande opera di rivisitazione, di riconsiderazione, di recupero di tutta quell’esperienza educativa che ci ricorda l’importanza dello studio, l’importanza dell’istruzione diffusa». Infine P. Martino Gaudiuso, ha ripreso la parola perrivelare di aver portatoin dono al Sindaco la copia stampata di un documento che riguarda i due procuratori delle Scuole Pie inviati a Turi da Roma per aprire la scuola: padre Giuseppe Politi, un calabrese che aveva fatto per tredici anni il medico a Pieve di Cento, il quale appena ordinato sacerdote venne spedito dal Calasanzio a Turi in quanto uomo con un’esperienza concreta, fattiva. A lui si affiancò un fratello laico, Marco Antonio Corcioni, capacissimo anche lui. In una lettera che questo fratello, nel 1648, scrive a Calasanzio, gli manda a dire tra l’altro di aver inaugurato il quadro fatto fare con San Domenico, Sant’Antonio, Angeli e Madonna. Quindi abbiamo testimonianza diretta che la tela dell’altare maggiore è del 1648, pur rimanendo ancora anonimo il pittore che la realizzò tenendo fede a un devoto desiderio del benefattore Santo Cavallo.

Giovanni Lerede

Foto di Giovanni Lerede

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