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La SS. Trinità di Stefano da Putignano come non si è mai vista. Prosegue a Turi il progetto di restauri ‘Luce sugli Altari’

La SS. Trinità come non si è mai vista! Tutta luci e colori delle origini finora camuffate da un pesante strato di vernici ossidate e sporco grasso. Ed ecco, all’avvio di questo 2026, come nella Madonna di Terra Rossa restituita ad agosto, anche in questo singolare gruppo scultoreo, il Rinascimento di Stefano da Putignano emerge in tutta la sua forza comunicativa, a più di cinquecento anni dalla sua realizzazione, in un altro capolavoro della nostra città che il tempo, per fortuna, ha preservato intatto.

Era il 1506 quando D. Vito De Paulo (o De Paula) fonda nella chiesa, un beneficio che lega a una cappella-altare dedicata alla SS. Trinità, originariamente situata nei pressi dell’ingresso dell’allora Collegiata, l’attuale Chiesa Madre, come recita una piccola iscrizione in pietra ancora in loco vicino alla porta a sinistra. Nel 1520, lo stesso ecclesiastico commissiona a Stefano, che pochi anni prima aveva realizzato la Madonna di Terra Rossa, una scultura concepita dall’artista in tre figure simboliche – il Padre Eterno, il Figlio crocifisso e, tra l’uno e l’altro, la colomba dello Spirito Santo – rese tangibili, concrete, nella pietra durissima della nostra Murgia con grande maestria e dovizia di particolari. Il risultato, ora più che mai, incanta per la sua unicità, essendo l’austero Dio Padre che regge il Crocifisso un modello di estrazione nordica, secondo una definizione della storica dell’arte Clara Gelao, e quindi poco diffuso al Sud. Ma questa contaminazione stilistica non deve certo stupire, i contatti della Puglia con il Nord Italia (ed Europa) erano, per il tramite di Venezia (regina assoluta dell’Adriatico), assai frequenti all’epoca, non solo nell’arte.

Nel 1962 l’altare ligneo e la preziosa scultura lapidea, dovendosi liberare la controfacciata della Chiesa Madre per l’apertura delle due porte laterali, su indicazione dell’allora soprintendente ai Beni Monumentali della Puglia, il turese Francesco Schettini, viene smontato, trasferito in fondo alla navata destra della chiesa, e sottoposto a restauro per mano di Domenico Volpicella.

Ed è lì, in situ, senza ulteriori traumi per la splendida opera d’arte, che da agosto 2025 è stato attivo il cantiere di restauro dell’altare della SS. Trinità ad opera dell’impresa di restauro ‘Rosanna V. Guglielmo’, la cui equipe, sotto la guida della dott.ssa Guglielmo e la supervisione degli esperti della Soprintendenza della Città Metropolitana di Bari, ha nuovamente dato prova di grande maestria nel risolvere le complesse problematiche del restauro, come già avvenuto per l’altare di Terra Rossa, altra gemma della nostra città. Come per il primo, anche per questo secondo altare fondamentale è stato l’apporto economico dell’imprenditore Emanuele Ventura, titolare della ditta ‘Willy Green Technology’ e animatore, nel Palazzo Cozzolongo, dell’APS ‘Cultura e Armonia’, il quale ha preso a cuore – come ha lui stesso dichiarato –  il patrimonio artistico di Turi e in particolar modo quello della Chiesa Madre. In accordo con l’arciprete Don Luciano Rotolo il sig. Venturahapromosso un vasto programma di recupero denominato ‘Luce sugli Altari’, decidendo altresì di finanziarlo completamente.  A breve, infatti, sarà avviato il terzo cantiere, quello dell’altare di San Giacomo (o dell’Immacolata) e, come annunciato dallo stesso imprenditore il giorno dell’Epifania, appena possibile saranno avviati i lavori di restauro dell’altare cinquecentesco dei SS. Medici nella cappella Moles. Inoltre s’interverrà sulla ‘bussola’ d’ingresso alla chiesa per liberarla dalle brutte vernici industriali spennellate nei decenni scorsi sull’originaria decorazione settecentesca.

L’altare del 1741

La dott.ssa Rosanna Guglielmo ha spiegatoil lavoro compiuto dal gruppo di lavoro composto dai restauratori: Antonella Carone, Anna Fasanella e Fabrizio Piccinni. Un lavoro di squadra per un intervento di recupero non solo artistico “ma materico, perché noi di materia ci occupiamo” ha detto la titolare dell’impresa. Materia che è in primis il legno di larice e tiglio stagionato con i quali nel 1741, in piena ristrutturazione della Chiesa Madre, fu realizzata la bella macchina lignea tripartita dell’altare a spese dei discendenti dell’Arciprete De Paulo, eredi del beneficio fondato nel lontano 1506. La Chiesa Madre stava cambiando aspetto e dunque era necessario adeguare l’altare di famiglia al nuovo stile, al nuovo gusto estetico, ridando dignità all’antica statua.

Quei legni settecenteschi, sagomati, indorati, con maestria da anonimi maestri locali e restaurati nel 1962, negli ultimi decenni anni hanno subito l’ingiuria del tarlo, delle candele, della polvere, dell’ossidazione delle vernici applicate dal restauratore. “Il supporto ligneo – ha detto la Guglielmo – era piuttosto degradato sia per l’azione degli insetti xilofagi sia per quanto la tipologia di vernice lucida e ossidata utilizzata nel precedente restauro del 1963 ad opera di Volpicella – data e nome sono segnati sul retro dell’altare – oltre ai danni arrecati dallo allo stesso nelle fasi di smontaggio dell’altare per lo spostamento”.

Molto seri anche i danni alla superficie pittorica del paliotto, interessata da uno spesso substrato di vernici ossidate molto lucide e oscure. I saggi preliminari – ha riferito la restauratrice – hanno evidenziato i colori più chiari e leggeri del Settecento liberati dalla patina giallastra e scura delle ossidazioni; sono emersi, infatti, gli azzurri, i bianchi e altre tonalità del finto marmo di cui è ricoperto tutto l’altare ligneo. La pulitura ha poi messo più in evidenza anche le teste d’angelo scolpite in legno, il cartiglio in alto (con la dedica, i nomi dei committenti e le date), lo stemma dei De Paulo, le modanature in tiglio.

Direttamente sul legno sono dipinte, con tempere grasse le figure di San Vito e Santa Lucia – forse da Donato Paolo Conversi, come da me ipotizzato in altri scritti – anch’esse interessate da una patina di sporco, asportata con solventi che non penetrano ma rimangono in superficie, ha assicurato la dott.ssa Guglielmo. Lungo le giunture delle varie assi di legno si erano venute a creare sollevamenti della pellicola pittorica, soprattutto sulla figura di Santa Lucia, pittura che è stata consolidata con iniezioni di prodotti specifici. Una ‘scoperta’ è stata annunciata dalla dott.ssa Guglielmo: “Durante il restauro ci siamo accorti che dietro l’altare c’è una nicchia decorata a tempera con disegni che imitano la carta da parati”. Sappiamo dagli scritti di D. Vito Ingellis che questa nicchia, in passato, era l’alloggio della statua del patrono San Giovanni Battista.

La statua del 1520

Tutto il lavoro di consolidamento, disinfestazione, pulitura e integrazione, portato avanti con perizia dall’Impresa ‘Guglielmo’ ha ridato luce a quanto realizzato nel 1741, integrando in un insieme più armonico il capolavoro di Stefano da Putignano che ora meglio si armonizza nella tavolozza dei colori predominanti del rosso e del verde. 

La SS. Trinità – ha detto la Guglielmo – aveva uno spessissimo strato di vernici ossidate e sporco dovuto anche al fumo delle candele, che aveva praticamente alterato la percezione dei colori”. Con metodo scientifico, com’è d’obbligo per un’opera d’arte di grande valore, lo staff dei restauratori e la Soprintendenza si sono imposti di capire quali strati di colore potevano appartenere a Stefano e quali le aggiunte. Dal prelievo dei campioni in vari punti della scultura, fatti analizzare in un laboratorio specializzato di Copertino, si è potuto appurare che il blu e il violaceo superficiale a cui eravamo abituati in realtà occultava il rosso arancio del mantello e il verde della veste di Dio Padre, colori questi che più si avvicinerebbero alle tonalità originali del 1520. Le analisi hanno anche accertato, inoltre, che Stefano non ha applicato sulla pietra da dipingere una preparazione vera e propria ma ha steso solo un sottile strato biancastro di base. “Una volta stabilito scientificamente che i colori di superficie erano posticci – il blu di Prussia, infatti, non poteva essere originale essendo stato scoperto nel tardo Settecento – abbiamo rimosso tutto quello che era sopramesso scoprendo una scultura fortemente integra. Anche il volto del Dio Padre era stato alterato nel Settecento, con l’aggiunta del rosso sulle guance per adeguarlo al gusto del tempo”.

Il Crocifisso della Trinità di Stefano è quasi un’opera a se stante, un capolavoro nel capolavoro si potrebbe dire. È una miniatura così ben lavorata, come ha sottolineato anche la Guglielmo, da risultare una poetica meraviglia di particolari, ben definiti nonostante la durezza della pietra, con gli effetti del sangue che cola dalle piaghe, la corona di spine, i lineamenti del volto e la muscolatura tesa; dettagli che ci parlano della grande abilità scultorea del Maestro di Putignano, che sapeva far parlare la pietra. Anche i capelli e la barba del Padre Eterno sono ben definiti, così come i lineamenti di un volto tornato a splendere di luce propria, mostrando a chi ha fede, chi c’è ma non si vede. Il restauro ormai compiuto ha restituito ai nostri occhi una nuova percezione: leggera, luminosa, vivace. Un Rinascimento brillante, un Settecento dorato e marmoreo, che riverbera tutta la chiesa.

La cerimonia di restituzione dell’altare della SS. Trinità alla comunità turese, avvenuta il 5 gennaio scorso, è stata l’occasione per mettere in evidenza l’importanza del patrimonio storico-artistico-religioso di Turi, che rimane ancora poco considerato. Nella prospettiva di una valorizzazione non più rinviabile, Don Luciano Rotolo ha parlato della cura e del recupero delle opere d’arte quale impegno prioritario di ogni comunità, a salvaguardia della propria storia e della propria identità religiosa e culturale. Anche la dott.ssa Valentina Gaudio dell’Alta Sorveglianza della Soprintendenza ha sottolineato l’esigenza di mettere pubblico e privato in collaborazione per restaurare e preservare un patrimonio d’arte e cultura che in Italia è vastissimo. Il sindaco Giuseppe De Tomaso ha ringraziato i promotori dell’iniziativa, evidenziando il privilegio di avere a Turi opere di un grande artista rinascimentale. Ha poi ricordato la Legge Ronchey (n. 4/1993, ndr), che ha trasformato positivamente l’idea stessa d’intervento dei soggetti privati nel recupero delle opere d’arte con un’azione sinergica che ha permesso risultati come quelli ottenuti qui a Turi.

Mons. Giuseppe Favale, infine, dichiarando gratitudine ai promotori ed esecutori del restauro, ha parlato della Trinità quale mistero centrale della nostra fede, con il Padre che offre il Figlio, divenuto uno di noi. E dal Padre e dal figlio scaturisce la forza vitale dello Spirito Santo. “Stefano da Putignano ha saputo in maniera mirabile esprimere visivamente questo mistero grande”. Un patrimonio di opere, una ricchezza d’immagini di devozione che nelle nostre chiese ci parlano di fede. Opere che vanno preservate e tramandate con la collaborazione di tutti.

Testo e foto di Giovanni Lerede

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Casa della Carità “Sant’Oronzo” di Turi: non è la casa dei poveri, è la casa di tutti

Dopo anni di attesa, la sera di martedì 6 agosto si è finalmente inaugurata la Casa della Carità “Sant’Oronzo”, un luogo in cui il senso di comunità prende la forma della solidarietà. La serata tenutasi in piazza Gonnelli si è divisa in due momenti: il primo con saluti, ringraziamenti e presentazione del progetto, con il nostro Arciprete Don Luciano Rotolo che ha accolto i numerosi presenti e i realizzatori dell’intero progetto; il secondo con la benedizione dei locali della nuova Casa della Carità “Sant’Oronzo”.

All’iniziativa era presente l’Amministrazione comunale con assessori e consiglieri che, nella rappresentanza della Vice Sindaco, la Dott.ssa Teresa De Carolis, e a nome del Sindaco, ha espresso piena condivisione del progetto evidenziando l’importanza della dignità e del rispetto verso gli altri quale garanzia di civiltà di un popolo.

Questa casa – ha Don Luciano – è stata costruita con tanti mattoni portati da tante persone ed è bello sapere che è una casa che nasce dalla comunità […] una mensa, un luogo dove gli ultimi, gli svantaggiati potessero sentirsi accolti e a casa. […] Casa è la parola che ci dà sicurezza, è il luogo degli affetti, il luogo dove ci sentiamo accolti”.

Il primo mattone nasce da Don Giovanni Amodio al quale se ne sono aggiunti altri portati da persone che hanno abbracciato questa iniziativa contribuendo materialmente ed economicamente a realizzarla. 

Ideatore e promotore, Don Giovanni, che accolto da un caloroso applauso da parte del numeroso pubblico presente, con commozione prende la parola. Dopo aver ringraziato i presenti e i protagonisti che hanno reso possibile la realizzazione della Casa della Carità, afferma quanto desiderasse che al Giubileo Oronziano celebrato a Turi nel 2018 in occasione dei 1950 anni dalla morte di Sant’Oronzo, seguisse un segno tangibile e importante per la comunità turese da lasciare sul territorio.

Nacque così l’idea della Casa della Carità. All’entusiasmo di Don Giovanni si unirono altre persone a sostegno di questa iniziativa: il Vescovo Mons. Giuseppe Favale, i parroci delle altre parrocchie turesi, Don Giuseppe Dimaggio e Don Nicola D’Onghia, le Comunità parrocchiali, la Caritas Diocesana Conversano-Monopoli rappresentata dal Direttore Don Michele Petruzzi, le Suore adoratrici del Sangue di Cristo, il Comitato Feste Patronali e i tanti Volontari.

Un grande sogno – afferma Don Giovanni – ambito e ardito, ovvero lasciare un segno significativo che duri nel tempo. Una mensa per i più bisognosi. Non solo per i turesi che hanno difficoltà ma soprattutto per i poveri che si affacciano in momenti particolari nella vita di questa città”. Don Giovanni nel suo lungo incarico a Turi, ha intercettato il periodo altamente critico che si presenta tra maggio e giugno con la presenza di lavoratori stagionali che vengono da fuori, e dichiara: “Con il Vescovo siamo stati sempre in allerta e preoccupati affinché la dignità della persona umana venisse salvaguardata e rispettata. Non era possibile vedere persone vivere in condizioni deplorevoli dal punto di vista umano”.

Il progetto è stato realizzato grazie al contributo economico, necessario per queste iniziative così importanti e capillari nella comunità, della Caritas diocesana, alle offerte delle parrocchie e dell’8×1000 alla Chiesa Cattolica. Un ruolo importante lo ha anche il consiglio generale delle Suore Adoratrici del Sangue di Cristo che fin da subito hanno dimostrato disponibilità e vicinanza al progetto mettendo a disposizione i locali del piano terra di Palazzo Gonnelli, nel cuore del nostro borgo antico.

Suor Agnese, in rappresentanza della Madre Superiora regionale Suor Milena e le altre Suore del Consiglio, rinnova l’impegno dell’Ordine verso il progetto, mettendosi a servizio di chi ha bisogno, prevedendo anche un ampliamento del numero di consorelle presenti su Turi. Nel suo intervento viene illustrato il senso della casa, quale luogo fatto di presenze vive che ne creano le fondamenta: “Come la Casa ha varie stanze, la casa della carità è quel luogo dove si incontra la fede, la cultura, l’accoglienza, la solidarietà e si intrecciano sguardi e incontro di mani prima di un piatto caldo da offrire. […] Carità significa fare spazio all’altro chiunque sia e da qualunque parte del mondo possa venire”.

Don Michele Petruzzi, direttore della Caritas Diocesana, che ha seguito insieme ai volontari la sistemazione e l’allestimento dei locali della Casa della Carità, nel suo intervento riprede il discorso di Papa Paolo VI al primo convegno della Caritas Italiana che lui stesso fondò nel 1971, e sottolinea l’importanza del ruolo della Chiesa, nonostante al giorno d’oggi le istituzioni civili, siano subentrate nella gestione dei bisogni assistenziali a lei in precedenza affidate. “La casa della carità ci deve ricordare il senso della fraternità, […] non è la casa dei poveri, è la casa di tutti.”. Il progetto permette di assolvere alla funzione pedagogica della Caritas grazie all’individuazione di tre attività da svolgere: il centro di ascolto, la mensa e la distribuzione dei beni di prima necessità da parte delle Caritas parrocchiali da un unico singolo luogo.  Un importante azione che mira ad accogliere i bisogni primari degli esseri umani: ascolto, accoglienza e senso di comunità.

A chiudere il momento di presentazione il Vescovo Mons. Favale che si affianca ai ringraziamenti ed alla gioia per la conclusione dei lavori per l’apertura della Casa della Carità Sant’Oronzo: “Per la comunità di Turi e non solo, il progetto è un senso palpabile della carità cristiana, la quale non è qualcosa di astratto, ma è vita concreta, e porta ad entrare nelle vicende dell’umano di ogni situazione. Dove c’è una persona lì la carità cristiana si rende presente esplicita nel suo servizio che non è solo di accoglienza e attenzione alle persone ma anche aiuto concreto.” Il Vescovo porge questa importante opera alla comunità di Turi ed invita, oltre alle Caritas Parrocchiali, tutti coloro che vogliano impegnarsi per il prossimo, sia in forma laica o professante un credo diverso da quello cristiano, ad essere presenti e partecipi delle attività. Fare squadra, fare rete, unire le forze per accogliere e sostenere chi ha bisogno ed è in difficoltà; un invito alle istituzioni, alle associazioni e ai cittadini, tutti coinvolti in questa iniziativa che va a beneficio di tutti noi. È dalla cittadinanza che si vedrà il buon andamento del progetto, le fondamenta sono state gettate, partendo da Don Giovanni e a seguire con Don Luciano che ne ha raccolto il testimone insieme agli altri attuatori dell’iniziativa.

La serata si è conclusa con la Benedizione da parte di Mons. Favale dei locali della Casa della Carità “Sant’Oronzo”, nonché dell’operato delle persone che vivranno questo luogo di solidarietà e condivisione. Durante la visita è stato possibile osservare le diverse stanze adibite e attrezzate dalla Caritas Diocesana, per le attività di ascolto, mensa e distribuzione viveri.

Usando le parole di Suor Agnese, “un piccolo seme è stato piantato dalla Chiesa della Diocesi Conversano-Monopoli, ci auguriamo possa attecchire”.

Angelica De Tomaso

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Mule del Carro di Turi: la benedizione in piazza, poi una è condotta in Chiesa Madre

Importante novità per la Festa Grande di Turi, edizione 2024. Non è stato tanto l’anticipo dell’apertura al 10 agosto rispetto al consolidato 15 agosto che coincide anche con l’inizio della Sacra Undena, quanto per la benedizione di chi, da sempre, è protagonista della nostra Festa patronale. Stiamo parlando delle mule che trainano il Carro Trionfale verso l’ingresso festoso nella piazza centrale accolto dalla gioia e dalla forte devozione. Quest’anno tocca, nella ormai consueta rotazione, all’Associazione delle Mule del Tiro del Carro di Sant’Oronzo presieduta da Salvatore Fauzzi.

Il presidente del Comitato Festa Patronale, Andrea Saffi, ha voluto rendere doveroso omaggio a quell’animale che non solo ci è molto familiare ma che ha contributo nel passato al faticoso lavoro dei campi e che dal 1851 ha l’onore di accompagnare Sant’Oronzo nella sua immagine del busto issato sul Carro, verso l’abbraccio popolare di piazza Silvio Orlandi.

La benedizione degli animali, d’altronde, trova conforto anche nel Benedizionale del Rituale Romano in cui si afferma che “Molti animali, per disposizione della stessa provvidenza del Creatore, partecipano in qualche modo alla vita degli uomini, perché prestano loro aiuto nel lavoro o somministrano il cibo o servono di sollievo. Nulla quindi impedisce che in determinate occasioni, per es. nella festa di un santo, si conservi la consuetudine di invocare su di essi la benedizione di Dio”. Tanti sono gli esempi di benedizioni impartite agli animali in occasioni di particolari cerimonie, feste o manifestazioni. Si pensi al Palio di Siena quando il cavallo andato in assegnazione ad una contrada che parteciperà al Palio viene condotto nella chiesa di contrada per la benedizione.

La proposta del presidente Saffi, ben accolta anche dal nostro Arciprete Don Luciano Rotolo, si è concretizzata nella serata del 10 agosto in un’articolata cerimonia che è iniziata nella Grotta di Sant’Oronzo, dove è stata accesa la lampada votiva che ha accompagnato le sei mule nel tragitto verso piazza Silvio Orlandi, ripercorrendo le strade della sera del 26 agosto. La sosta dinnanzi al nostro Palazzo Municipale è stata occasione, invece, della consegna da parte del primo cittadino, Dott. Giuseppe De Tomaso, dei bardamenti delle mule a cui è seguita la benedizione ai sei animali impartita da Don Luciano.

Infine, il momento di grande suggestione e novità: l’ingresso di una delle mule del tiro nella nostra Chiesa Matrice dell’Assunta dove l’animale – il suo nome è Camomilla – ha reso omaggio al Santo Patrono passando innanzi alla cappella ad Egli dedicata e al Reliquiario nell’emozione dei tanti presenti. Subito dopo la collocazione della lampada votiva nella medesima cappella. Il prossimo anno la manifestazione si ripeterà per onorare anche le mule dell’altra Associazione del territorio.

Testo e foto di Fabio Zita

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Al Patrono San Giovanni Battista l’omaggio del Sindaco De Tomaso e della Giunta

Il nome Giovanni in ebraico vuole dire “Dio è propizio“. E per il Sindaco di Turi Giuseppe De Tomaso, alla sua prima cerimonia pubblica, l’aver varato la sua Amministrazione il giorno di San Giovanni è stato sì un fatto assolutamente casuale, ma sicuramente di buon auspicio per il lungo cammino appena intrapreso. Un auspicio – quasi una richiesta di protezione al Santo – pronunciato durante la bella cerimonia serale di consegna delle chiavi della città di Turi al Santo Patrono, cerimonia che quest’anno è tornata a svolgersi davanti al Municipio con accresciuta solennità. 

Don Luciano Rotolo, sempre molto attento al corretto svolgimento del rito, ha infatti voluto che il Sindaco e la Giunta aspettassero davanti al portone del palazzo sede del potere laico l’arrivo della statua di San Giovanni Battista dalla vicina Chiesa Madre, sede del potere religioso.

Qui, appoggiato il Santo sul tappeto rosso srotolato dal portone al centro dello ‘stradone’, l’Arciprete in abito processionale, ha preso la parola e ha spiegato il valore simbolico del dono della chiave; poi è toccato al Sindaco parlare. “Nel nostro Sud – ha detto De Tomasoè più sentita la ricorrenza dell’onomastico rispetto a quella del compleanno perché è ancora molto sentito il culto dei Santi“.
Prima di consegnare la chiave al nostro Patrono principale, don Luciano ha donato al Primo Cittadino un piccolo busto di Sant’Oronzo (il Protettore principale) sotto campana. Infine, il rito vero e proprio dell’apposizione al braccio dell’antica statua lignea della chiave d’argento con lo Stemma della città. 
La processione del Santo ha poi ripreso il suo cammino accompagnata dal Gonfalone, dal Sindaco, dai Consiglieri, dai Sacerdoti e Diaconi, dal Presidente del Comitato Festa Patronale, dal Comandante dei Carabinieri, dalla Banda musicale cittadina, dalle Confraternite e dai fedeli.

Giovanni Lerede

Foto di Fabio Zita

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Giornata delle Municipalità Oronziane ad Andrano (LE). Un’altra tappa lungo il ‘Cammino di Sant’Oronzo’

L’Associazione “Città Oronziane” ed il progetto del “Cammino di Sant’Oronzo” lungo la via che unisce le città partecipanti aggiungono un altro tassello a questa idea propositiva, meritevole di essere perseguita e realizzata. Nella giornata del 2 settembre si sono riuniti a Castiglione, nel Comune di Andrano, i Sindaci delle varie municipalità per portare avanti un discorso intrapreso tre anni or sono e che solo la pandemia ha rallentato. Castiglione, infatti, rappresenta il punto terminale di un cammino che parte proprio da Turi e che tocca le città facenti parti dall’Associazione: Turi, Ostuni, Campi Salentina, Surbo, Vernole, Caprarica di Lecce, Muro Leccese, Botrugno e Diso. Il convegno pubblico tenutosi a Botrugno il 20 febbraio del 2020, in occasione della ricorrenza della festa di Sant’Oronzo nel paese del leccese, gettò le basi del modello dell’Organizzazione Territoriale per unire le relative città e promuovere un Cammino che li unisce dal punto di vista religioso, culturale ma anche in ottica di un turismo religioso. Renato Di Gregorio, esperto di organizzazione territoriale, in quell’occasione evidenziò l’opportunità di sottoscrivere un’apposita convenzione per unire i Comuni in tale sforzo condiviso e la stessa Regione Puglia, presente all’incontro, mostrò interesse nei riguardi di questo “Cammino” che si aggiungerebbe a quello dell’itinerario culturale europeo costituito dalla Via Francigena nel Sud. Esattamente due anni dopo i Comuni firmarono la Convenzione della neocostituita Associazione delle Città Oronziane, con Botrugno Comune “capofila”, alla presenza del dott. Aldo Patruno, Direttore del Dipartimento Turismo, Economia della cultura e Valorizzazione del territorio della Regione Puglia. Sempre il 20 di febbraio, ma di quest’anno, nel Palazzo Marchesale di Botrugno è stato presentato il sito web dell’Associazione (www.viacittaoronziane.it) realizzato dalla Segreteria dell’Associazione coadiuvata da Renato Di Gregorio.

L’incontro del 2 settembre, a cui hanno partecipato per Turi il sindaco Ippolita Resta, l’arciprete don Giovanni Amodio, don Luciano Rotolo di prossimo insediamento come nuovo arciprete di Turi, Andrea Saffi con una delegazione del Comitato Feste Patronali, è stato arricchito dalla presenza della preziosa reliquia contenente i resti mortali del nostro Santo Patrono, portata in processione nella piccola frazione leccese ed omaggiata da una funzione religiosa.

Durante i vari interventi che si sono succeduti è stata presentata da Don Giovanni la stupefacente genesi che ha portato al ‘ritrovamento’ del reliquiario oronziano conservato presso la Cattedrale di Nin in Croazia, i festeggiamenti giubilari del 2018 e soprattutto il suo intenso cammino spirituale e di fede e la trasformazione interiore che il nostro Santo patrono ha prodotto. Il sindaco di Botrugno Silvano Macculi ha presentato le tappe salienti della costituzione dell’Associazione mentre Renato Di Gregorio ha evidenziato l’importanza dal punto di vista culturale, turistico ma anche lavorativo che il “Cammino” può portare alle comunità interessate. Il percorso tracciato, suscettibile di variazioni se altri Comuni volessero aderire in futuro, sarà caratterizzato dalla credenziale, un documento che il camminatore porta con sé e che farà timbrare tappa per tappa a testimoniare il tragitto ed i luoghi incontrati fino ad ottenere un “testimonium”, una specie di benemerenza per l’impegno, in caso di percorso completo o buona parte di esso. Compito delle varie municipalità sarà quello di organizzare l’accoglienza dei visitatori-pellegrini. Un’occasione di grande valenza e visibilità che merita di essere promossa.

Testo e foto di Fabio Zita

Didascalie foto: 1) il Sindaco di Turi Ippolita Resta tra don Giovanni Amodio e don Luciano Rotolo, con Andrea Saffi e alcuni componenti il Comitato Feste Patronali 2023; 2) i Sindaci delle città oronziane con i sacerdoti e il reliquiario